la nostra Estate /2

In roulotte con Goethe

Finché la prudenza davanti al contagio ci suggerirà di mantenerci perlopiù all'interno dei confini nazionali, i nostri migliori accompagnatori saranno quei libri che raccontano un tempo in cui il percorrere su e giù la Penisola era considerato, in tutta Europa, il non plus ultra delle esperienze formative. Ed ecco allora un tour nelle opere dedicate al Grand Tour in cui, con la guida di Montaigne, Byron e Leprince, anche gli snob scopriranno che non c'è niente di male nell'essere “turisti”

di Francesco Guglieri

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Fotografie di Sergio Lucchesi per “IL”

Finché la prudenza davanti al contagio ci suggerirà di mantenerci perlopiù all'interno dei confini nazionali, i nostri migliori accompagnatori saranno quei libri che raccontano un tempo in cui il percorrere su e giù la Penisola era considerato, in tutta Europa, il non plus ultra delle esperienze formative. Ed ecco allora un tour nelle opere dedicate al Grand Tour in cui, con la guida di Montaigne, Byron e Leprince, anche gli snob scopriranno che non c'è niente di male nell'essere “turisti”


4' di lettura

Chissà per quanto tempo ancora i libri di viaggio saranno l'inevitabile metadone per l'astinenza da viaggio reale imposta dalla paura del contagio. Leggeremo le guide di viaggio come romanzi? Le Routard, con il loro sapore un po' fricchettone, sostituiranno il Jack Kerouac di Sulla strada? Le Lonely Planet verranno candidate allo Strega e le Guide Rosse del Touring saranno i nostri Meridiani? Chissà. Eppure se c'è stato un desiderio che ha mosso i viaggiatori di ogni tempo è proprio quello del contagio. Certo, un contagio di tutt'altro tipo e assolutamente benefico: quello delle idee, delle immagini, dei paesaggi e delle usanze di luoghi lontani. Quello che spalanca gli orizzonti, non quello che li serra tra le pareti del lockdown. E c'è stato un tempo, un tempo tutt'altro che breve, in cui l'Italia era – anche qui – il focolaio d'Europa di questo benefico contagio.

Verso la fine del Seicento si consolida l'abitudine di un viaggio, un Tour, dei rampolli dell'aristocrazia inglese o del Nord Europa nell'Europa meridionale, e in particolare in Italia. Intrapreso perlopiù tra i 16 e 22 anni, con l'accompagnamento di un tutore e di un numero variabile di servitori, il viaggio durava anche tre anni: alla faccia del turismo mordi e fuggi. E del resto il Grand Tour non era una vacanza, ma un vero e proprio viaggio di formazione, l'immersione nell'ambiente e nelle atmosfere del mondo classico e rinascimentale, per poi riemergerne pronti per assumere responsabilità di governo. O malati di sifilide.

A proposito di malanni, non si può iniziare questo piccolo tour tra i libri del Grand Tour senza partire da quello che in senso stretto non era ancora Grand Tour (siamo infatti tra il settembre 1580 e il novembre 1581), ma di certo ne è una delle testimonianze più godibili: quello di Montaigne. Il suo Giornale del viaggio in Italia attraverso la Svizzera e la Germania è particolare anche perché accanto alle osservazioni sul paesaggio e i costumi degli italiani (indimenticabili e attualissime quelle su Roma: «È una città tutta corte e nobiltà: ognuno partecipa a suo modo dell'ozio ecclesiastico») ci sono anche molti dettagli, diciamo così, igienico-sanitari.

Montaigne soffriva di calcoli, e il viaggio era anche un'occasione per visitare stazioni termali, bagni, sorgenti: ne viene fuori così anche un particolarissimo “diario delle acque”, dove annotava colore, sapore, salinità delle acque e natura e condizioni delle sue evacuazioni. Ma, insomma, malanni a parte, il Grand Tour ha prodotto anche una serie ricchissima di libri: non paghi di visitare «la terra dove fioriscono i limoni», i viaggiatori tenevano diari che trovavano spesso la via della pubblicazione, soprattutto quando il visitatore non era un giovanotto qualunque, ma addirittura il più grande scrittore tedesco di sempre.

