sfilate giorni 1/ 2 / 3

In passerella a Parigi show rassicuranti (e concreti)

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

La moda può ancora emozionare, in quest’epoca sconfortante di marketing supremo e affarismo spietato? Certamente. Avviene di rado, ma ancora: quando emergono onestà e visione. La carovana della moda si è spostata a Parigi per l’ultimo spezzone del logorante fashion month, ma è solo adesso che arriva un afflato toccante e rinfrancante, dopo l’affastellarsi di show che impressionano per essere subito dimenticati, dopo il cinismo che rende sterile ogni cosa. È Dries Van Noten regalare il primo frisson, accolto da una meritata standing ovation. Negli spazi immensi e grezzi del palasport di Bercy, smaterializzati dai lunghi specchi e da una colonna sonora avvolgente e cinematografica, Van Noten mette in scena la propria centesima sfilata: non una retrospettiva, o una celebrazione, ma il rissunto di uno stile irripetibile, insieme lirico e concreto.

Il dialogo tra maschile e femminile, topos da sempre caro a Van Noten, è risolto con un limpidezza piena di anima, in un alternarsi di pezzi sartoriali dai volumi protettivi e abiti impalpabili che accarezzano il corpo ammantandolo di disegni geometrici, di tessuti fermi e opachi o scintillanti e serici. Nulla di più, eppure c’è tutto quel serve. Ovvero i vestiti, ispirati e desiderabili. Spettacolare il cast: modelle di ogni età, in particolare vecchie glorie entrate ormai nell’immaginario collettivo e capaci di interpretare un abito con lo sguardo e il passo.

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Rick Owens e Paco Rabanne in passerella a Parigi per la donna A/I 2017-18

Rick Owens e Paco Rabanne in passerella a Parigi per la donna A/I 2017-18

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Rick Owens è l’altro affabulatore titanico e toccante della moda di oggi, fedele a una visione tutta sua del mondo e del vestire ma sempre pronto ad evolverla, ad esplorare territori e concetti progressivi, magmatici, illuminanti. Filosofico nella riflessione, brutalista nell’espressione, Owens riflette sulla natura rituale della sfilata e sull’idea stessa di civiltà - oggi che la macchina del progresso pare essersi inceppata. Il risultato è una parata di figure bulbose e sbrecciate, incoronate con tiare di recupero, chiuse dentro cappe come collage tridimensionali: sublime e terribilmente malinconica, ma proprio per questo galvanizzante.

È una emozione in crescendo la collezione di Maison Margiela L’istrionico John Galliano si muove con assoluta libertà dentro la casa che fu dell’anonimato delabré, trovando il proprio spazio di manovra. Se alcuni aspetti del suo lavoro - il gusto del non finito, le distorsioni sartoriali - sono coerenti con i valori Margiela, altri - l’istrionismo psichedelico e la teatralità compiaciuta - non lo sono affatto. Eppure l’unione degli opposti funziona a meraviglia. Galliano esplora l’idea dello scheletro dell’abito, ritagliando aperture che sottolineano la struttura dei capi. Parte in semplicità assoluta per poi decora sfrenatamente, e il viaggio è trascinante.

Non risparmia mezzi e colpi di scena Anthony Vaccarello, alla seconda prova da Saint-Laurent: lo show è una megaproduzione en plein air, nel cantiere della Rive Gauche che a breve sarà la nuova sede della maison. Il fumo negli occhi è parecchio, ma c’è anche un po’ di sostanza, in particolare nella sera scintillante. Certo, Vaccarello è uno stilista monocorde, non il curatore di un immaginario come Slimane: da Saint-Laurent continua a proporre i miniabiti angolosi e le silhouette grafiche della sua linea eponima. Aggiunge volant, guanti e stivali, e il gioco convince. Un maggiore respiro stilistico, in futuro, sarebbe benvenuto.

È maturo il talento di Julien Dossena, prodigio calmo che ha ridato lustro a Paco Rabanne. Ormai è cosí sicuro da provarsi anche con il metallo, essenza della maison, senza replicare i futurismi che furono di Paco in persona. Decostruisce e fluidifica, in una visione insieme galattica e ancestrale che è potente e sintetica.

Da Rochas, Alessandro Dell’Acqua trova un felice equilibrio tra rigore ed eccentricità, e produce la sua collezione forse più riuscita. Nessuna divagazione, sbavatura, concessione: solo bei vestiti, e una idea autentica di eleganza. È una eleganza classica ma ripensata, certo, e per questo rilevante, nella generale esaltazione del più violento caos estetico.

Le cose non quadrano ancora da Lanvin, dove Bouchra Jarrar oppone flou e sartoria affilata con una certa grazia, che però rimane fredda. L’ultima prova di Clare Waight Keller per Chloè è un gioco di opposti tra perbenismo e psichedelia, mentre nello show di H&M non sono certo gli abitini di cotone e la semplicità multiculturale a spiccare, ma il cast di bellezze provenienti dai quattro angoli del globo. Il culto della personalità, per la ME generation, è tutto.

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