I LIBRI DEL SOLE

In edicola «La scuola cattolica» di Albinati

di Gianluigi Simonetti

3' di lettura

Dello Strega malignamente si dice che vada spesso al romanzo peggiore di autori anche bravi o bravissimi. Non è il caso della Scuola cattolica, che a distanza di quasi un lustro dall’uscita resta il libro più ambizioso di quell’annata letteraria e probabilmente il migliore che abbia scritto Albinati. Opera affascinante per tanti motivi, e innanzitutto per un suo carattere bifronte: da un lato collettore esemplare di tendenze diffuse nella narrativa italiana degli anni Zero, dall’altro libro anomalo, quasi controcorrente da un punto di vista formale.

Di tipico del suo tempo La scuola cattolica ha certo lo status di romanzo-non-romanzo: come Il desiderio di essere come tutti, che aveva vinto lo Strega due anni prima, e come La ragazza con la Leica, che vincerà due anni dopo, anche il libro di Albinati si presenta come racconto ibrido, al crocevia di fatti veri e inventati, testimonianza diretta e ricostruzione d’archivio, biografia e inchiesta. Il fatto storico attorno a cui il libro ruota è il cosiddetto delitto del Circeo, la violenza inflitta nel settembre del 1975 a due ventenni romane - una uccisa, l’altra ridotta in fin di vita - da parte di tre coetanei neofascisti. I quali però - ed ecco lo spunto privato - sono stati compagni di scuola del narratore, nel liceo romano, cattolico, privato ed esclusivamente maschile che dà il titolo al libro. Accostandosi a una materia del genere uno scrittore mediocre si concentrerebbe sulla cronaca nera, spettacolarizzandola con riferimenti al quadro storico - l’alba degli anni di piombo - e col ricorso a una prospettiva testimoniale e “emotiva”. Albinati invece crea una struttura narrativa dilatata e complessa, in cui l’episodio di cronaca occupa uno spazio minuscolo; alterna invece passaggi saggistici e divagazioni morali, dettagli autobiografici e rilievi psicanalitici, personaggi reali e figure d’invenzione, monologo d’autore e ricorso ai documenti. Su tutto, un primato della riflessione sul sentimento e sull’azione che è tipico del cosiddetto romanzo-saggio. Di qui, per esempio, le analisi sulla violenza politica come ingrediente della violenza di genere; gli appunti sull’aggressività antropologica di una generazione (fotografata nel momento cruciale dell’adolescenza); la ricostruzione sociologica, e didatticamente esemplare, di una certa Roma - il Quartiere Trieste, dove ha sede la scuola cattolica - e della borghesia che lo popola, micidiale in molti sensi.

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Se mescolando memoir e saggio, romanzo storico e reportage, autobiografia e autofiction Albinati ha utilizzato molte delle principali tendenze discorsive del suo tempo, ciò che resta solo suo è il modo in cui lo ha fatto. In una stagione segnata da scritture frammentarie, sciatte e sincopate La scuola cattolica si segnala per una forma lenta, avvolgente, spiraliforme nel suo avvicinarsi ai sensi ultimi strato dopo strato. Romanzo fluviale, ricco di intelligenza, capace di ironia ma anche di tragedia (la scoperta finale della vera identità di Perdìta è un colpo da maestro), rifiuta ogni scorciatoia, non solo sul piano narrativo ma anche su quello ben più decisivo dello stile: si affida a una lingua nobilmente saggistica, chiara e razionale, ricca di sfumature come dovrebbe o vorrebbe essere la borghesia che sta mettendo in croce - e che in parte è rimasta sempre quella, in parte non esiste più. Lo ha notato Francesco Pacifico (altro scrittore che come Albinati, o Piperno, sa raccontare soprattutto il proprio ceto): «La scuola cattolica va avanti ticchettando come il tempo, si sente che è stato scritto in dieci anni (...): ha registrato i tempi e il cuore della vita borghese prima che si estingua».

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