LE ELEZIONI IN EGITTO

In Egitto Al-Sisi contro al-Sisi, cronaca di un plebiscito annunciato

di Roberto Bongiorni


Al Sisi vota, la sua rielezione in Egitto data per certa

5' di lettura

La definizione più efficace per descrivere le elezioni presidenziali in corso in Egitto l’ha scritta il quotidiano panarabo al-Araby : «Al-Sisi contro Al-Sisi». In questa scontata elezione, che si preannuncia come la cronaca di un plebiscito annunciato, l’attuale presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha fatto terra bruciata durante la campagna elettorale. Ed ora l’unico candidato rivale, il businessman Moussa Moustafa, definito dai molti media arabi al-kombares, la “comparsa”, sembra più un politico scelto tra i meno carismatici, e certo non ostile al presidente, pescato all’ultimo momento per conferire una parvenza di legittimità a un’elezione che di democratico non sembra aver più nulla.

Deriva autoritaria
D’altronde era prevedibile che proseguisse la deriva autoritaria del generale egiziano al-Sisi, 63 anni, salito al potere nel 2013, quando alla testa dell’esercito pose fine alla caotica esperienza di Governo dei Fratelli Musulmani, in quello che la maggior parte dei media ha etichettato come un Colpo di stato militare. Le controverse elezioni presidenziali del 2014, non trasparenti, si erano trasformate in un plebiscito (97% dei voti ma con un’affluenza sotto il 50%).
Ora ci si interroga se, dopo questa scontata riconferma, al-Sisi cercherà di abrogare la norma della Costituzione che pone un limite di due mandati per divenire un “presidente quasi a vita”. Non sarebbe certo il primo.

Per molte organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani al-Sisi altro sarebbe l’ennesimo dittatore arabo che ha prima imbavagliato i media, facendo precipitare la posizione del Paese al 161° posto su 180 nell’indice della libertà di stampa nel mondo di Reporters sans frontières (Rsf), poi ha stroncato il dissenso, infine ha elaborato una strategia mirata a far fuori ogni credibile rivale.
Che non vi partecipassero i Fratelli musulmani, il movimento islamista che aveva trionfato alle elezioni del 2012, ma che era tornato fuori legge dopo il colpo di stato del 2013, era del tutto prevedibile. Il loro candidato Sami Anan è stato infatti arrestato dall'esercito subito dopo l’annuncio della sua candidatura.
La stessa sorte è toccata a Khaled Ali, avvocato per i diritti umani che si era presentato nel 2012. Anche lui arrestato e condannato a tre mesi di prigione per “offesa alla decenza pubblica” durante una protesta. Condanna ancor più severa per un altro candidato, il colonnello Ahmed Konsowa: sei anni di prigione dopo l'annuncio della sua candidatura.
Il rivale più importante, l'ex premier Ahmed Shafik, è stato “convinto” a non candidarsi. Una strategia simile (premi alternati a conseguenze meno piacevoli) sarebbe stata adotta con l’ex capo di stato maggiore Sami Hafez Anan. Non ha subito l’arresto e una condanna penale, ma anche Mohamed Anwar el-Sadat, nipote dello storico presidente egiziano, ha dovuto prendere atto della realtà. E ritirarsi . Rimane un unico e poco credibile candidato; Moussa Moustafa. Questo il contesto in cui si svolge un’elezione comunque importante in un Paese strategico che si affaccia sulla sponda sud del Mediterraneo.

Sul fronte interno al-Sisi potrà contare sull’appoggio della consistente minoranza cristiana, i copti, che rappresentano il 10-15% della popolazione

Lotta al terrorismo e Libia. Perché al-Sisi resta un alleato importante
Il presidente del più popoloso Paese del mondo arabo (97milioni) è considerato dagli Stati Uniti, ma anche dall’Europa, un alleato necessario nella guerra contro il terrorismo islamico. A volte fin troppo deciso.
C’è infatti anche un’altra grande crisi internazionale, una priorità per i Paesi europei, su cui l’Egitto esercita una grande influenza. L’Europa sa bene che se si vorrà trovare una soluzione al coas libico, non si potrà prescindere dal coinvolgimento di al-Sisi, il quale, pur in principio disponibile per un negoziato che coinvolga tutte le parti in conflitto, ha sempre apertamente sostenuto il generale libico Khalifa Haftar, ormai un padre padrone della Cirenaica in conflitto con il Governo di Tripoli.
Insomma tra le grandi incognite che potrebbero aprirsi in uno scenario democratico, e la sicurezza rappresentata da al-Sisi, sembra che una buona parte della comunità internazionale abbia voltato la testa preferendo sicurezza e stabilità alla democrazia.
Sul fronte interno al-Sisi potrà contare sull’appoggio della consistente minoranza cristiana, i copti, che rappresentano il 10-15% della popolazione. Agli occhi di molti di loro l’attuale presidente è visto come l’uomo che ha guidato la contro-rivoluzione contro i Fratelli Musulmani, culminata con l’arresto del presidente Mohammed Morsi. La paura dei cristiani era proprio che, col tempo, i Fratelli Musulmani li relegassero al ruolo di cittadini di serie B.

