studio Ocse sul lavoro

In Italia un posto su due a rischio robot. Boom di contratti «atipici»

di Giuliana Licini


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(Sasint - Fotolia)

3' di lettura

In Italia un posto di lavoro su due è a rischio di automazione, cioè potrebbe essere sostituito dai robot e per un posto su sei si tratta quasi di una certezza. E' lo scenario di uno studio Ocse che analizza l'evoluzione del lavoro nei Paesi industrializzati anche nelle nuove forme «atipiche» di occupazione, dal precariato al part-time fino al lavoro autonomo (incluso quello «finto»). La Penisola spesso ne esce malamente, anche per le ampie disparità regionali. Il rapporto stima al 15% i posti ad alto rischio di automazione (cioè con una probabilità del 70% o più di essere sostituito da un robot o da una macchina) in Italia e al 35,5% i posti con un rischio significativo (tra il 50% e il 70%). Percentuali che sono superiori, sia pure non di molto, alle medie dell’area Ocse (14% e 32% rispettivamente), dove la quota dei lavori ad alto rischio di automazione varia dal 39% della Slovacchia al 4% di Oslo.

Rischio automazione maggiore nelle Marche
Ma sono molte elevate anche le differenze regionali all’interno dei singoli Paesi, con il «gap» minimo in Canada (1 punto percentuale) e massimo in Spagna (12 punti). Le regioni meno a rischio – spiega l’Ocse - sono quelle con un maggior numero di lavoratori con un’istruzione universitaria, una maggiore quota di posti nei servizi (meno rischiosi in termini di robotizzazione) e un’elevata urbanizzazione. In generale le regioni a bassa produttività sono quelle a maggior rischio di automazione e sono anche le regioni con i tassi di disoccupazione più elevati. Così come sono più a rischio le economie rurali sia perché hanno una minore quota di posti di lavoro nei servizi, sia perché, come avviene nel caso delle piccole città, spesso si basano su pochi datori di lavoro o su un singolo settore. In Italia, un po’ a sorpresa, la regione dove il rischio di automazione è minore è il Lazio (il 13,6% dei posti ha il 70% di probabilità di essere sostituito dai robot), quella con il rischio maggiore sono le Marche (15,6%). Ma ci sono anche le differenze settoriali: secondo le stime dell’Ocse il Veneto, avendo un maggior numero di occupati nei cinque ruoli più a rischio (assistente alla preparazione alimentare, autista o operatore di impianto mobile, lavoratore nelle costruzioni o nelle miniere, operatore di macchina, netturbino) è relativamente più a rischio della Sardegna.

Contratti «atipici», non solo un'opportunità Passando ai contratti di lavoro «atipici», come sottolinea l’Ocse può trattarsi di un’opportunità per aumentare l’efficienza aziendale e l’equilibrio tra vita personale e lavorativa attraverso una maggiore flessibilità, ma possono anche essere una condizione difficile, meno tutelata, con un reddito incerto e senza prospettive di carriera, adottata dalle imprese per ridurre il costo del lavoro. Una realtà, in ogni caso, che è in aumento in tutta l’Ocse e in Italia prevale la visione meno favorevole. In base allo studio nella Penisola i contratti di lavoro a tempo determinato sono passati dal 4,8% del 1985 al 14% del 2016 e il part-time è schizzato dall’8% a quasi il 20%. Il problema è che nel 72,5% dei casi, cioè per quasi tre lavoratori su quattro, si tratta di contratti precari «involontari», non voluti e che nel 66% dei casi il lavoratore avrebbe fatto a meno del part-time, percentuali in entrambi i casi tra le più alte dell’Ocse (la settima e la seconda rispettivamente). L’Italia e gli altri Paesi con un mercato del lavoro duale quali la Spagna, la Grecia e il Portogallo «registrano una maggiore insoddisfazione per i lavori ‘atipici’ a causa delle notevoli differenze nelle condizioni di lavoro rispetto ai contratti ‘tipici’, che offrono maggiore sicurezza, salari più elevati, benefici sociali e formazione».

(Il Sole 24 Ore Radiocor)


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