Goethe è, infatti, l'autore di quello che si può facilmente ritenere il libro più importante di questo “genere”: del resto il suo Viaggio in Italia sono 700 pagine complessive in tre tomi densissimi di incontri, divagazioni, resoconti. Il suo viaggio tocca anche la Sicilia, tappa non scontata all'epoca: raggiungerla non era facile e scarse erano le sue “strutture ricettive”. Eppure Goethe ne resta incantato: «L'Italia, senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto».

Nell'Ottocento questo amore per l'Italia raggiungerà il suo culmine. Nel 1846, nel Gran Ducato di Toscana, fu addirittura possibile pubblicare un giornale in lingua inglese tanti erano i sudditi di sua Maestà di passaggio a Firenze. A un certo punto tutti 'sti inglesi divennero un problema. Non a caso il poeta (inglese) George Byron scrive: «Avrei voluto andare a Roma, ma in questo momento è infestata da inglesi. È da pazzi viaggiare adesso in Francia o in Italia, finché quest'orda non si sia ritirata. Forse fra due o tre anni la prima ondata sarà passata e il continente ritornerà sgombro e piacevole come prima».

Byron dedicherà al suo viaggio in Italia il quarto canto del suo poemetto Childe Harold's Pilgrimage. La Penisola incarna agli occhi del poeta la quintessenza della bellezza e della classicità, la culla della poesia. Ma ne vede anche le fragilità, a cominciare dal peso del passato che da ricchezza si trasforma in fardello che schiaccia e impedisce il cambiamento: «Con tutti i suoi peccati, devo dire / che l'Italia mi piace». Purtroppo l'Italia non ricambierà questo amore: qui Byron vivrà alcune delle tragedie più pesanti della sua vita. Quando è a Venezia si vede recapitare in un fagottino una neonata, frutto di una fugace relazione con una donna da Byron definita «una povera esaltata».

Alla bimba darà il nome di Allegra, ma ben poco allegra sarà la sua esistenza: morirà qualche anno dopo, abbandonata dal padre nel convento dei cappuccini di Bagnocavallo. Morte che anticipa di qualche mese quella del grande amico di Byron, il poeta Percy Bysshe Shelley, annegato durante una tempesta nel mare di Lerici. Plachiamo così la nostra invidia per questi grandi viaggiatori. Aggiungiamoci che viaggiare all'epoca era tutt'altro che comodo. L'illustratore francese Auguste-Xavier Leprince è l'autore di Dodici inconvenienti dell'andare in carrozza, dodici litografie i cui titoli vanno da Effetti crudeli di una digestione interrotta a Sacrificio forzato, che riproduce una carrozza sommersa dal fango. Lasciarsi tutto alle spalle era un'eventualità non così rara. A questo punto, meglio portarsi dietro l'intera casa in quella che è la vera e propria antenata della roulotte: «Metà degli scomodi del viaggiare possono essere evitati procurandosi un capace furgone, vera benedizione per le signore con tutto il necessario: un ottimo letto in ottone e una buona provvista di libri per i momenti di svago durante il giorno», scrive la contessa di Blessington, amica e confidente di Byron e autrice di Vagabondaggio in Italia del 1839.

Ma la roulotte non è l'unico lascito dei viaggiatori del Grand Tour. All'inizio del Novecento i cambiamenti politici e di costume resero l'usanza desueta. Anche perché sempre più persone potevano permettersi di viaggiare e il turismo divenne di massa: inizia così una delle più antipatiche e false delle distinzioni, quella tra viaggiatore e turista. «Io non sono un turista, sono un viaggiatore»: e ci si sente subito migliori con il proprio bagaglio di Moleskine, Chatwin e colonna sonora del Tè nel deserto. Ma il ricordo di quel passato elitario rimane, ironicamente, anche nel suo opposto. Cari snob, da che cosa pensate derivi la parola “turismo”?

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