LIBRI

In moto con John Berger

di Riccardo Ferrazza

John Berger, Pit stop in Haute-Savoie

4' di lettura

Prima pittore, poi critico d’arte. In seguito poeta, romanziere, sceneggiatore cinematografico, autore teatrale, giornalista e di nuovo pittore. Ma anche motociclista. Il britannico John Berger (1926-2017) è stato un intellettuale eclettico, per alcuni l’ultimo esemplare di una generazione che ha espresso il talento multiforme del quasi coetaneo Pier Paolo Pasolini: individui capaci di spaziare senza rinchiudersi in una singola forma espressiva. Versatilità che, nel caso di Berger, si è esercitata anche sulla passione per la moto, mezzo di trasporto usato fino alla soglia dei novant’anni e fonte di ispirazione per riflessioni che appaiono a intermittenza nella sua vasta produzione letteraria.

Frammenti sparsi ora raccolti in una piccola antologia, curata da Maria Nadotti, intitolata Sulla motocicletta (Neri Pozza, 160 pagine, 12,50 euro). Dalla quale emergono notazioni come questa: «Una moto la piloti con gli occhi, con i polsi e con l’inclinazione del corpo. Gli occhi sono i più importanti dei tre. La moto segue e vira verso tutto ciò su cui si fissano. Segue il tuo sguardo, non le tue idee». “Modi di vedere” (“Ways of seeing”) era proprio il titolo dei documentari trasmessi dalla Bbc che resero Berger popolare negli anni ’70 nel mondo anglosassone: un’introduzione allo studio delle immagini in cui il critico d’arte si faceva divulgatore originale e dissacrante.

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Nel caso di Berger, però, meglio sarebbe dire “divagatore”. Non solo per prolificità e varietà di argomenti toccati (uno dei suoi numerosi libri era dedicato al fumo, Smoke) ma per un’arte negli accostamenti che lo fa somigliare a un altro intellettuale italiano, forse il più eclettico del ’900: Alberto Savinio, a sua volta insieme scrittore, pittore e musicista. Così, quando l’autore britannico mette insieme nelle stesse pagine (è il caso del racconto“Blackbird”, il nome della sua Honda Cbr 1100 alla quale era molto affezionato) una motocicletta e l’«Etica» di Baruch Spinoza, sembra fare suo l’invito che Savinio rivolgeva «utopicamente» ai propri lettori: superare «il pregiudizio della serietà che tanto buio spande sulle cose della coltura e comunque della vita».

E la vista (non la velocità) è il filo che tiene insieme le pagine in cui il tessitore di parole Berger parla dell’esperienza motociclistica. Anche il «senso di libertà» che la guida riesce a trasmettere non riguarda, per esempio, «la libertà di lasciarsi alle spalle gli altri» ma «spazialmente e soggettivamente, il concetto di mira» perché «non si pilota né con le braccia, né con il busto ma puntando gli occhi» ci spiega in “A che velocità va?”. La facoltà del vedere torna anche a rovescio: la visita (ovviamente in moto) alla tomba di Borges a Ginevra, dove vive la figlia di Berger (“Un guanto per Borges”), è un omaggio a un autore a cui la cecità non ha impedito di essere creativo fino alla fine della sua vita. E la voce narrante in “La moto di Jean Ferrero” è un passeggero che, seduto dietro al pilota (il padre), racconta il suo modo di guidare e avanzare nella notte («scava la strada nell’oscurità come una talpa sottoterra») durante una gita in Italia. Senza svelarci, se non alla fine, il segreto dei suoi occhi.

L’«invito al paesaggio» che l’autore dice di amare guardando il dipinto di Rembrandt “Il Cavaliere polacco” (nel racconto omonimo) ci ricorda anche la scelta di vita fatta da Berger nel 1974. A 38 anni, attratto dal mondo contadino, si trasferì con la seconda moglie russa Anya Bostock in una fattoria del villaggio di Quincy, nell’Alta savoia (dove avrebbe continuato a vivere con la terza moglie, Beverly Bancroft). Dalle Alpi francesi, dopo un’interruzione dovuta agli impegni familiari, da sessantenne riprese la moto: una scoperta che avava fatto in gioventù quando, servendo la British Army durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale, era addetto alla staffetta. Quella stessa passione negli anni ’50 lo aveva portato a viaggiare attraverso l’Europa: uno dei suoi primi itinerari fu da Londra ad Amsterdam e da lì fino a Roma.

Non si parla nel libro di questo “grand tour motociclistico”, né dell’arrivo nella capitale italiana. Con un gioco letterario, però, si possono immaginare gli ultimi chilometri di quell’esperienza con gli occhi di un altro motociclista, il «superbrigadiere-centauro» Guerrino Pestalozzi, personaggio minore di «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana», protagonista di alcune pagine “motoristiche” frutto di perlustrazioni su due ruote del suo autore, Carlo Emilio Gadda. «Ripreso l’andare - si legge nel romanzo uscito nel 1957 -, il guidatore ubbidì alla strada, la macchina si rivolgeva alle curve, inclinandosi con i due uomini... Roma gli apparì distesa come in una mappa o in plastico: fumava appena, a porta San Paolo: una prossimità chiara d’infiniti penzieri e palazzi, che la tramontana avea deterso, che il tepido sopravvenire di scirocco avea dopo qualche ora, con la cialtroneria abituale, risolto in facili immagini e dolcemente dilavato».

Un viaggio all’alba in moto verso la capitale che fa riemergere nel motociclista gaddiano il sogno fatto la notte precedente. L’autore nota allora che «il tempo in cui diremmo che si distendano i sogni ha viceversa la rapidità diaframmante d’uno scatto di Leika (sic)». Moto, paesaggi e fotografia: si torna a “Jb”.

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