intervista al direttore sanitario di ats milano

In Lombardia finora solo micro-focolai, a breve «carotaggi» più ampi

Vittorio Demicheli, epidemiologo e direttore sanitario dell’Ats della città metropolitana ha vissuto in prima fila la pandemia fin dalle prime ore. «Nuovi positivi dovuti a fase attiva di screening in corso», racconta.

di Michela Finizio

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Vittorio Demicheli, epidemiologo e direttore sanitario dell’Ats della città metropolitana ha vissuto in prima fila la pandemia fin dalle prime ore. «Nuovi positivi dovuti a fase attiva di screening in corso», racconta.


6' di lettura

«I dati dell’ultima settimana, appena inviati a Roma, registrano 880 casi lombardi di cui 560 circa erano secondari ai test sierologici». A raccontarlo è Vittorio Demicheli, epidemiologo e direttore sanitario dell’Agenzia di tutela della salute (ATS) della Città Metropolitana di Milano. Si tratta del 63% dei nuovi casi positivi emersi in Lombardia nell’ultimo monitoraggio settimanale. «Da un punto di vista epidemiologico si tratta di casi che non si sono determinati adesso: persone con test sierologico positivo vuol dire che hanno gli anticorpi e che, quindi, si sono infettate alcune settimane fa. Il contagio per queste persone è storia vecchia rispetto alla situazione epidemiologica attuale».

Il direttore sanitario della città metropolitana di Milano ha vissuto “in prima fila” la pandemia fin dal 21 febbraio, quando la notifica della positività del 38enne di Codogno è arrivata sulla scrivania di Demicheli. Oggi, dai numeri in possesso di Ats Milano, la situazione in Lombardia sembra sotto controllo: i nuovi casi, cioè i nuovi contagi, sono il risultato di un’intensa attività di screening in corso che punta a ricostruire la rete del contagio sul territorio. E il rischio di nuovi focolai è scongiurato?

L’emersione di piccole epidemie legate alla ricostruzione attiva della rete di contagio diventerà sempre più frequente. Ma questo non ci deve spaventare. Ora, quando ci segnalano un caso, facciamo una serie di accertamenti a catena: a guidare “la danza” è l'inchiesta epidemiologica; si chiede alla persona infetta l’elenco dei contatti esterni che ha avuto nelle ultime 48 ore e si risale ai contatti familiari e lavorativi stretti. Finora in questo modo in Lombardia abbiamo ricostruito solo focolai minuscoli, di due o tre persone al massimo. In altre regioni sono stati trovati focolai molto più grandi, per esempio quello all’interno dei servizi di trasporti di Bartolini a Bologna. Di solito i focolai più grossi li conoscono prima i giornalisti di noi epidemiologi, perché son quelli che vanno a finire sui giornali. Ma non escludo che qualche piccolo cluster possa essere trovato anche nella nostra regione, proprio perché stiamo vivendo questa fase di ricerca attiva molto intensa. Finora, il focolaio di dimensioni più grandi che abbiamo trovato è quello emerso all’ospedale Niguarda un paio di settimane fa.

Quindi più “si tampona” più emergono nuovi casi?

Fin dall’inizio si è diffusa l’idea che: se non fai abbastanza tamponi non trovi abbastanza casi. E questa polemica non si è mai sopita. Ma oggi siamo i casi nuovi che si determinano sono sempre meno, vengono reperiti occasionalmente. Abbiamo ancora tantissime segnalazioni da parte dei medici di base che, però, spesso non si traducono in tamponi positivi. Va bene, perché vuol dire che hanno sensibilità. Ma i nuovi casi emergono soprattutto perché vengono cercati attivamente. Stiamo uscendo dall’epidemia e la nostra capacità di controllo è molto abbondante rispetto ai casi che ci sono, quindi possiamo seguirli. A breve inizieremo a fare quelli che vengono chiamati “carotaggi”, cioè in pratica tamponi sempre mirati intorno ai casi infetti, ma con un raggio più ampio rispetto a quello applicato finora. Stiamo pensando di allargare i criteri di ricerca. L'idea è di cercare un po' di asintomatici, proprio perché in questo momento la nostra capacità di tamponare eccede il bisogno. In pratica, se le indagini ci indirizzeranno verso una località, un quartiere o un punto vendita, l’idea è di mappare tutta quella zona o tutto quell'edificio, e non di procedere solo “per contatti stretti”.

Qual è il profilo dei nuovi infetti? Sono medici, anziani oppure lavoratori “a rischio”?

Finora non abbiamo trovato caratteristiche individuali che ci orientino verso qualche gruppo più o meno a rischio. Magari. Dopo la prima fase acuta in cui le diagnosi si concentravano solo negli ospedali e poi sulle prime collettività più fragili, tipicamente le Rsa, poi non abbiamo trovato altri gruppi particolarmente a rischio. Certo, gli operatori sanitari restano più esposti, ma sono anche quelli che si proteggono maggiormente: i test sierologici hanno riscontrato una positività media sul territorio intorno al 6-8%, mentre nei lavoratori della sanità si arriva intorno al 17 per cento. I contagi più recenti sono sporadici, quando non isolati, e si presentano al massimo in coppia tra familiari o nella cerchia lavorativa.

Può confermare che i nuovi positivi sono senza sintomi o, comunque, meno contagiosi?

