Industria

In Emilia-Romagna la bolletta delle imprese schizza da 700 milioni a 4 miliardi

Il presidente di Confindustria Ferrari: «Dipendiamo per l’83% dal gas, le rinnovabili sono appena il 15%, l’obiettivo del Patto per il clima di arrivare al 100% di fonti green nel 2035 è una mission impossible»

di Ilaria Vesentini

(REUTERS/Antonio Bronic)

4' di lettura

È una bolletta energetica schizzata dai 700 milioni di euro pre-Covid agli oltre 4 miliardi di euro stimati quest’anno, la nuova emergenza con cui si sta misurando l’industria della via Emilia. Un costo insostenibile per una regione manifatturiera che vuole continuare a competere con le grandi aree industriali del mondo e a trainare la ripresa del Paese, forte di una capacità esportativa record (+12,5% nel 2021) e di tassi di crescita ben oltre la media nazionale ed europea (+6,9% il Pil nel 2021, un rimbalzo che ha permesso di recuperare già il 75% del terreno perso con la pandemia, e +4,1% la previsione per il 2022). Parte dal nodo energia l’incontro voluto dal presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Pietro Ferrari, per accendere i riflettori sulla traiettoria che l’economia e la società della regione stanno seguendo, «con la consapevolezza che è ora di passare dall’emergenza alla prudenza e che non si può essere una regione (e una nazione) manifatturiera senza un buon grado di autonomia energetica. Dobbiamo fare tutti un passo indietro, anche su principi considerati intoccabili».

L’83% dell’energia arriva dal gas

Da Confindustria Emilia-Romagna arriva un sonoro sì alle trivelle per tornare a pescare tutto il gas naturale possibile sulla terraferma e in Adriatico, sì al biometano tramite accordi di filiera (con prezzi concordati e certificati di provenienza, nella ceramica e nell’alimentare in primis) e sì ai rigassificatori per creare un mix energetico che per ora appare un’utopia. Perché se si chiudono i rubinetti del gas l’industria oggi si spegne: il gas copre l’83% del fabbisogno energetico delle imprese emiliano-romagnole (il 65% dei consumi elettrici e il 95% di quelli termici), mentre le fonti rinnovabili pesano un 30% come potenza installata ma solo il 15% come effettivo contributo di energia prodotta in regione, per la scarsità di sistemi di accumulo e smart grid (fondamentali per compensare l’up & down di luce solare, vento, risorse idriche).

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Prezzi quintuplicati

Peccato che l’Italia importi il 94% del gas e sia in balìa dei prezzi quintuplicati dallo scorso maggio senza alcun potere di intervenire (se non tramite sussidi-tampone, ulteriore debito che non risolve il problema) e che l’Emilia-Romagna sia ferma da anni in termini di aumento di produzione energetica da fonti rinnovabili, ingessata da normative e pianificazione anacronistiche. La comunità emiliano-romagnola è abituata a rimboccarsi le maniche di fronte alle emergenze e a lamentarsi poco, «ed è pur vero che a livello regionale si può fare poco ma quel poco va fatto e in fretta», è la strigliata che Ferrari rivolge alla Giunta Bonaccini, che solo ora inizia a muoversi sull’installazione di pannelli in cave e aree industriali dismesse. E chiede di capire «qual è il design, ossia la traiettoria che questa regione vuole avere, perché se vuole restare manifatturiera (oggi l’industria contribuisce a oltre il 25% del valore aggiunto, contro il 16,5% nazionale, ndr) deve mettersi nelle condizioni di avere costi energetici comparabili a quelli delle altre grandi aree industriali».

Il cappio del Patto regionale per il lavoro e il clima

Il Patto per il lavoro e il clima firmato da tutte le forze economiche, sociali e istituzionali della regione, che fissa al 2035 l'obiettivo di arrivare al 100% di energie da fonti rinnovabili, contro l’attuale 15%, «è un impegno eccessivamente complicato, io non l’ho mai nascosto anche se sono stato convintamente spinto a sottoscriverlo dai colleghi imprenditori – ammette il numero uno di via Barberia - ma per arrivare a questo traguardo servono capitali e disponibilità da parte della Regione ad attivare tutti gli strumenti disponibili e oggi così non è. E non è pensabile aumentare il Pil tagliando del 40% i consumi energetici». Eppure nuovi progetti sul biometano non ce ne sono, perché quasi tutte le domande inoltrate negli anni scorsi non sono andate a buon fine; sui rigassificatori vige la logica Nimby; i tempi medi autorizzati per mettere in produzione un impianto da fonti rinnovabili sono di 109 mesi, quasi nove anni (secondo uno studio nazionale di Confindustria).

Il ripristino delle piattaforme di estrazione di gas

L’intervento più rapido per recuperare un po’ di autoproduzione energetica resta il ripristino delle piattaforme di estrazione del gas (oggi si estraggono appena 4 miliardi di mc, contro gli oltre 20 di inizio Millennio, e coprono appena il 4% del fabbisogno nazionale), ma ci vogliono comunque dai 12 ai 18 mesi per la riattivazione e 1,2 miliardi di euro di investimenti.

Cinquant’anni di Confindustria

«Solo di fronte alle emergenze il nostro Paese è bravo a reagire, mi auguro che questo sia il momento buono e si riesca a progettare un futuro energetico diverso, da qui ai prossimi dieci anni», è lo sguardo lungo con cui il presidente Ferrari si riallaccia al Progetto Traiettoria 2030, lanciato due anni fa per capire come sia cambiata la regione e in quale direzione stia andando. Che sarà ora rafforzato da un’ulteriore analisi sui cambiamenti demografici, sociali ed economici negli ultimi cinquant’anni, in occasione dell’anniversario di Confindustria Emilia-Romagna che ricorre tra pochi giorni. «La nostra associazione è nata a Bologna il 23 febbraio 1972. I grandi trend dello sviluppo e del cambiamento vengono da lontano – spiega il presidente – e dobbiamo esserne consapevoli quando progettiamo il futuro. Tanto più in un momento in cui siamo chiamati a costruire le grandi transizioni verso il domani: quella digitale, della mobilità, della sostenibilità e dell’energia».

Le istantanee

Alcune istantanee anticipano lo studio: la popolazione in regione è passata dai 3,8 milioni del 1972 a 4,4 milioni (+15,8%) nel contempo gli stranieri sono aumentati dallo 0,4 al 13% dei residenti; la speranza di vita è salita da 73 a 84 anni; il numero di figli per donna si è dimezzato da 2 a 1 e oggi un quarto dei bambini è figlio di genitori stranieri; il Pil pro capite è salito da 16mila a 34mila euro (ma dopo il picco del 2008 è in calo); il tasso di diplomati e laureati era dell’8,6% negli anni Settanta contro l’attuale 44%. «Il tema demografico sarà la vera emergenza del futuro, la difficoltà a trovare competenze è già enorme oggi e se non affrontiamo il problema di come sostenere gli studi e la specializzazione dei giovani stranieri, le cui famiglie sono le più fragili dal punto di vista economico e sociale, non avremo personale per far funzionare le fabbriche domani», conclude Ferrari.

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