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In Libia ruolo Ue a guida italo-tedesca per contenere le ambizioni di Francia, Turchia e Russia

Solo dopo la conferenza di Berlino del 19 gennaio potrebbe essere decisa la creazione non di una forza di interposizione (tipo Libano) ma di una forza di “Peace monitoring” per controllare il rispetto del cessate il fuoco

di Gerardo Pelosi

Libia, Conte: nessuno spazio per la soluzione militare

Solo dopo la conferenza di Berlino del 19 gennaio potrebbe essere decisa la creazione non di una forza di interposizione (tipo Libano) ma di una forza di “Peace monitoring” per controllare il rispetto del cessate il fuoco


3' di lettura

Alla fine la resilienza di Giuseppe Conte nell’insistere sulla “soluzione politica” per la crisi libica è stata premiata con la convocazione della conferenza di Berlino di domenica prossima. Che sarà solo – è bene precisarlo subito – un primo anche se significativo passo verso quel faticoso processo di creazione di istituzioni democratiche nel Paese.

Già ora, però, si può considerare un indiscutibile successo europeo dopo nove mesi di guerra per procura che hanno coinciso con un cambio di Governo in Italia (l’unico Paese europeo che ha un’ambasciata aperta a Tripoli) e con nuove istituzioni elette in Europa. Non è mai utile semplificare troppo dossier internazionali complessi come quello libico dove si scontrano interessi geopolitici diversi (dai flussi migratori all’accesso alle fonti di energia all’egemonia nel Mediterraneo) ma le ultime settimane hanno visto un grande attivismo dell’Italia e della Germania, entrambi consapevoli che solo internazionalizzando con Berlino il dossier libico la questione poteva rimanere sotto governance europea invece di scivolare lentamente in mano alle diplomazie di Ankara e Mosca.

Con Palermo l’Italia aveva creato premesse per accordo
Le difficoltà di mettere allo stesso tavolo i due principali attori della crisi, ossia il presidente del Governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez al Serraj e il generale di Bengasi, Khalifa Haftar (che saranno presenti a Berlino ma non al tavolo della conferenza) erano ben chiari da tempo a Palazzo Chigi, almeno fin dall’autunno del 2018 quando si trattò di organizzare la conferenza di Palermo del novembre successivo che poi creò le premesse per l’accordo di Abu Dhabi due mesi dopo, fallito per le ambizioni di Haftar incoraggiate dal silenzio americano e dal sostegno di Egitto, Emirati e Arabia saudita.

Nove mesi di conflitto hanno però fatto capire anche a Washington che un atteggiamento di passività o puntare su Haftar in chiave anti Isis voleva solo dire consegnare la Libia ai russi senza che dovessero neppure mettere gli scarponi sul terreno come in Siria. Ora il segretario di Stato Pompeo e il consigliere per la sicurezza di Trump O’Brien hanno ripreso in mano il dossier e saranno a Berlino come membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Anche i francesi saranno a Berlino ma nella doppia veste di membri del Consiglio di sicurezza e come uno dei Paesi Ue maggiormente coinvolti nel dossier libico.

Ruolo Francia offuscato da Italia e Germania
Il ruolo della Francia è stato tuttavia un po’offuscato nelle ultime settimane dall’attivismo di Italia e Germania in stretto raccordo con le istituzioni europee. Berlino sarà la presa d’atto di tutto questo: dell’Europa che vuole conservare il controllo del suo cortile di casa, degli Stati Uniti che riconoscono che è stato un errore voltarsi dall’altra parte, dell’Italia che vuole conservare il suo ruolo e difendere i suoi interessi energetici, della Francia che non può più flirtare apertamente con Bengasi. Berlino sarà il primo passo per aprire la strada alla conferenza intralibica che si potrebbe tenere a Ginevra presso le Nazioni Unite premessa di libere elezioni politiche e presidenziali che prendano in mano il futuro del Paese per renderlo indipendente da ogni interferenza.

Solo dopo una forza di peace monitoring a guida europea
Solo dopo Berlino e la conferenza intralibica potrebbe essere decisa la creazione non di una forza di interposizione (tipo Libano) ma di una forza di “Peace monitoring” per controllare il rispetto del cessate il fuoco. L’Italia (che ha già sul terreno circa 300 militari sanitari nell’ospedale da campo di Misurata e a bordo di una nave officina a Tripoli) potrebbe essere disponibile a partecipare a una forza del genere decisa dall’Onu ma con un ruolo guida europeo. Così almeno si sono espressi negli ultimi giorni il premier Conte e i ministri degli Esteri, Luigi Di Maio e della Difesa, Lorenzo Guerini.

Per approfondire:
Libia, dopo la gaffe l'Italia recupera con Tripoli: Sarraj da Conte
Sarraj o Haftar? Chi sta con chi nel grande caos libico

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