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In Scozia un nuovo muro, lo zoccolo duro contro lo strapotere di Boris Johnson

Il partito indipendentista fa l’en plein di seggi. Si riaccendono le pulsioni indipendentiste. Ma il vero rischio è l’effetto domino su tutto il Regno Unito

da Glasgow Simone Filippetti

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Nicola Sturgeon festeggia la vittoria indipendentista in Scozia (Afp)

Il partito indipendentista fa l’en plein di seggi. Si riaccendono le pulsioni indipendentiste. Ma il vero rischio è l’effetto domino su tutto il Regno Unito


5' di lettura

Una pioggia incessante si abbatte sui tetti ripidi del City Chambers, il palazzo comunale di Glasgow. Ma questa non è una notizia in Scozia, dove ogni anno cadono in media 4 metri di pioggia (la foresta dell’Amazzonia si ferma a 2 metri). Sulla piazza sottostante, brillano le luminarie del mercatino di Natale, tra le attrazioni del Luna Park e le casette di legno che mandano profumi di dolciumi e mulled wine (simile al nostro Vin Brulè). Ma nemmeno questa è una notizia: in ogni città d’Europa, ormai, sotto Natale ci sono mercatini (peraltro tutti uguali ovunque). La notizia è che per la prima volta da 45 anni, la Scozia va al voto a Dicembre, con l’inverno alle porte: in tempi di pace non era mai successo.

Basta lamentarsi del tempo
Per decenni, o meglio secoli, il tempo, inteso come meteo, è stato l’argomento preferito dagli abitanti della Gran Bretagna, la maggior parte volte per lamentarsene. Il grigiore perenne, l’estrema imprevedibilità, le piogge frequentissime, sono una parte fondane della cultura popolare e dell’identità della nazione. Dal giugno del 2016, il tempo è stato sostituito dalla Brexit, un tormentone infinito in ogni discussione, in ogni città del Regno. Il 12 dicembre, il giorno delle elezioni più importanti nel Regno Unito dal Dopoguerra, il paese si è svegliato sotto una fitta pioggia. L’effetto maltempo sul voto è invocato a ogni elezione, ma in realtà è una bufala: John Curtice, il massimo esperto inglese di politica, ama ricordare come le elezioni con la più alta affluenza della storia britannica rimangono a tutt’oggi quelle del 23 febbraio del 1950, in pieno inverno.

Sta di fatto, però, che nel nord della Scozia, nella giornata del 12 dicembre, la pioggia è diventata neve e alcune località remotissime e inaccessibili, come le isole Orcadi o Stornoway, hanno causato dei problemi. Un ulteriore ostacolo è stato il conteggio: storicamente lo spoglio delle schede a Glasgow è centralizzato. Le schede di tutti i seggi sono portate nell’Emirates Stadium per essere contate, ma stavolta non è stato possibile perché l’arena era occupata. E non è stato possibile trovare una località alternativa: questo ha rallentato molto lo spoglio, ma le scosse si sono propagate su tutto il voto nazionale. Il partito indipendendista del Snp si appresta a fare piazza pulita di seggi: 55 sul totale di 59 che la Scozia esprime a Westminster.

Brexit o Scotexit?
Fu Giulio Cesare, nel 43 a.C., a sbarcare per primo sull’isola di fronte alla Gallia abitata dai celti. Ci volle un secolo ai romani per sottomettere le riottose tribù locali e fondare la provincia di Britannia. Ma né l’imperatore Claudio nè i suoi successori riuscirono mai ad avere la meglio sulle ancor più feroci tribù del Nord, indurite dal freddo insopportabile e dalle piogge intense. Così Antonio Pio, nel secondo secolo, decise di erigere un muro all’altezza dell’attuale Glasgow. Duemila anni dopo, un altro muro, virtuale, separa nettamente le Highlands dal resto del Paese. La «valanga gialla» del Snp spacca il Regno Unito in due e le conseguenze possono essere fatali: il Paese del whisky e di John Law (l’inventore della moderna moneta statale) rischia di essere la variabile fuori controllo che manda alla deriva l’intero Regno Unito.

A Glasgow, la più grande città del Paese, la gente vuole rimanere nella Ue, ma lasciare l’odiata Inghilterra. Il regno di Scozia, che oggi esprime pure un pezzo di corona britannica, nella persona del principe consorte Filippo di Edimburgo, è Pro-Remain e Anti-Uk. Brexit No, Indipendenza sì. Nel 2014, in massa gli scozzesi andarono a votare il referendum per l’indipendenza. Vinse il No, ma con uno scarto ridotto: 55% contro 45%. Da quel voto, la Scozia è uscita a pezzi: un Paese diviso, spaccato a metà. Che però ora, riconciliata dal nemico comune Boris, ritrova il suo fervore “revanchista” e torna a sventolare la bandiera del nazionalismo. A Glasgow, Johnson e Corbyn più che due parolacce, sono due parole inesistenti nel vocabolario. Qui tutti sono corsi a votare in massa l’Snp: la battagliera Nicola Sturgeon, che dall’aula di Westminster si è ferocemente opposta alla Brexit, è l’eroina nazionale.

La capa della rivolta è filo-Labour era pronta ad appoggiare un eventuale governo di minoranza di Corbyn. Ma, paradossalmente, proprio una vittoria dell’odiato Boris farà il gioco degli Highlander. Se dalla notte del 12 dicembre lo spettinato Donald Trump inglese uscirà, come tutto lascia presagire, nettamente vincitore, allora non solo si farà la Brexit, ma c’è anche concreto rischio di una Hard Brexit, ossia di una uscita al buio, senza un accordo con la Ue anche se Boris prima della triplice sconfitta in Parlamento era tornato da Bruxelles con un accordo, di cui nessuno però aveva visto i contenuti. In quel caso, è altamente probabile che la Scozia chiederà un secondo referendum, ma stavolta l’esito potrebbe essere opposto.

Uk no more?
Negli ultimi tre anni, non è passato giorno in cui il Financial Times, la Bibbia del libero mercato e la bandiera del capitalismo anglo-sassone, non abbia pubblicato articoli su come una eventuale uscita al buio porti il Paese al collasso. Ma la vera Apocalisse in caso di Hard Brexit, non è tanto la catastrofe (vera o presunta) economica, ma il disastro politico: l’addio alla Ue senza accordi segnerebbe la fine del Regno Unito. Quella che oggi è chiamata Gran Bretagna rischia di implodere. Nel vocabolario corrente, il termine Inghilterra è usato per indicare genericamente tutta l’isola; in realtà il Regno Unito è composto da 4 Paesi, ognuno con una propria bandiera (e una propria nazionale di calcio): Inghilterra vera e propria, la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord (sull’altra isola). Un’indipendenza della Scozia, avrebbe un effetto domino.

A cascata tutti gli altri Paesi aderenti al Regno Unito reclamerebbero la propria autonomia. A partire dall’Irlanda del Nord, la zona più delicata di tutta la regione che vorrebbe riunirsi all’Irlanda di cui geograficamente fa parte. La Brexit, con il problema del backstop (il confine fisico tra Irlanda e Ulster) ha già riaperto le ferite dopo decenni di terrorismo e di tensioni tra gli indipendentisti irlandesi e il governo di Londra. La famosa pace del Venerdì Santo, l’accordo del 1998, ha garantito venti anni di tranquillità nella martoriata Belfast; ma sotto la cenere cova ancora del fuoco che aspetta solo il casus belli per riaccendersi. Dopo la Scozia e l’Irlanda del Nord, sarebbe pure la volta del Galles. La corona britannica sarà in grado di tenere unito il regno?

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