Fine di un’epoca

In morte del Totocalcio, matrimonio tra azzardo e pallone che unì l’Italia

di Francesco Prisco


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Lino Banfi bacia la schedina vincente nel film «Al bar dello sport». Con la fine del Totocalcio quel mondo finisce

4' di lettura

Il reddito di cittadinanza? Sciocchezze. La flat tax? Quisquilie. Il taglio alle pensioni d’oro? Pinzillacchere. L’abolizione della povertà? Questioni di lana caprina, perché in questo solenne momento il governo del cambiamento ha davvero cominciato a cambiare le cose. Come? Con l’abolizione del Totocalcio, il «gioco dei giochi» che dal 1946 in avanti - dall’anno in cui il giornalista Massimo Della Pergola lo inventò - ha unito in matrimonio (civile e religioso) le grandi passioni degli italiani: azzardo e pallone, eterna caccia all’episodio che ti cambia la vita e indole da commissario tecnico di ciascun inquilino della Penisola.

La riforma dei pronostici sportivi di Stato
Perché si dà il caso che un emendamento dei relatori alla Legge di Bilancio approdato martedì 18 dicembre alla commissione Bilancio del Senato preveda una radicale riforma dei cosiddetti «concorsi pronostici sportivi». Per rilanciare questa tipologia di gioco «che non comporta rischi connessi al disturbo da gioco
d’azzardo» via Totocalcio, Totogol e «Il 9», destinati a essere rimpiazzati da un unico prodotto che dovrebbe veder crescere le possibilità di vincita e gli spazi pubblicitari in Deroga al decreto dignità. La promozione, da quanto si apprende, sarà affidata alla nuova Sport e Salute, una nuova Spa dello sport che andrà a sostituire Coni Servizi. Come, quando e perché avverrà tutto ciò è tutto da comprendere, ma non sarà certo a questi dettagli che immoleremo questo ennesimo cambiamento del governo del cambiamento.

Il lento declino del «gioco del mondo»
Sì, abbiamo capito cosa state per dire: l’era del Totocalcio è finita. E da un pezzo. Questo singolarissimo «gioco del mondo», roba che manco Julio Cortázar, era ormai praticato da soli 38mila irriducibili che l’anno scorso si sono contesi un montepremi di 200mila euro. Briciole a confronto con i 34 miliardi di vecchie lire che il concorso metteva in palio nel ’93. Perché nel frattempo la liberalizzazione delle scommesse sportive (in principio furono i Mondiali di Francia ’98) ha portato a una proliferazione dei canali di betting, a una moltiplicazione delle combinazioni vincenti e a una semplificazione delle circostanze di vincita che si sono tradotte in un radicale cambiamento nelle abitudini del giocatore. Detto facile facile: prima dovevi azzeccare 13 o 12 risultati esatti per portare soldi a casa, oggi puoi scommettere su una molteplicità di fattori, quindi vincerai meno soldi rispetto al sontuoso jackpot da 64 milioni di lire messo a segno nel ’47, ma l’obiettivo è più alla portata. Perché te lo ritagli su misura.

Miti e riti della schedina
Abbiamo capito cosa volete dire, ma lasciate parlare chi l’età dell’oro del Totocalcio l’ha vista, vissuta e goduta: oggi ci sentiamo un po’ più vecchi, più tristi e più poveri. È come se ad andarsene fosse un pezzo dell’identità costituzionale di questo Paese. Perché la storia la conoscete: Massimo D’Azeglio, fatta l’Italia, pretendeva di fare gli italiani. Avesse inventato lui il Totocalcio, ce la saremmo cavata almeno 85 anni prima. Perché in Italia avremo pure 20 regioni, 94 tra province e città metropolitane, più di 8mila comuni e 24 varianti dialettali, ma miti e riti della compilazione della schedina, tra il venerdì mattina e il sabato pomeriggio, erano pressoché gli stessi. Tutta una litania di 1X2. Da Siracusa a Bolzano.

L’epopea del bar dello sport
Fa fede il successo di Al Bar dello Sport (1983), film di Francesco Massaro con un Lino Banfi molto distante dal diventare l’attuale «nonno d’Italia» che, per dar retta a Jerry Calà, barista afono ma non privo di un certo sesto senso, piazza un 2 su Juventus-Catania che gli vale lo storico 13 da 1 miliardo e 300 milioni di lire. «Guarda, si vede tutto il mondo da qui», commenterà orgasmatico il comico pugliese osservando il panorama dalla Mole Antonelliana. «Monte Bianco, Monte Rosa... Montepremi! Diciotto miliardi di montepremi!». Un cult movie per molti, diciamo per tutti quelli che ci hanno visto dentro un pezzo della propria storia, nelle fantasticherie del totogiocatore alla vigilia delle partite come nei rituali voodoo che compie davanti alla radio sintonizzata su Tutto il calcio minuto per minuto.

Le teorie di don Ciccio e quel Lecce-Napoli 1-0
Miti e riti, dicevamo: voi avrete i vostri, noi abbiamo i nostri. Quelli dell’hinterland napoletano di metà anni Ottanta, per la precisione. A Pompei il leggendario maestro Catapano dedicava per esempio un’ora della lezione del sabato mattina alla compilazione della schedina. Esercizio in cui pure gli alunni più distratti della scuola elementare comunale recuperavano il massimo dell’attenzione. Nell’aula sulle cui mura, non troppo lontano dal Crocifisso e dall’immagine di Cossiga presidente, campeggiava un Maradona esultante. Davanti al Bar Brasile don Ciccio Tortora, ex economo del Santuario, studioso della Pompei antica e del pensiero epicureo, dispensava consigli. Ma solo agli avventori più insistenti: «Nel mese dei morti ci vogliono le croci». Tradotto: a novembre prevalgono le X, i pareggi. Superstizione? Macché, era scienza. Perché, quando piove da un capo all’altro dello Stivale, i campi si appesantiscono. E gli 0-0 abbondano. Nel 1988 in famiglia sfiorammo un clamoroso 12. Sbagliammo due soli risultati: una partita di B e Lecce-Napoli, finita a sopresa 1-0. Per vincere avremmo dovuto mettere 1 ma, su quella partita, proprio non si poteva. Sarebbe stato come bestemmiare: su quella partita c’era il 2 fisso. Fu lì che capimmo che nella vita non bisogna mai confondere i soldi con l’amore.

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