MINACCIA KIM

In Corea si ripeterà la storia del nucleare?

di Michael Mandelbaum

(AP)

6' di lettura

Malgrado oltre vent’anni di negoziati a singhiozzo, il programma di armamento nucleare nordcoreano sta spingendo la comunità internazionale verso un punto critico strategico assai simile a quello col quale dovette vedersela l’Occidente una sessantina di anni fa, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si schierarono gli uni contro gli altri in Europa. Nel XX secolo gli Stati Uniti e i suoi alleati riuscirono con successo a barcamenarsi in quella sfida in Europa senza entrare in guerra. Oggi, però, per ottenere un successo paragonabile in Estremo Oriente, Donald Trump deve riuscire a persuadere Xi Jinping a adottare una politica diversa nei confronti della Corea del Nord.

Al termine della Seconda guerra mondiale, quando Stati Uniti e Unione Sovietica divennero nemici, ciascun Paese adottò un sistema di deterrenza nei confronti dell'attacco altrui. L’Unione Sovietica aveva – o per lo meno così si crede – un vantaggio considerevole nelle sue forze non nucleari, che il Cremlino avrebbe potuto utilizzare per conquistare l’Europa occidentale. Gli Stati Uniti, che avevano il monopolio delle armi nucleari, erano in grado di lanciare un attacco nucleare dall’Europa in territorio sovietico. Poi, nel 1957, il lancio dello Sputnik fece chiaramente intendere che l’Unione Sovietica sarebbe stata presto in grado di sganciare una bomba nucleare sul territorio statunitense, mettendo così in discussione l’efficacia della deterrenza americana. Era concepibile che, in reazione a un attacco in Europa occidentale, gli Stati Uniti avrebbero fatto guerra all’Unione Sovietica, attirandosi così un attacco nucleare in patria?

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L’America e i suoi alleati avevano quattro possibili soluzioni per questo problema, tanto inedito quanto pericoloso: la prevenzione, la difesa, la proliferazione e la deterrenza. La prevenzione – un attacco all’arsenale nucleare dell’Unione Sovietica – avrebbe dato inizio alla Terza guerra mondiale, prospettiva a dir poco sgradevole. E, quando l’arsenale nucleare sovietico aumentò, il governo statunitense escluse la difesa da un eventuale attacco missilistico: tenuto conto che non sarebbe stata in grado di deviare ogni testata nucleare in arrivo, sarebbe stato più sicuro se nessuna delle due parti avesse cercato di dotarsi di una difesa missilistica balistica. Di conseguenza, nel 1972 l’Amministrazione del presidente Richard Nixon negoziò e firmò il Trattato antimissili balistici tra Unione Sovietica e Stati Uniti, riuscendo così a mettere efficacemente al bando tali sistemi. La terza opzione, l’acquisizione di armi nucleari da parte di paesi potenzialmente minacciati, si basava sul presupposto che un governo fosse disposto a usare tali armi per difendere il suo stesso paese o, in qualche caso, un altro. Il presidente francese Charles de Gaulle fece appello a questo principio per giustificare il programma di armamento nucleare del suo paese, pur avendo anche altre ragioni per volere che la Francia entrasse a far parte del “club” delle potenze nucleari. In base a tale logica, tuttavia, anche la Germania ovest avrebbe avuto bisogno di un arsenale nucleare. E, tenuto conto della storia tedesca del XX secolo, nessuno – tanto meno i tedeschi – desiderarono arrivare a tanto.

Così l’Occidente optò per il rafforzamento dello status quo, in virtù del quale gli Stati Uniti cercarono di decantare l’attendibilità della loro politica della deterrenza in Europa dichiarando, formalmente e frequentemente, che avrebbero difeso i loro alleati, nonostante il rischio che ciò potesse portare a un attacco sul loro stesso territorio. Gli Usa rafforzarono la loro dichiarazione collocando armamenti nucleari sul continente europeo, e dispiegando truppe di stazionamento sulle linee del fronte in Germania come fossero “fili di innesco”: un attacco lì avrebbe scatenato l'ingresso in guerra degli Usa, in qualsiasi guerra alla quale la controparte comunista avesse dato inizio. Questa strategia funzionò: per chissà quale strano mix di motivi, l’Unione Sovietica non fece mai scattare un attacco di alcun tipo contro l’Occidente.

A sessant’anni di distanza, la medesima minaccia incombe adesso sulla penisola coreana. Dalla fine della Guerra di Corea nel 1953, la presenza di soldati statunitensi ha contribuito alla deterrenza nei confronti di un attacco della Corea del Nord contro quella del Sud, mentre il nord comunista ha esercitato la deterrenza anche nei confronti degli Usa: il suo massiccio dispiegamento di artiglieria lungo la zona demilitarizzata che divide la penisola potrebbe spazzare via la capitale della Corea del Sud, Seoul, in pochi attimi, con tutti i suoi dieci milioni di abitanti, in rappresaglia per qualsiasi attacco subito da parte degli Stati Uniti. Il programma di armamento nucleare di Pyongyang minaccia di sconvolgere questo equilibrio dando al suo regime la capacità, grazie ai missili balistici a lunga gittata che sta collaudando, di colpire la costa occidentale degli Stati Uniti, e facendo emergere quindi una nuova versione della vecchia domanda di sempre: Washington sarebbe disposta a far correre rischi a Los Angeles per proteggere Seoul? Gli Usa e i suoi alleati asiatici adesso si trovano a disposizione le medesime quattro opzioni che ebbe l'Alleanza Atlantica sessant’anni fa.

