Aziende

In Italia in aumento le imprenditrici con origini migratorie

Oggi in Italia ci sono 136.312 imprese a conduzione femminile straniera, pari all'11,6% delle attività guidate da donne e al 23,8% delle imprese fondate da immigrati

di Filomena Spolaor e Greta Ubbiali

3' di lettura

Sono nate all'estero, arrivano soprattutto da Cina (34 mila), Germania (10 mila) e Albania (8 mila) e le loro aziende crescono a un tasso più elevato delle controparti maschili. Sono le donne con background migratorio che fanno impresa in Italia e che rappresentano circa il 10% di tutte le imprenditrici attive nel Paese. Oggi in Italia ci sono 136.312 imprese a conduzione femminile straniera, pari all'11,6% delle attività guidate da donne e al 23,8% delle imprese fondate da immigrati. Negli ultimi dieci anni sono aumentate del 42,7% e sono cresciute con un ritmo maggiore rispetto a quelle a conduzione maschile.

Sono aziende che hanno retto alla pandemia nonostante i dati sull’occupazione ci dicano che sono proprio le donne straniere ad avere sofferto di più i contraccolpi economici della cris: sul totale dei posti di lavoro persi tra 2019 e 2020 (456 mila), un quarto è da attribuirsi a donne straniere. I fattori di cittadinanza e genere contribuiscono ad aumentare il rischio di perdita del lavoro perché, evidentemente, è in quelle categorie che si concentra il precariato.

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Nelle imprese straniere femminili il processo di crescita si inserisce in un percorso di integrazione. «Nell'XI rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia si vede che le performance delle varie nazionalità sono diverse» commenta la professoressa Laura Zanfrini, responsabile del settore Economia e Lavoro della Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità). E aggiunge: «ci sono gruppi dove la maggioranza delle donne è fuori dal mercato del lavoro. Sono persone che provengono soprattutto da India, Bangladesh, Egitto e Marocco. Bisogna capire se è causa dell’appartenenza a culture patriarcali o se deriva dalla difficoltà di collocarsi nel mondo del lavoro. In altri casi - come per le donne filippine, ucraine o moldave - la percentuale di occupate è molto più alta anche di quella delle italiane».

Le imprenditrici immigrate, a fine 2021, sono 205.951 in Italia, pari al 27,3% degli imprenditori nati all'estero. Quasi l'80% possiede imprese individuali, ma il Paese d’origine condiziona molto l’attività svolta. Donne provenienti da Paesi come Bangladesh o India sono inserite soprattutto in comunità maschili e in imprese familiari. I dati provengono dall’analisi della Fondazione Leone Moressa che censisce qualunque donna con incarico in un'impresa, che può essere individuale o familiare, e quindi prende in considerazione anche aziende in società con parenti e fratelli.

«Alcune donne straniere riescono a fare carriera nell'ambito delle cooperative sociali, altre in piccole fondazioni o realtà aziendali. Tuttavia è faticoso soprattutto nell'approccio a una visione di multiculturalità, che se è presente nel settore dell’istruzione, non si vede nel mondo del lavoro in termini di investimento», spiega Mehret Tewolde, imprenditrice nata in Eritrea e che vive in Italia da quando aveva 13 anni. Tewolde è una ex dirigente nel settore informatico, ha lavorato 27 anni all'Istituto per le opere di religione (Ior) ed è stata la prima donna nera a fare carriera nella banca vaticana.

Oggi è la direttrice esecutiva di Italia Africa Business Week, che si occupa di favorire lo sviluppo commerciale tra le due geografie. Impegnata nel trasformare la visione stereotipata di Africa e Italia anche sul piano delle relazioni commerciali ed economiche, oltre che negli scambi culturali, Tewolde sottolinea: «Sono realtà che hanno le stesso modello di business e reggono su piccole medie imprese a conduzione familiare molto scalabili». A differenza dell’Italia, però, osserva la direttrice, «in Africa diversi Paesi hanno avuto un presidente donna». Il background migratorio porta con sé un bagaglio di esperienze utili per queste imprenditrici. Tewolde sostiene di essere approdata al mondo del lavoro con una autostima tale che il colore della sua pelle non ha costituito un problema. Il tema delle discriminazioni, però, esiste e viene affrontato da Grase, progetto costruito dalla Fondazione Ismu insieme a partner nazionali e internazionali e finanziato nell'ambito del programma europeo Rights, Equality and Citizenship. L’iniziativa si occupa di ridurre i divari di genere ed etnici.

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