Abusivi a loro insaputa

In Sicilia le strade fantasma del re mettono fuori legge le case. E bisogna pagare

Le antiche «trazzere» borboniche non risultano dalle mappe catastali ma condizionano ancora la possibilità di costruire o rendono invendibili le case: unica via l’acquisto dalla Regione

di Nino Amadore

3' di lettura

Immaginate di acquistare in Sicilia un terreno edificabile, dove costruire una villetta per le vacanze, tranne scoprire poi che il vostro sogno immobiliare si incrocia con una “regia trazzera”, ovvero un’antica strada demaniale che non risulta al Catasto ma solo su altri atti. Sì, vi diranno in Comune, è possibile costruire, ma prima va pagato un obolo alla Regione per liberare il terreno dall’ospite inattesa. Altrimenti la villetta non è a norma. E non succede solo in campagna. Qualche tempo fa, a Palermo, i proprietari di diversi appartamenti hanno scoperto quasi per caso che il loro palazzo era stato costruito proprio nel cuore di una regia trazzera, e di aver così occupato abusivamente quanto inconsapevolmente il suolo demaniale. Per sanare la posizione di ogni appartamento ci sono conteggi complessi ma - uno per l’altro - servono almeno mille euro per acquistare dall’Amministrazione la relativa porzione di trazzera. Per legge però va regolarizzato tutto il palazzo e se l’assemblea di condominio non approva (come è successo) niente sanatoria e la singola casa non si può nemmeno vendere. Solo a Palermo, secondo conteggi accreditati, ci sono ben 11 “strade antiche” che attraversano la città (o, meglio, la sua cartina) e dunque sono migliaia i cittadini interessati. Anche se non lo sanno.

Le origini

In effetti, per trovare una regolamentazione giuridica delle regie trazzere bisogna risalire al 1830 quando il Regno borbonico avviò la costruzione di una rete di queste strade, per esigenze militari: la prima partiva proprio da Palermo, passava per Enna e per Catania, per arrivare fino a Messina. Ma secondo alcune fonti il documento più antico in cui compare il termine «regia trazzera» risale al 1575: si trattava in sostanza di strade extraurbane a vario uso, anche per la tansumanza delle greggi.

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Fatto sta che nel corso del Novecento il legislatore è intervenuto più volte, fino al trasferimento del cosiddetto demanio trazzerale alla Regione con l’entrata in vigore dello Statuto speciale e la gestione affidata a un ufficio che fa capo all’assessorato all’Agricoltura. Secondo i dati regionali, a partire dall’800 nell’Isola sono stati censiti circa 11mila chilometri di regie trazzere, ognuna con una larghezza legale di circa 37 metri, corrispondente all’antica misura di 18 canne e 2 palmi. Nel corso degli anni si sono realizzate almeno 30mila alienazioni di parti di strada a favore di privati, ma la quantità di questo patrimonio demaniale rimane comunque enorme. Insomma, ancora oggi si potrebbe dire che in Sicilia sono più le trazzere che le autostrade.

Gli oneri

Qualcuno di recente le ha ribattezzate (con poca fantasia) strade fantasma: non sono segnate sulle mappe catastali ma esistono. E, come visto, costano ai cittadini. «Basti pensare che l’approvazione dei progetti edilizi di ogni tipologia risulta subordinata al pagamento di oneri alla Regione anche di diverse migliaia di euro se la proprietà privata ricade o è attraversata da una di queste trazzere – spiega il deputato alcamese Antonio Lombardo, che al tema ha dedicato parecchio tempo e attività parlamentare –. Dall’analisi di molti documenti e mappe storiche, risultano però numerosissime incongruenze catastali così come risulta dubbia la stessa esistenza di alcune di queste strade. Insomma una anomalia, l’ennesima, della Regione Sicilia che complica la vita ai cittadini oltre a costituire un onere dalla dubbia legittimità».

Il caso Puglia

Lombardo è tra i promotori di un comitato spontaneo sulle Regie Trazzere di Sicilia che punta a coinvolgere quanti più soggetti possibili in un percorso di informazione, trasparenza e legalità: «Il punto – spiegano i promotori del Comitato, tra cui Antonino Messana di Alcamo ormai considerato un esperto in materia – è che la Sicilia è ormai un caso unico: un tempo vi erano i tratturi di Puglia ma lì la questione è stata risolta». La Giunta della Regione Puglia ha infatti approvato a maggio 2019 il Quadro di assetto dei tratturi, dividendoli per destinazione, valorizzando quelli storico turistici o di altra destinazione e sanando le situazioni critiche.

Anche la Regione siciliana ha provato a seguire il percorso pugliese: nel 2013 l’assessorato all’Agricoltura ha preparato un disegno di legge che prevedeva la valorizzazione e la conservazione di una parte di trazzere che avessero una rilevanza culturale, naturalistica, turistica e nel contempo aveva previsto un percorso semplificato per la vendita di quelle non più rilevanti o già occupate. Ma a oggi il Ddl non è stato approvato dall’Assemblea regionale siciliana. E l’abusivismo inconsapevole continua.

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