A TAVOLA (VIRTUALE) CON DANTE ROSCINI

«In questa crisi le vecchie regole del capitalismo non valgono più»

Dai vertici della finanza internazionale all’insegnamento ad Harvard, un percorso di vita che intreccia gli investimenti pubblici e privati

di Paolo Bricco

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Ritratto di Ivan Canu

Dai vertici della finanza internazionale all’insegnamento ad Harvard, un percorso di vita che intreccia gli investimenti pubblici e privati


6' di lettura

«I miei amici qui ad Harvard definiscono l’Europa “the sinking museum”, il museo che affonda. Usano questa espressione da dieci anni. Da quando la crisi del 2008 e la crisi del debito sovrano del 2012 hanno mostrato la disunione politica, culturale ed economica dell’Unione europea, che si sarebbe sgretolata prima nell’euro e poi nell’intera architettura istituzionale senza la difesa del presidente della Bce Mario Draghi. Lo sguardo americano classico sull’Europa, però, non basta più. La crisi della globalizzazione e quest’ultima recessione attivata dal coronavirus stanno modificando il profilo del mondo e impongono un cambio di paradigma. Nelle policy. Nelle banche centrali. Nel rapporto fra pubblico e privato. Nelle priorità».

Dante Roscini, classe 1958, è stato per vent’anni un banchiere d’affari ai vertici di Goldman Sachs (capo del mercato dei capitali in Europa), Merrill Lynch (numero uno globale del mercato dei capitali azionari) e Morgan Stanley (responsabile di tutte le attività in Italia). Nel 2008, ha cambiato vita diventando docente alla Harvard Business School: «I miei colleghi definirono la mia decisione di allora “financial suicide”. Guadagnavo somme importanti e avevo il particolare potere che si ha negli affari. La mia vita però non era equilibrata. La quotidianità non aveva senso. Non vedevo mai mia moglie Paola e i nostri due gemelli, Flavia e Giorgio. Un giorno volai da Londra a Tokyo. Presi un taxi. Andai a una cena con un cliente. Ripresi un taxi. Rientrai a Londra con l’aereo. Mi trovavo in una meta-realtà», spiega dalla sua casa di Newton, un sobborgo residenziale di Boston, a dieci minuti di macchina dall’università.

Siamo collegati via Skype. In Massachusetts sono le due del pomeriggio. In Italia le otto di sera. Anche gli Stati Uniti sono colpiti dalla pandemia di coronavirus. Harvard, come tutte le università, ha riconvertito l’insegnamento tradizionale all’online. Alle spalle di Dante si vede un papier peint francese in cui Telemaco arriva sull’isola di Calipso: appartiene, dal 1818, alla famiglia della moglie Paola. Paola, che si è spostata con il marito fra New York, Londra e Boston, è di Genova (Dante, invece, è perugino ma romano di adozione) e anni fa scriveva di mostre e di cultura dagli Stati Uniti per il Domenicale. «Io ho uova e asparagi come primo piatto. Tu che cosa hai?», mi chiede. Io replico con una piadina ripiena di arrosto e di melanzane, in un tempo che impone la riduzione al minimo delle uscite nei negozi sottocasa, scombina le abitudini e fa accendere la fantasia combinatoria in cucina.

«Sta veramente cambiando tutto. Essere ad Harvard garantisce un punto di osservazione molto interessante», dice Roscini, uno dei dieci “professor of practice” fra i duecentoventi docenti della business school («siamo quelli senza il dottorato»). Roscini ha un legame stretto con Harvard e con Boston: la summer school di due mesi ad Harvard per imparare l’inglese («frequentavo ingegneria nucleare alla Sapienza, un giorno andai da Harvard al Mit a parlare con il guru del nucleare Norman Rasmussen, rimasi colpito dal piccolo reattore per gli esperimenti che avevano in dipartimento»), poi l’Mba e, venti anni dopo, la docenza. Harvard, nella gerarchia intellettuale delle classi dirigenti angloamericane e filoatlantiche, è uno dei canoni ortodossi. Che, adesso, si misura con la realtà: «Le frontiere sono sempre più chiuse. Gli investimenti stranieri sono sempre più ostacolati. Con l’amministrazione Trump il Cfius, il Committee on Foreign Investment in the United States, è diventato più influente e incisivo. In Australia, dalla scorsa settimana, il Foreign Investment Review Board deve pronunciarsi su ogni investimento estero: perfino sull’acquisto di un monolocale a Melbourne». La decostruzione delle catene globali del valore è in corso da almeno quattro anni. Dal 2001 ad oggi, la Cina è passata dal 4% al 16% del PIl mondiale, è entrata in tutte le supply-chain ed è diventata centrale nel 5G e nell’intelligenza artificiale, nelle nanotecnologie e nell’auto elettrica.

Io verso mezzo bicchiere di Montepulciano. Niente vino per lui, solo acqua, a pranzo. In più questo pomeriggio partecipa a un seminario online con altri colleghi: «Questa crisi pandemica ha acceso un dibattito frenetico fra scienziati e economisti, studiosi di politica e storici».