Qualche pauci-sintomatico può ancora capitare, ma la maggior parte dei nuovi casi sono asintomatici. Per la maggior parte rientrano nella nuova categoria della “bassa positività” su cui stiamo aspettando un pronunciamento del Comitato tecnico scientifico e del ministero della Salute. Arrivano aneddoti di persone che hanno fatto la malattia, poi hanno avuto due tamponi negativi che hanno certificato la fine della malattia. In seguito hanno deciso di fare il test sierlogico risultato positivo e quindi un nuovo tampone che, fatto a distanza di due mesi, è di nuovo risultato positivo. Ecco, pensare che questi casi siano di nuovo contagiosi, cioè che si siano reinfettati, è difficile. Non si conoscono ancora casi di reinfezione, si tratta probabilmente di residui virali nelle alte vie respiratorie di queste persone. Al momento questo resta un problema: rischiamo di sequestrare in casa persone che non sono pericolose. Però, al momento, le procedure da seguire sono queste.

Cosa va fatto ancora, secondo lei, in vista di settembre e per farci trovare pronti a una nuova eventuale ondata di contagi?

In questi mesi Ats ha organizzato servizi che, rispetto all'ultima riforma lombarda della sanità che definiva compiti e mansioni, risultano di fatto un’anomalia. Un po’ di disguidi e di imperfezioni sono derivate da questo fatto: abbiamo dovuto improvvisare una capacità diagnostica che non avevamo e che non aveva nessuno in Italia; ma in Lombardia, in particolare, questa attività hanno dovuto farla degli enti (le Ats, ndr) che ormai avevano perso le competenze organizzative in materia. Avevamo esperienza di epidemie che, quando eravamo sfortunati, toccavano massimo 20-30 persone. Con il Covid-19 abbiamo gestito 25mila casi simultaneamente, per forza sono successi dei pasticci. Abbiamo dovuto improvvisare una capacità che non avevamo più e con dimensioni senza precedenti.

In vista dell’autunno dobbiamo portare a sistema questi aspetti, fare in modo che queste attività le faccia chi è capace a farle. Le Ats, invece, devono potenziare gli strumenti di indagine epidemiologica, guida delle azioni di prevenzione.

Tradotto, dobbiamo evitare di commettere ancora gli stessi errori?

C’è stato questo momento di ubriacatura, dovuto anche alle comprensibili apprensioni di chi chiedeva sempre più tamponi. Ma continuo a pensare che la prima cosa da fare sia leggere i fenomeni e mirare gli interventi. In pratica, servono più persone che fanno il contact tracing. La regione si è impegnata per questo. Poi bisogna portare la nostra capacità diagnostica a sistema: quando servono le diagnosi, sia sierologiche o di tampone, queste vanno fatte da chi le sa fare. Alle Ats deve spettare solo il compito di ordinarle.

In pratica chi secondo lei deve occuparsi della diagnosi sul territorio?

A Milano c'è una capacità enorme di ospedali, così come di offerta diagnostica privata. Dobbiamo usarla bene e portarla a sistema. Le Usca, disegnate per l’emergenza dalle leggi nazionali, sono state uno strumento fondamentale per qualche settimana nella fase iniziale. Erano in grado di andare a domicilio dal paziente quando i nostri medici di medicina generale non potevano farlo perché non c'erano abbastanza dispositivi di protezione individuale. Ma sono state un palliativo: i medici di base che dovevano usarle ad un certo punto non se ne servivano nemmeno più, quando il numero di casi si è ridotto.

Bisogna dare un’organizzazione agli attori che operano sul territorio. I medici di medicina generale in situazioni di emergenza devono operare dentro a un tessuto organizzativo, altrimenti da soli non hanno efficacia. È una delle lezioni di questa pandemia: avevamo un medico di base ogni mille residenti, però nell’emergenza questa presenza non è stata utile. Certo, mancavano le mascherine. Ma nel frattempo le organizzazioni e gli ospedali invece hanno reagito, si sono organizzati per far fronte alla situazione di emergenza. Per fare la stessa cosa sul territorio bisogna dare una spina dorsale alla medicina generale. Da soli tanti piccoli professionisti nel loro studio non riusciranno mai dare risposte efficienti in una situazione di emergenza. C'è una grande volontà di coinvolgerli, ma bisogna innovare fortemente il loro modo di lavorare. Bisogna essere un po' coraggiosi, la pandemia ci chiede di cambiare.

Quali sono i principali rischi nei prossimi mesi?

Dobbiamo porre attenzione alle novità che ci aspettano. La riapertura scolastica è un passaggio importante perché, da un punto di vista probabilistico, mette in moto tante persone. Ricordo ancora oggi la tabella del Comitato tecnico scientifico, quando si è discussa la fine del lockdown: la scuola alla fine è stata sacrificata perché la fascia di età, dalla scuola all’università, da sola copriva quasi metà dei movimenti del nostro paese. Ora è giusto che debba riprendere, ma al netto dei comportamenti dei singoli vuol dire che aumenta il numero di persone che si muovono e, probabilisticamente, questo avrà delle conseguenze.

Allo stesso modo bisogna guardare con attenzione alla Lombardia come punto di forte attrazione. Forse il turismo quest'anno non sarà così intenso, ma da un punto di vista di attività economiche e di attività fieristiche i movimenti e i luoghi di aggregazione possono essere pericolosi. Bisognerà fare attenzione anche ai viaggi, da dove provengono le persone. Se Milano riparte con le sue fiere e le sue week, bisogna che faccia molta attenzione.

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