Economia e sicurezza: le due priorità del generale-presidente
Quasi fosse un mantra, durante la campagna elettorale al-Sisi non ha mai smesso di porre l’accento sulla sicurezza e, soprattutto sull’economia. I grandi progetti infrastrutturali che tanto piacciono al presidente, l’ampliamento del canale di Suez (già completato ma che finora non ha prodotto i risultati sperati) e la costruzione di una futura nuova capitale, sono una costante nei suoi discorsi.
Al-SIsi non è tuttavia riuscito risolvere in toto i gravi problemi che hanno messo in ginocchio l’economia del Paese dopo la rivoluzione contro Hosni Mubarak, la primavera del febbraio 2011.

A lui va comunque riconosciuto di esser stato capace di rilanciare la crescita su livelli che non si vedevano da otto anni. Grazie ad una serie di riforme strutturali e misure improntate all’austerità, tra cui l’abbattimento dei sussidi energetici e alimentari (una zavorra sui conti pubblici), le riserve in valuta pregiata sono tornate a livelli che non si vedevano da tempo. Grazie a queste misure, e probabilmente anche alla guerra contro il terrorismo, Al-Sisi è riuscito nel 2016 ad ottenere un prestito di 12 miliardi da parte del Fondo monetario internazionale. Il Pil è tornato a correre (l’anno scorso è salito del 4,8%, quest’anno potrebbe arrivare al 5,8%). La disoccupazione, secondo le stime ufficiali, sarebbe diminuita.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia. In un Paese che sta vivendo un boom demografico senza precedenti, ogni anno aumentano sempre di più i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro. Per assorbirli sarebbe necessario un aumento del Pil del 7-8% per diversi anni. Le prudenti stime dell'Agenzia di statistica egiziana tratteggiano uno scenario sconsolante: più di un quarto degli egiziani tra i 18 e I 29 anni sono disoccupati e, cosa ancor più frustrante, un terzo di loro possiede un diploma universitario.
L’abbattimento dei sussidi ha poi contribuito ad una spinta inflattiva che sta creando disagio e rabbia tra le fasce più povere. I costi dei trasporti pubblici, per esempio, sono cresciuti del 35 per cento. E se si considera che dal 2010 al 2015 gli egiziani che vivono sotto la soglia di povertà sono aumentati di un terzo, e oggi rappresentano il 28% della popolazione, il bicchiere può facilmente essere considerato mezzo vuoto. Anche perchè il deficit del budget quest’anno si avvicinerà pericolosamente al 10% del Pil.

Occidente silenzioso
I problemi dunque non mancano. Ma tra stabilità e democrazia sembra proprio che i Paesi occidentali, spaventati per quello che è accaduto dopo le primavere arabe, preferiscano chiudere un occhio in favore della stabilità.
Il prezzo da pagare, tuttavia, non sarà da poco. Il giro di vite sui giornalisti è un segnale che prelude a tempi ancora peggiori. Lo conferma l’apertura del processo (il 10 aprile) contro l’emittente britannica Bbc accusata di aver diffuso un’inchiesta falsa che ha dato molto fastidio al Governo egiziano. Un’inchiesta che cerca di far luce su varie violazioni dei diritti umani; dalle sparizioni forzate (sembra 1.500 persone negli ultimi 4 anni) , alle torture, fino alle detenzioni arbitrarie, senza processo. La Bbc rischia ora così la chiusura della sua sede egiziana. Anche perchè l’esito del processo appare abbastanza prevedibile.

L’unico dato interessante - e meno certo - in questa elezione appare l’affluenza. Al-Sisi spera sia alta. In modo da ottenere quel consenso che legittimerebbe il suo secondo mandato. Nelle elezioni del 2014 ( anche in quell'occasione vi era un unico sfidante che aveva raccolto solo il 3% dei voti) l’affluenza fu del 47 per cento. Tre giorni di urne aperte serviranno anche a questo. A fare di tutto perché la cronaca di una vittoria annunciata non si trasformi nella cronaca di una dittatura consolidata.

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