L’EUROPA DEL LAVORO

In Italia il gap delle scuole tecniche

di Cristina Casadei

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(ANSA)


3' di lettura

«Si immagini come ci si deve sentire quando telefonano persone in cerca di un lavoro che non riescono nemmeno a inviare il curriculum online. Noi imprenditori investiamo, rischiamo e poi ci ritroviamo alle prese con un mercato del lavoro e un mondo della scuola che sono disconnessi». La via verso la digitalizzazione è molto lunga, come ci racconta Liliana Carraro, che non nega la fatica che tra gennaio e febbraio la Antonio Carraro di Campodarsego (Padova) ha fatto per assumere 33 persone. Questa azienda che fa trattori per frutteti e vigneti che finiscono in tutto il mondo e ha un fatturato di circa 90 milioni di euro e 390 addetti, ricercava, per esempio, «meccatronici, magazzinieri, addetti alla carpenteria, ma anche buyer e addetti all’ufficio acquisti», elenca Carraro. Verrebbe da obiettare che un magazziniere in qualche modo si troverà. E invece no, è difficile trovare anche quello, se deve gestire «magazzini automatizzati dove gli addetti non toccano nemmeno i pezzi, ma comandano con pc e controllano con dispositivi digitali le macchine che vanno a rifornire la catena di montaggio - spiega Carraro -. I nostri magazzinieri devono avere una certa alfabetizzazione digitale e non è facile trovarne». Non parliamo allora dei meccatronici.

Le Antonio Carraro d’Italia sono molte di più di quanto si possa immaginare e a dircelo è il mismatch domanda offerta di lavoro che, secondo i dati Unioncamere-Anpal, in gennaio è risalito, in media al 25,1%. La difficoltà di reperimento schizza al 37% quando parliamo dei 13mila artigiani e operai specializzati, addetti alle rifiniture delle costruzioni, e al 41% per i 12.600 meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori di macchine fisse e mobili. Se poi parliamo di Industria 4.0 già nel 2017, spiegano da Unioncamere, la difficoltà di reperimento è superiore di oltre 6 punti rispetto alla media. Giovanni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria per il Capitale Umano, spiega che «grazie a Industria 4.0, la manifattura sta cambiando velocemente e urge formare persone che stiano al passo con le nuove tecnologie: per crescere alle imprese non bastano macchine all’avanguardia se poi mancano persone in grado di usarle, gestirle e innovarle. Senza un capitale umano adeguatamente formato non si compete. Il mismatch è molto preoccupante: i numeri ci dicono che nei prossimi cinque anni ci saranno più di duecentomila richieste da parte delle imprese di figure altamente professionalizzate».

Sembra proprio che l’offerta non sia in grado di tenere il passo con la domanda di Industria 4.0. Lo stesso direttore della Fondazione Adapt, Francesco Seghezzi, constata a sua volta che «il mismatch si sta aggravando con Industria 4.0». Premesso che l’Italia non è un caso isolato in Europa, certamente «la nostra situazione è appesantita dal fatto che noi non abbiamo un sistema di istruzione duale funzionante - interpreta Seghezzi -. Da poco è stata introdotta l’alternanza scuola lavoro, mentre i numeri dei nostri Its sono un centesimo della Germania, parliamo di un confronto tra 8mila e 800mila iscritti. Adesso dobbiamo monitorare con attenzione i risultati per cercare di migliorare la situazione».

Dietro il disallineamento che raccontano i numeri, forse, c’è il fatto che ci sono due mondi che non si sono parlati. «Forse, - spiega Brugnoli - da un lato l’industria deve comunicare meglio quante e quali sono le competenze di cui ha bisogno, ma dall’altro lato la scuola deve aprirsi di più e contaminarsi con il mondo produttivo, grazie anche a strumenti come l’alternanza scuola-lavoro». L’orientamento diventa così un tema centrale. «È necessario conoscere da vicino le vocazioni industriali dei propri territori - continua Brugnoli - e non considerare, ad esempio, percorsi come gli ITS (con oltre l’80% di occupati in un anno) come fossero percorsi di serie B».

Se le richieste di figure legate alla digitalizzazione «sono già da qualche anno in rapida e costante crescita», come conferma anche il presidente di Assolavoro Alessandro Ramazza, a lavorare per compensare il gap delle competenze ci sono anche le agenzie che dal 2012 «investono in formazione che prevede, per esempio, - racconta Ramazza - la lavorazione su isole robotiche, la simulazione 3D, fino ai più recenti Digital Manifacturing e Virtual Ergonomics. Ogni anno formiamo oltre 200mila persone e in un corso su due ci sono moduli su Industria 4.0 e digitalizzazione».

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