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In Giappone la sostenibilità fa i conti con le contraddizioni

La crisi nucleare ha cancellato i target più ambiziosi

di Stefano Carrer


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Dicembre 1997, accordo di Kyoto varato: Raul A. Estrada-Oyuela, mediatore della conferenza sui cambiamenti climatici (a destra) è abbracciato dal ministro giapponese dell'ambiente Hiroshi Ohki (Ap)

3' di lettura

Non è un caso che l’accordo di Parigi del 2015 sia stato preceduto dal Protocollo di Kyoto del 1997: sui temi dell’ambiente e della sostenibilità l’attenzione di Europa e Giappone è tradizionalmente più alta che altrove. L’ultima manifestazione congiunta è arrivata un mese fa, quando a Bruxelles è stata firmata la «Partnership Ue-Giappone sulla connettività sostenibile e le infrastrutture di qualità» che implicitamente critica la Belt & Road cinese proprio per sospette carenze sul piano della sostenibilità (compresa quella del debito delle nazioni beneficiarie).

Senonché il Giappone si conferma come il Paese delle contraddizioni anche in questo campo: in fondo la sua diplomazia del clima ha toccato il picco proprio a Kyoto, mentre in seguito il Paese ha relativamente annacquato la sua naturale leadership sui temi della sostenibilità a causa di due fattori. Da un lato, l’esigenza di tutelare la sua industria ha portato Tokyo a insistere fin troppo sulla necessità di inglobare i Paesi emergenti in ogni nuovo piano collettivo, prima di firmare comunque a Parigi l’impegno a tagliare le emissioni nocive del 26% (rispetto al 2013) entro il 2030; dall’altro i target più ambiziosi sono stati cancellati e quelli sul lungo periodo resi più aleatori a causa della crisi del nucleare seguita all’incidente di Fukushima del 2011. Da una quarantina di reattori, quelli in attività sono scesi a una manciata, riducendo di molto l’energia emessa da una fonte pulita ma pericolosa. Per quanto otto anni fa Tokyo abbia varato un piano molto generoso di incentivi per il fotovoltaico, le fonti rinnovabili non hanno potuto sostituire che in parte la quota crescente che doveva essere assegnata al nucleare.

Il nuovo ministro dell’Ambiente - il 38enne Shinjiro Koizumi, considerato un candidato futuro alla premiership - si è persino distaccato dalla linea del partito suggerendo che il Paese debba arrivare in tempi ragionevoli alla fuoriuscita totale dall’energia atomica. In questo si è avvicinato alla linea di suo padre, l’ex premier Junichiro Koizumi, convertitosi in un attivista anti-nucleare.

Koizumi padre aveva lanciato nel 2004, al G8 tenutosi in Georgia, il concetto di «3R», poi diffuso nel mondo: Ridurre, Riutilizzare e Riciclare. In questo settore il Giappone fa scuola, in tecnologie e metodi. Un piccolo esempio: a Tokyo sono da tempo spariti tutti i cestini per rifiuti da strade e parchi, per evitare di offrire tentazioni alternative al rispetto scrupoloso della raccolta differenziata. Molte aziende nipponiche sono all’avanguardia nelle soluzioni per la sostenibilità ambientale. D’altra parte, il «costume» nazionale - con le sue ossessioni per la qualità e il livello di servizio - finisce oggettivamente per favorire sprechi ed eccessi in settori come il cibo e il packaging. Il premier Shinzo Abe, come leader del G20 di quest’anno, ha insistito sul tema e promosso l’iniziativa contro l’invasione del mare da parte delle plastiche.

Eppure il suo governo è diventato una bestia nera di Greenpeace. In un recente rapporto congiunto di Greenpeace Japan e Greenpeace Southeast Asia, si sottolinea che il Giappone è attualmente l’unico Paese del G7 che ancora sta attivamente promuovendo la costruzione di nuovi impianti a carbone sia in patria sia all’estero. Peggio ancora, Tokyo finanzia all’estero - soprattutto nell’area Asean e in India - la costruzione di centrali a carbone con livelli di inquinamento fino a 40 volte superiori a quelli consentiti in patria. Un «doppio standard» che Greenpeace stigmatizza al punto da ridicolizzare l’enfasi con cui Abe dice di voler promuovere «infrastrutture di qualità» nel mondo. Il problema è che per le utility giapponesi il carbone rappresenta la fonte di energia a più basso costo, tanto più che non hanno potuto usufruire del calo dei prezzi nel settore del gas in quanto intrappolate in contratti a lungo termine stipulati nel panico post-Fukushima. Così il carbone fornisce ancora quasi il 15% della capacità di generazione di energia elettrica e il suo apporto sta aumentando.

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