Potranno cercare di convivere con i missili nucleari a lunga gittata della Corea del Nord facendo affidamento sulla deterrenza. La pace e la sicurezza di milioni di americani dipenderebbero a quel punto soltanto dalla prudenza e dall'intelligenza del dittatore 33enne della Corea del Nord, Kim Jong-un, giovane uomo con una passione particolare per le grottesche esecuzioni di familiari e intimi collaboratori. In passato, una situazione simile sarebbe parsa inaccettabile agli esperti di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Nel giugno 2006, William Perry e Ashton Carter, rispettivamente ex e futuro segretario della Difesa, dialogarono sulle pagine del “Washington Post” e dissero che se la Corea del Nord avesse dispiegato sul suo territorio un missile con testata nucleare in grado di colpire gli Usa, gli Stati Uniti avrebbero dovuto lanciare un attacco e distruggerlo.

Ma, come lo status quo, anche attaccare l’arsenale nucleare della Corea del Nord comporterebbe rischi enormi. Un attacco simile quasi certamente scatenerebbe una Seconda guerra coreana. Il nord perderebbe di sicuro, e il regime cadrebbe, ma presumibilmente non prima di aver inflitto danni spaventosi alla Corea del Sud e forse anche al Giappone.
Essendosi ritirati dal Trattato Abm, gli Stati Uniti hanno già iniziato a dispiegare i loro sistemi di difesa missilistica, con la speranza di sventare un assalto nucleare su piccola scala (ma non un attacco massiccio del tipo che la Russia potrebbe lanciare). Anche questa opzione, però, comporta gravi rischi. A mano a mano che l’arsenale nucleare della Corea del Nord aumenterà, l’efficacia della difesa missilistica diminuirà. E anche un’unica esplosione negli Stati Uniti, in Corea del Sud o in Giappone sarebbe catastrofica.
Se i Paesi dell’Asia orientale sono arrivati a dubitare della credibilità dell'impegno degli Usa nei confronti della loro difesa – Trump ha messo in chiaro le sue riserve al riguardo delle alleanze degli Stati Uniti –, potranno costruirsi i loro arsenali nucleari, come fece la Francia. Giappone, Corea del Sud e Taiwan sono sicuramente in grado di farlo in tempi assai rapidi.

Un’Asia orientale nella quale numerosi Paesi dovessero possedere la bomba atomica, però, per forza di cose non sarebbe stabile. A differenza dell’Europa durante la Guerra fredda, vi sarebbero varie potenze nucleari e non due soltanto, e alcune di esse non arriverebbero ad avere la capacità di “distruzione garantita”, ossia la possibilità di subire un bombardamento nucleare e riuscire in ogni caso a infliggere danni devastanti a chi le dovesse colpire. Senza tale capacità, un Paese con l’atomica ha un incentivo di gran lunga maggiore rispetto a quello che ebbero Stati Uniti e Unione Sovietica a sganciare per primo la bomba atomica, qualora nutrisse il sospetto di essere vicino a subire un attacco.

Deterrenza, prevenzione, difesa e proliferazione: nessuna delle quattro reazioni possibili all’avanzare del programma nucleare della Corea del Nord ispira fiducia. In verità, però, un’importante differenza tra l'Asia orientale del XXI secolo e l’Europa del XX secolo c’è e crea l’opportunità di evitarle tutte e quattro: la Cina è nella posizione di poter esercitare una pressione considerevole sulla fonte della minaccia nucleare. Quasi tutti i prodotti alimentari e i combustibili in uso nella Corea del Nord provengono infatti dalla vicina Cina. Malgrado la sua opposizione al programma di armamento nucleare di Pyongyang, malgrado la sua mancanza di entusiasmo nei confronti della dinastia Kim, il governo cinese fino a questo momento si è astenuto dall'esercitare pressioni e minacciare di tagliare gli approvvigionamenti alla Corea del Nord.

Il più grande timore di Pechino è il crollo del regime di Kim, che farebbe traboccare dalle sue frontiere un’ondata indesiderata di rifugiati e potrebbe portare alla creazione di un nuovo e poco desiderato vicino: uno stato coreano unificato e alleato degli Stati Uniti.
Se i cinesi hanno forse buoni motivi per preferire lo status quo nella penisola coreana, continuare a mostrare indulgenza verso le ambizioni nucleari della leadership nordcoreana, tuttavia, è un’opzione rischiosa. La Cina potrebbe infatti trovarsi circondata da stati poco amichevoli dotati di atomica o con una brutta guerra ai suoi confini oppure con entrambe le cose.
Trump dovrebbe far notare questo aspetto a Xi. Se non altro, i progressi nordcoreani in tema di nucleare, a meno che la Cina non intervenga per fermarli, renderanno l'Asia orientale un luogo molto più pericoloso per chiunque, compresi i cinesi stessi. Mark Twain osservava che tutti parlano del tempo, ma nessuno fa niente in proposito. Ciò è stato vero anche per il programma di armamento nucleare della Corea del Nord per almeno un quarto di secolo. Adesso potrebbe non esserlo più.
(Traduzione di Anna Bissanti)
Michael Mandelbaum è professore emerito dell'American Foreign Policy presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies. Il suo libro più recente si intitola “Mission Failure: America and the World in the Post-Cold War Era”.

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