Roscini, oltre a insegnare finanza, tiene anche un corso di Business, Government and International Economy: «In questo cambio di paradigma, le regole vanno tutte riviste. Il ruolo delle banche centrali, per esempio. Tradizionalmente, la loro indipendenza serviva a tutelare dal rischio di inflazione. Adesso, però, il pericolo è la deflazione. La politica monetaria e la politica fiscale devono necessariamente dialogare. In una crisi così profonda e dalla doppia natura, sia di domanda che di offerta, le vecchie regole del capitalismo non funzionano più. Lo Stato deve farsi carico delle spese necessarie. Soprattutto perché i consumi e gli investimenti privati saranno fortemente ridotti».

Dante, seguendo il filo di questo ragionamento, ricorre al pragmatismo da banchiere d’affari in sonno: «Alla fine, saranno inevitabili un aumento e una monetizzazione del debito, come ha suggerito Draghi due settimane fa sul Financial Times». In questo contesto, l’Italia e l’Europa rischiano di rimanere stritolati. «Nessuno può predire quale sarà la risposta corretta ed efficace – osserva – ma di sicuro gli Stati Uniti sono stati molto rapidi. Donald Trump ha predisposto uno stimolo fiscale doppio rispetto al Tarp di dieci anni fa: il 10% del Pil americano oggi contro il 5% ieri. L’Unione europea, invece, è sempre di una lentezza esasperante e fa fatica a districarsi fra la necessità di supportare i Paesi del Mediterraneo e il timore di danneggiare l’edificio comunitario condividendo rischio e costi con chi storicamente ha avuto i conti in disordine. L’ennesima prova di questo dilemma è la laboriosità con cui all’ultimo Eurogruppo, dopo settimane di negoziati, si è arrivati a un compromesso per una risposta congiunta allo shock provocato dalla pandemia».

In questo contesto, l’Italia appare sempre più sola e sperduta. Roscini è nei consigli di amministrazione di Tim («due miei ex allievi che lavorano al fondo Elliott mi hanno proposto di entrare nel consiglio di amministrazione, di cui sono lead independent director»), di Antares Vision (controlli ottici dei sistemi di produzione) e Credimi (fintech). Dice Roscini: «Vengo abbastanza spesso in Italia per i consigli di Tim. Purtroppo vedo il nostro Paese attraverso Roma che, ogni volta, mi sembra una tacca più in giù, per usare una espressione della mia città. L’ultima volta che ci sono stato, alla sera sono andato a una cena su una terrazza che affacciava su tutta la città. Una cosa meravigliosa. A un certo punto, sono arrivati dei gabbiani. Erano tanti e aggressivi. Non ci potevo credere. Mi hanno detto che la ragione di questa loro diffusione è che si nutrono dell’immondizia non raccolta», racconta con il dispiacere di chi a Roma è legato («a Roma vive ancora mia mamma Liliana, che ha 94 anni. Naturalmente, con questo coronavirus, la preoccupazione è grande. Per fortuna la può seguire mio fratello Stefano, che vive in città»).

Suo padre Giulio era un uomo-Eni: era il direttore delle filiali estere dell’Agip. Dal 1968 al 1971, ha vissuto in Svizzera a Losanna. Dal 1971 al 1975, in Francia a Lione: «Ho fatto le superiori con indirizzo matematico-fisico finendo con due anni di anticipo, ero molto portato per le materie quantitative», dice passando a un piatto di trancio di tonno, patate lesse e asparagi, mentre io invece mangio una crema di zucchine. Dopo la maturità Roscini è tornato a Roma, iscrivendosi alla facoltà di ingegneria nucleare: «A 21 anni mi sono laureato e sono entrato alla Nira di Genova, la società dell’Iri che si occupava di nucleare. Giuseppe Zampini, che la dirigeva, mi mandò dal 1984 al 1986 in America a seguire la collaborazione con la Westinghouse, fra Pittsburgh in Pennsylvania e Pensacola in Florida. Nel 1979, negli Stati Uniti, c’era stato l’incidente di Three Miles Island. Nel 1986, in Unione Sovietica, ci fu quello di Černobyl’. Nel 1987 un referendum sancì l’uscita dell’Italia dal nucleare. Io, in quell’anno, ero ad Harvard per l’Mba. E, a quel punto, mi orientai sulla finanza».

Dalla finanza Dante è uscito: «Ho scelto l’insegnamento e la ricerca. Adoro il contatto con i giovani e mi piace scrivere case study. Sto lavorando sull’interpretazione dei messaggi della Federal Reserve da parte dei mercati. Con Elena Corsi e Rawi Abdelal, una nostra ricercatrice e un nostro autorevole political scientist, abbiamo scritto un caso intitolato “The Rise of Populism and Italy’s Election Tsunami”, sulle elezioni del 2018. Quando l’anno scorso mi hanno offerto una posizione di vertice in una grande istituzione finanziaria internazionale a Washington, io e mia moglie abbiamo deciso per il no».

Arrivati al dolce – io ho una mini fetta di torta alla ricotta, lui ha un sorbetto al limone – è naturale chiudere il cerchio sulla dimensione famigliare, così intensa per tutti nel bene e nel male in questi strani giorni del coronavirus: «Io e Paola abbiamo in casa i nostri gemelli, che stanno facendo gli ultimi esami e si stanno preparando alla discussione della tesi online da qui, Giorgio in finanza alla Wharton School della University of Pennsylvania e Flavia in storia dell’arte e management a Saint Andrews in Scozia. Ce li stiamo godendo. E come quando compri un vecchio album che hai amato molto: lo hanno rimasterizzato e tu trovi un brano in più. Questi giorni inaspettati con loro sono la nostra bonus track»

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