Regolamentazione & Industria

In Europa impatto Mifid a misura di Paese

Secondo una ricerca di E&Y il futuro della distribuzione dei fondi è legato anche agli impatti che la direttiva comunitaria ha avuto nei diversi Paesi

di Lucilla Incorvati

(Adobe Stock)

2' di lettura

A distanza di qualche anno dall’entrata in vigore di Mifid II, nei principali Paesi europei i requisiti Mifid sono stati applicati in modo diverso, influenzando anche i Paesi non direttamente impattati dalla stessa normativa, come per esempio la Svizzera. I modelli di business (rapporto fabbriche/distributori, classi di fondi collocati) sono diversi tra Paesi e sono stati modificati dalle novità normative. Infine, per quanto attiene l’offerta prodotti le tematiche di sostenibilità stanno assumendo una crescente importanza anche alla luce dell'evoluzione del framework normativo Esg.

L’effetto della regolamentazione e la risposta dell’industria

Sono queste alcune evidenze emerse dalla ricerca condotta da EY che ha indagato su come i Paesi europei abbiano interpretato i requisiti regolamentari legati a Mifid II, quali scelte strategiche siano state intraprese e quali modelli di business siano emersi.

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Quanto alla risposta dei distributori al requisito normativo c’è da tener conto che l'interpretazione, data dagli Organi di Vigilanza dei vari Paesi, sui requisiti degli switch è stata diversificata. Per questo motivo, l'Italia risulta essere uno dei pochi paesi ad aver implementato negli applicativi per la sottoscrizione di fondi dei controlli quantitativi automatici, i quali hanno però avuto impatti solo parziali sui costi upfront dei prodotti.

In particolare il 75% degli intermediari ha implementato controlli automatizzati per l’analisi costi/benefici. Solo una parte di questi in Italia, come del resto in Europa, ha registrato impatti sul collocamento dei fondi con elevate commissioni di up-front in conseguenza dell’applicazione del controllo costi/benefici. Sui fondi con elevate commissioni ricorrenti, invece, la situazione risulta più variegata, con un numero maggiore di intermediari, in Germania e Olanda, maggiormente impattati dai requisiti Mifid.

Le reazioni dell’industria dei fondi

«Abbiamo riscontrato significative differenze - spiega Giovanni Andrea Incarnato, EY Italy Wealth & AM Leader -. Per quanto riguarda gli asset manager, l’adeguamento alla Mifid II ha portato alla revisione della gamma prodotti in collocamento, a seguito della tendenza emersa a livello europeo di una maggiore attenzione degli organi di vigilanza verso la gestione dei prodotti equivalenti e la product governance. Inoltre, ha favorito la stipula di accordi con piattaforme in grado di semplificare la complessità operativa, con conseguente riduzione dei costi per la gestione dei prodotti, e la definizione di una strategia della gamma per valutarne la quota da destinare all’offerta di prodotti sostenibili».

Gli impatti sulla gamma di prodotti

Pressoché la totalità degli operatori europei si è dotata (o sta per dotarsi) di processi per valutare i prodotti equivalenti. Tali controlli hanno avuto un impatto piuttosto rilevante sul collocamento dei prodotti. Infatti, la quasi totalità dei distributori in Italia e in Europa ha affinato la gamma prodotti a fronte del requisito sui prodotti equivalenti. «Ma c’è anche stato un impatto sulla differenziazione della gamma di fondi in relazione al modello di servizio offerto in base al segmento di clientela - aggiunge Incarnato - nonché un’evoluzione dei modelli di adeguatezza e dei sistemi di raccolta dei bisogni dei clienti».

In tutti i mercati, gli operatori hanno valutato di ridurre i fondi a catalogo con elevate commissioni (sia up-front sia ricorrenti). In Italia, così come in Lussemburgo, il fenomeno ha interessato un minore numero di intermediari rispetto agli altri mercati analizzati. Infine, sul fronte della consulenza il mercato europeo si sta orientando sempre più verso modelli fee-based per la clientela private.

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