Opinioni

In una Europa senza lavoratori è giunta l’ora di «formarli a casa loro»

di Andrea Goldstein e Alessandra Venturini

(donfiore - stock.adobe.com)

5' di lettura

Erano mesi che il settore dell’autotrasporto britannico avvertiva che Brexit ha avuto un effetto devastante e che non agire non è un’opzione di fronte al rischio di paralisi nella logistica. Guidare un camion non è un mestiere divertente e la “crisi di vocazioni” era già evidente quando cittadini dell’Unione, in stragrande maggioranza provenienti dal’Est, erano disposti a turni di lavoro massacranti per remunerazioni modeste. Ora la penuria di personale da cronica è diventata acuta, anche perché all’uscita del Regno Unito dall’Ue si sono aggiunte le conseguenze del Covid-19 (in particolare la cancellazione di 28mila esami di guida) e la riforma Ir35 della fiscalità per gli imprenditori in proprio (in questo caso i cosiddetti padroncini, che oltre una certa soglia sono ormai soggetti al pagamento di tutte le tasse e le assicurazioni). I guidatori autorizzati sono circa 300mila (un terzo di età superiore ai 55 anni) e a metà anno, secondo un’agenzia di recruitment specializzata (Driver Require), circa 12-15mila erano tornati in Polonia, Romania e altri Paesi. Una cifra nel frattempo raddoppiata, più o meno, a causa dell’Ir35.

Anche se è il caso che sta ricevendo maggiore attenzione in questi giorni, quello del trasporto merci britannico non è l’unico in cui la crescita rapidissima e apparentemente inattesa dell’economia incontra il collo di bottiglia della scarsità di manodopera, sia qualificata, sia non qualificata. In Italia sta succedendo nelle costruzioni, nel turismo, nel manifatturiero come per esempio la cantieristica navale. Gli ultimi dati Istat sulle vacancies mostrano che la quota che resta scoperta è superiore che nel periodo pre pandemia (in media del 1,8%, ma con punte del 2,6% nelle attività professionali, del 2,4% nelle costruzioni, del 2,3% nei servizi di alloggio e della ristorazione, e del 1,7% nei servizi alle imprese). Per fare sì che la crescita economica non si fermi bisogna cercare di assecondare le richieste del mercato del lavoro.

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Nel Regno Unito gli autotrasportatori non sono stati i primi a chiedere al governo una deroga, altre lobby come l’agricoltura e l’industria alimentare sono altrettanto dipendenti dalla manodopera straniera poco qualificata. Dopo aver invitato le imprese a pagare di più, di fronte alle prime immagini di code di fronte ai distributori di carburante, l’esecutivo ha però dovuto dare prova di maggior pragmatismo. La promessa è di concedere 5mila visti per camionisti e altrettanti per l’avicoltura. Ma è solo un palliativo: i visti sono per pochi mesi, fino a Natale, per garantire che i marmocchi inglesi non restino senza regali e che le famiglie non debbano scoprire la profonda saggezza delle considerazioni di Trilussa sulla media nel consumo di polli e tacchini. E non è che ci sia la coda per attraversare la Manica: chi è appena tornato in patria, e magari nel frattempo ha ritrovato un impiego, forse non ha più intenzione di spostarsi. Oltretutto in questo momento di boom economico, un europeo dell’Est probabilmente preferisce andare in Irlanda o in Olanda, dove la domanda per autotrasportatori esperti è altrettanto dinamica, le autostrade sono più moderne e soprattutto l’accoglienza dei migranti (quantomeno bianchi e cattolici) è relativamente più amichevole. Paradossalmente anche la candidata presidenziale del Rassemblement National Marine Le Pen ha dichiarato che, ove fosse nell’interesse nazionale, non si opporrebbe a concedere più visti temporanei per l’ingresso in Francia.

In un’ottica di medio periodo, la soluzione ideale consiste nel programmare i flussi migratori per farli collimare il più possibile con le richieste delle imprese. Muoversi in questa direzione ridurrebbe le strozzature produttive, evitando al contempo l’accumularsi di richieste di asilo. Al momento attuale, infatti, chi migra per motivi economici tende a presentare richieste di protezione internazionale senza avere le caratteristiche oggettive per ottenerla. Lo dimostrano i dati Istat dal 2016 – gli ingressi per motivi di lavoro sono calati, mentre sono cresciuti quelli per richiesta di protezione internazionale – ma sono considerazioni che valgono anche altrove. Si ridurrebbero i viaggi disperati che spesso si concludono tragicamente (nel Mediterraneo, ma anche alle Canarie e in Centro America), l’affollamento dei centri di accoglienza, il costo dell’assistenza durante la fase di presentazione della domanda e quello del rimpatrio quando la protezione internazionale non viene concessa. La migliore distribuzione degli stranieri tra canali diversi di entrata permetterebbe ai Paesi ricchi di concentrarsi sull’assistenza e l’inserimento di chi veramente è perseguitato in patria e pertanto elegibile alla protezione internazionale.

Al permesso di entrata per motivi di lavoro andrebbe abbinato l’investimento in formazione professionale nei Paesi di origine. I tedeschi, che nel dopoguerra inviavano in Italia gli imprenditori per selezionare e formare gli operai specializzati, lo stanno facendo ora nella sponda meridionale del Mediterraneo, insegnando competenze sia hard sia soft. Anche i Paesi di origine fanno la propria parte: il governo delle Filippine, ai propri cittadini che richiedono il visto all’espatrio per motivi di lavoro temporaneo, impone un pre-departure training che copre i rudimenti del lavoro che andranno a fare, così come le norme e gli usi della destinazione. Non sorprende più di tanto che i filippini residenti all’estero siano in grande maggioranza occupati.

In un’Europa che invecchia e si spopola, col tempo la migrazione per motivi di lavoro da temporanea è destinata a diventare permanente, confermando l’ironica affermazione degli accademici che nulla è più permanente della migrazione temporanea. Ormai l’approccio tedesco dei Gastabeiter, i lavoratori ospiti venuti per lavorare a tempo e pronti a rifare le valigie quando non sono più necessari, ha fatto il suo tempo. Il visto non potrà che essere a tempo indefinito e a quel punto bisognerà creare nuovi cittadini e investire di più perché si identifichino nella cultura del Paese di destinazione. La migrazione temporanea può insomma rappresentare un primo passo in un percorso che conduce alla stabilizzazione della residenza e poi alla cittadinanza. Se gli immigrati lo vogliono, giacché molti preferiscono rientrare nel Paese di origine, alimentando domanda ulteriore di lavoratori stranieri.

Resta in ogni caso la necessità di programmare i processi di reclutamento e di mobilità, per evitare che la vulnerabilità di chi emigra si trasformi in vero e proprio sfruttamento. L’opzione più efficace ci pare sia quella di attivare partenariati tra le organizzazioni di imprenditori e i governi locali e nazionali, che collaborino nella selezione e formazione dei lavoratori, prima dell’arrivo. I soldi europei per queste attività ci sono, per esempio il Trust fund istituito con gli accordi de La Valletta del 2015, cui la Germania attinge per programmi in Tunisia, Ghana, Filippine e altrove, ma che in Italia spesso non vengono utilizzati. Il Pnrr non tratta esplicitamente della migrazione, ma nella misura in cui la mancanza di adeguate risorse umane si delinea come un ostacolo alla ripresa, potrebbe essere attivato per formare lavoratori stranieri per l’economia italiana.

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