Interventi

In Lombardia interventi su gruppi di lavoratori

di Gianni Bocchieri


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(ANSA)

3' di lettura

Hanno ragione Tommaso Nannicini e Marco Leonardi (si veda Il Sole 24 Ore del 26 maggio) a sostenere che non può essere avanzata la richiesta di una controriforma del Jobs Act per la diminuzione delle domande di cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs), dopo la riforma degli ammortizzatori sociali e la quasi definitiva cancellazione di quelli in deroga. Non è da questo particolare che si può giudicare l’efficacia dell’ultima riforma del mercato del lavoro, anche perché la revisione delle causali della nuova Cigs ha perseguito il fine di renderla uno strumento utile ad affrontare i casi di crisi reversibile con il ritorno in bonis dell’impresa, a prescindere dall’andamento del ciclo economico, a fronte dell’introduzione della nuova indennità di disoccupazione Naspi, la cui universalità, durata e importo hanno giustificato la correlativa cancellazione delle indennità di mobilità.

In altre parole, è giusto sostenere che la nuova Cigs non possa essere considerata come una fase solo preparatoria dei licenziamenti di tutti i lavoratori coinvolti nella sospensione dell’attività lavorativa, a meno che non la si voglia ridurre a una surrettizia estensione della Naspi.

Il dibattito iniziato da Nannicini e Leonardi ha il merito di evidenziare la necessità di gestire le crisi con adeguati strumenti di politica attiva e non solo con misure di integrazione del reddito, sganciate da qualunque meccanismo di condizionalità. Lo stesso dibattito ha il merito di mettere in evidenza la necessità di garantire alle imprese tempi certi di conclusione delle procedure e i limiti della disciplina delle nuove politiche attive per la gestione dei percorsi di ricollocazione di gruppi omogenei di lavoratori, fin dall’inizio del periodo di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa.

Infatti, nel nuovo impianto normativo delle politiche attive, c’è solo una norma che prevede la possibilità per i beneficiari di strumenti di sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro, con sospensione superiore al 50% dell’orario di lavoro in un periodo di dodici mesi, di sottoscrivere un Patto di servizio personalizzato per la partecipazione a iniziative formative e di riqualificazione, sentito il datore di lavoro e anche con il concorso di fondi interprofessionali (art. 22 c. 1 e c. 2 del dlgs. 150/2015).

Sorvolando sulla difficoltà di individuare subito quelli inclusi in questa fattispecie, è evidente che questa previsione si riferisca a quei lavoratori che necessitano di interventi formativi e di riqualificazione finalizzati al reinserimento nella stessa azienda al termine della Cigs. Invece, per i lavoratori che concluderanno la loro sospensione lavorativa con la cessazione del rapporto di lavoro, non c’è altro strumento di ricollocazione, a meno che non li si possa equiparare ai lavoratori considerati “a rischio di disoccupazione” (art. 19, comma 4 d.lgs. 150/2015). Pur in tal caso, però, questi lavoratori sospesi potrebbero al massimo rilasciare la loro dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, se già in possesso della comunicazione di licenziamento, senza però ancora poter concludere un percorso di politica attiva con un reinserimento occupazionale. Del resto, nemmeno l’assegno di ricollocazione può essere adeguatamente usato per la gestione delle crisi, visto che è riservato ai soli percettori di Naspi da più di 4 mesi, oltre a essere su base volontaria e tendenzialmente costruito sulla profilazione soggettiva del singolo disoccupato.

A ben vedere, ancora prima dell’individuazione di ulteriori fonti di finanziamento, la gestione delle crisi con le politiche attive sembra richiedere una puntuale modifica del quadro normativo che consenta l’attivazione dei lavoratori sospesi in Cigs in percorsi di formazione, di riqualificazione e di ricollocazione anche in imprese diverse da quella in crisi. In ogni caso, le Regioni possono già esercitare il ruolo che il quadro costituzionale vigente riserva loro, anche con l’opportuno impiego delle loro risorse del Fondo sociale europeo, purché siano lasciate libere di programmare i propri interventi sulla base di effettivi fabbisogni emersi dal territorio.

Sulla base delle esperienze di prossimità alle crisi, Regione Lombardia ha realizzato che anche le sue politiche attive, pur universalistiche, centrate sul singolo disoccupato, possono non essere adeguate per rispondere ai bisogni dei gruppi di lavoratori coinvolti nelle crisi. Perciò, con le parti sociali è stato definito uno strumento di politica attiva di interventi coordinati per gruppi di lavoratori, gestito da partenariati tra i diversi attori del mercato del lavoro, con capofila gli operatori pubblici e privati accreditati ai servizi per il lavoro, che nel mercato del lavoro sono liberi di concorrere e di collaborare in rete, per raggiungere l’obiettivo dell’inserimento occupazionale.

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