Migrazioni e società

In una Italia che cambia pelle gli stranieri sono guardati con sempre meno diffidenza

La maggioranza dei cittadini auspica una legislazione più adeguata al processo di integrazione

di Daniele Marini

(Adobe Stock)

4' di lettura

L’Italia sta cambiando pelle nella composizione della popolazione, e non da oggi, in virtù della presenza di persone che provengono da altri Paesi. A dispetto dell’immaginario collettivo, il fenomeno migratorio non è legato agli sbarchi di questi ultimi anni, ma ha radici lunghe. All’inizio degli anni ’90 del secolo scorso le persone provenienti da altre realtà e residenti nel nostro Paese ammontavano circa all’1%, ma già dieci anni dopo, col nuovo millennio si approssimavano al 3 per cento. Oggi costituiscono mediamente circa un decimo (9%), poco più di 5 milioni. In molte zone dell’Italia sono parte integrante e costitutiva del Paese. Molte scuole restano aperte grazie alla presenza di giovani stranieri. Diverse imprese e interi settori produttivi (si pensi all’edilizia o all’agricoltura) continuano a vivere grazie a loro, considerato che pochi autoctoni accettano di svolgere mansioni ritenute poco qualificate. Numerose famiglie, senza l’opera di colf e badanti, si troverebbero in crisi nella gestione di familiari anziani o bisognosi di accudimento. Molte città sparirebbero dalla geografia, visto il progressivo calo demografico. Nel periodo 2007-2020, la quota di 30-45enni occupati è scesa dal 46% al 35 per cento. A fronte dei processi di digitalizzazione del sistema produttivo è facile immaginare come l’invecchiamento progressivo dei lavoratori possa costituire un fattore di freno. E le previsioni demografiche non volgono al bello, con un tasso di natalità che supera di poco un figlio per donna, peraltro in buona misura sostenuto proprio dalla componente migrante. Senza i migranti la struttura della nostra popolazione collasserebbe, diverse imprese entrerebbero in crisi per carenza di personale.

Nonostante siano trascorsi più di 30 anni da quando il fenomeno migratorio ha iniziato ad attraversare il nostro Paese, continuiamo ad affrontare la questione con una prospettiva emergenziale e non con una visione di lungo periodo. In passato, diversamente da altri Stati, si è sostanzialmente scelto di non porre filtri all’ingresso, di non privilegiare la provenienza da un Paese piuttosto che da un altro. Così oggi abbiamo poco meno di 200 nazionalità con culture, religioni, stili di vita assai diversi fra loro. Un melting pot, uno caleidoscopio di popolazioni affascinante, ma nel contempo difficile da gestire e integrare. Chiedere conferma agli insegnanti della scuola primaria dove si trovano in classe con bambini di 3 o 4 nazionalità diverse. L’assenza di una “politica estera dell’immigrazione” ha generato una sostanziale incapacità a gestire i flussi e, di conseguenza, i processi di integrazione sociale e culturale.

Loading...

Negli anni recenti l’attenzione è stata catalizzata dagli sbarchi sulle nostre coste, benché numericamente contenuti. Alcuni esponenti politici sono stati lesti a cavalcare il malessere di parti della popolazione, esasperando la polemica: illudendo di poter risolvere i problemi costruendo muri o proclamando espulsioni. In questo modo, però, si fatica ad affrontare il tema migratorio in modo pragmatico, senza farsi condizionare dal consenso immediato.

Le ricerche svolte in epoca precedente al Covid a livello europeo e italiano mettevano in luce come le popolazioni guardassero ai migranti con un misto di timore e paura e, nello stesso tempo, di solidarietà. Solo che, per una parte crescente, tendevano a prevalere le prime istanze, piuttosto che le seconde. Così, il barometro delle percezioni aveva spostato la lancetta verso l’area negativa. Sentimenti alimentati dalle notizie diffuse da media e social, che hanno contribuito a creare un immaginario collettivo disancorato dall’oggettività dei fatti.

Poi, però, arrivano almeno due elementi di cesura: il primo è la pandemia, che occupa l’intero orizzonte delle preoccupazioni per oltre un anno, i flussi si bloccano e il tema dei migranti esce dal cono di luce. Il secondo è dato dai successi sportivi di quest’estate. Hanno mostrato un’Italia composta da atleti italiani sì, ma dai cognomi esteri e dal colore di pelle diverso. Al punto che il presidente del Coni Malagò ha rivendicato un’Italia sportiva multietnica, integrata e proposto una semplificazione per gli sportivi nell’ottenere la cittadinanza. Gli ha fatto eco prima il ministro dell’Interno Lamorgese, appoggiando l’istanza e allargando la riflessione a tutti i migranti, e poi la proposta del leader del Pd Letta sul tema dello ius soli, subito rintuzzati da Salvini.

Al di là delle schermaglie politiche, l’orientamento degli italiani su questi versanti (Reputation Science per Open Fiber) ha invertito la rotta pre-pandemia. Non c’è dubbio che fra il 2017 e oggi, le percezioni degli italiani verso gli immigrati siano virate verso un sentimento più positivo. Se escludiamo l’opinione per cui chi delinque non ha distinzioni di cittadinanza (tanto gli italiani quanto gli stranieri sono una minaccia: 76,8%), aumenta l’idea che gli immigrati favoriscano la nostra apertura culturale (68,2%, era il 58,8%), così come siano una risorsa per la nostra economia (64,4%, era il 57,2%). Per contro, diminuiscono le percezioni che rappresentino una minaccia per la sicurezza individuale (21,1%, era il 31,4%), un pericolo per le nostre tradizioni (20,6%, era il 30,2%), un rischio per l’occupazione (17,7%, era il 30,0%). Auspicano invece un maggiore impegno verso la cooperazione internazionale, per aiutarli nei loro Paesi (66,7%).

Il mutare (in meglio) del sentiment verso gli stranieri, fa cambiare anche la predisposizione verso un’ipotesi di legge. Quasi un italiano su due (49,2%) accorderebbe la cittadinanza italiana a chi nasce nel nostro paese (ius soli), orientamento in costante progressione dal 2013 (29,3%). Diminuisce la propensione a mantenere lo ius sanguinis (15,4%, era il 20,4%) e così pure l’idea di una cittadinanza proattiva da parte del migrante e a condizione di un percorso di acquisizione e adesione ai valori e alla cultura italiana (35,4%, era il 45,0%).

Non c’è dubbio che il fenomeno migratorio sia complesso e contenga al suo interno una pluralità di questioni legate alla convivenza. Ma più si rinviano le soluzioni, maggiore è il problema che si genera. La grande maggioranza fra gli italiani auspica una legislazione più adeguata all’integrazione. In fondo, c’è la cognizione di essere già diventati una realtà nazionale composita, seppure in modo involontario. Un ceto politico responsabile e pragmatico dovrebbe avere la capacità di trasformarla in una comunità consapevole.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti