DAL POLITECNICO ALLA SAPIENZA

In rete con gli atenei: alla Luiss la cattedra sull’open innovation

L'innovazione resta cruciale. Maire Tecnimont è titolare di oltre 1300 brevetti.

di Nicoletta Picchio


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Alla Luiss. Da destra Andrea Prencipe, Rettore Luiss, Maria Latella, giornalista Messaggero, Pierroberto Folgiero, ad Maire Tecnimont Group, Fabrizio Di Amato, presidente Maire Tecnimont Group, Simona Romani. professoressa Luiss Consumer behavior, Henry Chesbrough, Luiss University and University of California, Berkeley

2' di lettura

Una cattedra di open innovation, presso la Luiss di Roma, l’università di Confindustria intitolata a Guido Carli. Convinto che la ricerca e l’innovazione continua siano il fattore chiave di successo per le imprese, Fabrizio Di Amato ha finanziato con il suo gruppo Maire Tecnimont questo corso di studi alla Luiss. La cattedra è stata assegnata a Henry Chesbrough, direttore del Garwood Centre for Corporate Innovation dell’università della California a Berkeley e padre intellettuale del concetto di open innovation.

Un impegno sulla formazione e per una nuova cultura di impresa, per divulgare tra le aziende e tra i giovani ciò che per il gruppo Maire Tecnimont rappresenta il modello di azione quotidiano. «Oggi più che mai c'è bisogno di un approccio che porti ad una evoluzione delle società da organizzazioni chiuse ad organizzazioni aperte», commenta Di Amato. «Se l’innovazione - continua - è basata sulla capacità di cambiare mentalità, per poter affrontare le sfide poste dalla digitalizzazione e dalla sostenibilità, dobbiamo creare un ecosistema che coinvolga i diversi stakeholder, aperto alla fertilizzazione incrociata tra università, istituti di ricerca, società, start-up, mondo della finanza, incubatori, autorità pubbliche».

Questo ecosistema cerca di metterlo in pratica nel gruppo di cui è presidente e azionista di maggioranza. E proprio il gruppo Maire Tecnimont sarà un caso di studio del corso universitario. Alla collaborazione con la Luiss si affianca anche quella con l’università La Sapienza, non solo per la ricerca: nelle sedi romane vengono ospitate alcune start-up generate come spin off dall'università. Un modo per avere una continua innovazione nel gruppo e di conseguenza creare tecnologie. Altro legame storico è con l’università dell'Aquila, cui si aggiunge anche l’accordo quadro su diverse aree di ricerca con il Politecnico di Milano. Collaborazioni e contaminazioni indispensabili per un gruppo che sui 10mila dipendenti ha la maggioranza di ingegneri e tecnici e che basa la sua crescita proprio sull’innovazione tecnologica. Il gruppo è titolare di 1.300 brevetti.

Ecco quindi l’attenzione al fenomeno dell’open innovation, un modello di innovazione secondo cui le imprese ricorrono non soltanto all’utilizzo di risorse interne, ma anche a strumenti e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno. Un argomento conosciuto, ma che ha bisogno di ulteriori approfondimenti scientifici. «Un’azienda non ha più bisogno di controllare o possedere i processi di innovazione dall’inizio alla fine», dice Di Amato. Che condivide l’approccio di Chesbrough, come l’ha spiegato a dicembre, durante l’evento di presentazione del corso alla Luiss, presente anche il Rettore, Andrea Prencipe: «l’open innovation è un paradigma che cambia radicalmente il modo di intendere le dinamiche di acquisizione di conoscenza. Occorre fare tesoro in modo sistematico di collaborazioni, idee risorse esterne rispetto al perimetro societario classicamente inteso, allargandosi alle start-up e al mercato globale delle idee e dei brevetti».

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