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In devozione di San Tommaso la croce del lettore

di Laura Traversi

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Croce di S.Tommaso d’Aquino (recto), iscrizione (verso) SAN THOM AQUIN ORD PRED. , databile XVII-XVIII, bronzo, misure: 44 x 29 x 1mm. (In centro) Crux Angelica, XVIII sec. Napoli, Biblioteca di San Domenico Maggiore


3' di lettura

Gentile redazione allego le foto del crocifisso che ho trovato fra gli oggetti di mio nonno. Ha le dimensioni di 4,4 cm (il braccio lungo), 2,9 cm (il braccio corto) e circa 1 millimetro di spessore. Vi sarei grato se potreste darmi informazioni circa la sua epoca, le scritture, ’'immagine sopra riportate e, possibilmente, una valutazione.

Gentile lettore, il crocefisso delle dimensioni di 44 x 29 x 1 mm è un oggetto di una certa rarità. Lo stato del diritto (recto) non ne consente un’immediata lettura. Ma il rovescio (verso), con iscrizione latina a tutto campo, pur incompleta, conduce senz’altro alla sua identificazione come Croce di San Tommaso d’Aquino. Sul verso si può leggere: CRUX MIHI CERTA SALUS. CRUX EST QUAM SEMPER ADORO. CUM CRUX DOMINI MECUM. CRUX MIHI REFUGIUM. Traduzione: «La croce (è) per me sicura salvezza. La croce è ciò che sempre adoro. La croce del Signore (è) con me. La croce (è) per me rifugio». Si tratta di versi del poeta cristiano Venanzio Fortunato (530-609), con parole-chiave del culto della croce lungo il Medioevo, tradizionalmente riferite a San Tommaso d’Aquino (c.1226-1274). Deducibile l’immagine del teologo (recto), confermata dall’iscrizione, parzialmente leggibile: SAN THOM AQUIN ORD PRED, dell’ordine dei predicatori (mendicanti) domenicani, sormontata dallo Spirito Santo. Per il suo antico proprietario l’oggetto aveva funzione devozionale e taumaturgica, ovvero anche di amuleto contro fulmini e tempeste. Il distico latino, così com’è usato in questa croce da sospensione, riassume ed è emblema di tale doppia valenza. La troviamo esplicitata in almeno due incisioni della cosiddetta Crux Angelica, databili tra XVIII e XIX secolo, conservate rispettivamente presso la Biblioteca di San Domenico Maggiore a Napoli e il Museo Vescovile di Fidenza. In esse da una C centrale si ripetono sui quattro bracci i versi succitati. Nella prima, in basso, si legge: A FULGURE ET TEMPESTATE AC TERREMOTU LIBERA NOS DOMINE. Nei cartigli, svolazzanti ai lati: Crux Angelica Sancti Thomae Aquinatis Refugium Contra Fulgura et Tempestatis. San Tommaso assommò ai suoi meriti di teologo quelli, popolarmente riconosciutigli di essere sopravvissuto da bambino alla folgorazione che uccise la sorellina e procurò molti danni a Roccasecca, nel castello nativo.

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Le belle lettere capitali della crocetta bronzea del lettore indicano come possibile area dell’artefice quella veneta, tra Padova e Venezia, la più specializzata nei bronzetti fin dal Rinascimento. Colorazione e patina sono tipiche di una lega bronzea, realizzata a fusione. Con i citati esempi a stampa condivide una diffusione/datazione compresa tra i secoli XVI-XIX. Per valore storico-documentario la crocetta è superiore ad esempi otto-novecenteschi da sospensione di cui si è trovata traccia. La sua stima odierna può ammontare tra 500 e 1000 euro. Non rientra tra le “arti suntuarie”, o quelle degli “objects of virtue” da Schatzkammer (camera del tesoro, antenata dei musei moderni) ma può figurare nel collezionismo dell’“ars metallica”, che spazia dalle più misteriose e minute curiosità ai capolavori dell’oreficeria medievale, sia sacra che profana, dalle sculture bronzee alle armature da parata, dall’antichità più remota all’Alto Medioevo e al Novecento. Ogni artefatto in metallo (fuso, modellato, inciso) incorpora molte informazioni sulla storia della metallurgia e della cultura che lo ha generato. Alla maestria greco-romana della fusione bronzea, si legano l’ars metallica rinascimentale e successiva (statue, medaglie, placchette), collezionata da letterati, artisti e ceti magnatizi. Mentre la tecnologia di ferro, ottone e rame (a sbalzo) fu importata durante l’Alto Medioevo dal Medio Oriente (e via Danubio, dall’India) anche attraverso Venezia e i suoi scali mediterranei. Trasmessa fin dal IV-V secolo d.C. attraverso i contatti di orafi gallo-romani e germanici con opere e artefici itineranti delle popolazioni migranti dalle steppe euro-asiatiche (Unni,Visigoti, Ostrogoti, Longobardi, ecc.). Tecniche come l’ageminatura (lamine d’oro e argento su ferro) sono proprie tanto di capolavori longobardi e ottoniani, che delle armature lombarde e germaniche dei secoli XVI-XVII (Kunsthistorisches Museum di Vienna, Castello di Ambras di Innsbruck). Raro, ma nient’affatto impossibile, il passaggio sul mercato di capolavori di “oreficeria in ferro”, come la sella longobarda o come il forziere Asburgo-Pallavicini in ottone dorato. Il collezionismo odierno “pur inter-generazionale ed attratto dal materiale metallico, lo è all’interno di un pronunciato eclettismo che spazia dal ferro alla scultura e non si sofferma su un solo genere» spiega Alessandro Cesati, dell’omonima galleria d’arte. Due le collezioni private di riferimento in Austria: Esterházy di Burg Forchtenstein e il Museo Schell di Graz, mentre per il ferro c’è il Museo Le Secq Destournelles, a Rouen.

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