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In Siria superata ogni linea rossa

di Alberto Negri

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Il rais siriano Bashar el Assad (Space24)

2' di lettura

In Siria le “linee rosse” sono state superate da un pezzo e su tutti i fronti, molto prima del raid di Khan Sheikhun nella provincia di Idlib in cui si sarebbero stati circa 60 morti per una attacco chimico.

Nell’agosto 2012 il presidente Barack Obama lanciò ad Assad un avvertimento: se avesse usato armi chimiche o biologiche avrebbe oltrepassato la “linea rossa” provocando un intervento americano. Il 21 agosto 2013, un anno dopo, alcune aree nei sobborghi di Damasco, a Ghouta, vennero colpite da missili contenenti l’agente chimico sarin. Ribelli e governo siriano si accusarono a vicenda di avere perpetrato l'attacco.

La comunità internazionale si divise, con Stati Uniti, paesi della Nato, Unione europea e Lega Araba che accusarono Bashar Assad mentre la Russia e l’Iran appoggiarono il governo siriano, accreditando l’ipotesi di un attacco perpetrato dai ribelli. Il 14 settembre 2013, a Ginevra, venne così siglato un accordo tra gli Stati Uniti e la Russia con cui si stabilì la distruzione delle armi chimiche in mano alla Siria.

È difficile, lontano dallo scenario di battaglia, dire che cosa sia accaduto realmente. Alla versione dei ribelli si contrappone quella dei media vicini al regime secondo cui a Khan Sheikhun ci sarebbe stata l’esplosione di un deposito di armi chimiche dell’opposizione. Ognuno si difende come può, ben sapendo che la prima della vittima di una guerra è sempre la verità.

Una cosa è certa: se davvero il regime di Assad ha condotto questo attacco significa che ha fatto un clamoroso passo falso anche sotto il profilo diplomatico. Gli Stati Uniti avevano in questi giorni espresso pubblicamente l’opinione che Assad poteva restare in sella e che la detronizzazione dell’autocrate siriano «non era più un priorità di questa amministrazione».

Si tratta inoltre di un nuovo problema per Trump che, dopo l’attentato di San Pietroburgo, ha dato a Putin la sua disponibilità a combattere insieme il terrorismo e il campo dove iniziare questa cooperazione dovrebbe essere proprio la guerra al Califfato in Siria. La reazione sdegnata dei leader europei rende ancora meno percorribile questa ipotesi.

Non solo. La Turchia sarà costretta a reagire: proprio Ankara, temendo un consolidamento territoriale di curdi siriani ai suoi confini, aveva chinato il capo di fronte a Russia e Iran, i due maggiori alleati di Damasco, per raggiungere un cessate il fuoco ai negoziati di Astana.

Lo scenario siriano diventa di nuovo bollente, come se non lo fosse già abbastanza con i suoi 500mila morti e oltre 5 milioni di profughi dopo più di sei anni di guerra civile diventata una guerra per procura tra potenze internazionali. Ma siamo quasi certi che tra l’appello alle coscienze e quello alla reapolitik alla fine potrebbe prevalere quest’ultima. Dopo il maggiore massacro chimico della storia recente, quella perpetrato da Saddam Hussein ad Halabja nel 1988 con oltre 5mila morti, nessuno pronunciò una parola di condanna.
Allora il raìs iracheno era un alleato dell’Occidente e delle potenze arabe sunnite contro l’Iran di Khomeini. Sulla strage quindi fu steso un silenzio assordante. Avrà il coraggio l’Occidente, una volta accertati i fatti, di intervenire contro Damasco, scontrarsi con la Russia e l’Iran, favorendo magari persino i jihadisti?

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