indagine svimez

Southworking per 45mila italiani. Le imprese chiedono incentivi e riduzione Irap

Il Dg Bianchi: il lavoro a distanza imposto dal Coronavirus “occasione per attrarre talenti al Sud e interrompere la fuga ma servono servizi”. La proposta di un pacchetto di misure di sostegno per riportare i laureati nel Meridione

Lavoro, nel lockdown 6,5 milioni di smart worker d'emergenza

Il Dg Bianchi: il lavoro a distanza imposto dal Coronavirus “occasione per attrarre talenti al Sud e interrompere la fuga ma servono servizi”. La proposta di un pacchetto di misure di sostegno per riportare i laureati nel Meridione


4' di lettura

Sono 45mila gli addetti che dall'inizio della pandemia lavorano in smart working dal Sud Italia per le grandi imprese del Centro Nord. Questi i primi risultati di una indagine sul cosiddetto southworking (come è stato ribattezzato il fenomeno del trasferimento di lavoratori e studenti fuori sede rientrati nei luoghi di origine, soprattutto nel Meridione, a causa dello smart working imposto dalla pandemia), realizzata da Datamining per conto della Svimez.

Lavoro a distanza per i passeggeri di 100 treni AV

Lo studio - incluso nel Rapporto Svimez 2020 che sarà presentato martedì 24 novembre - prende in considerazione 150 grandi imprese, con oltre 250 addetti, che operano nelle diverse aree del Centro Nord nei settori manifatturiero e dei servizi. I 45mila addetti che lavorano a distanza dal Sud Italia equivalgono ai passeggeri di 100 treni Alta Velocità, e potrebbero rappresentare solo la punta di un iceberg. Tenendo conto anche delle Pmi con oltre 10 addetti, molto più difficili da rilevare, lo Svimez stima infatti che il fenomeno potrebbe aver riguardato nel corso del primo lockdown totale circa 100mila lavoratori meridionali, dunque una fetta rilevante dei circa due milioni gli occupati meridionali che attualmente lavorano nel Centro- Nord.

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Un modo per riportare al Sud i giovani laureati

Dall'indagine emerge altresì che, considerando le aziende che hanno utilizzato lo smartworking nei primi tre trimestri del 2020, o totalmente o comunque per oltre l'80% degli addetti, circa il 3% ha visto i propri dipendenti lavorare in southworking. Poter offrire ai lavoratori meridionali occupati al Centro-Nord la possibilità di lavorare dai rispettivi territori di origine potrebbe costituire un inedito e quanto mai opportuno strumento per la riattivazione di quei processi di accumulazione di capitale umano da troppi anni bloccati per il Mezzogiorno e per le aree periferiche del Paese. Il Rapporto Svimez propone l'identificazione di un target dei potenziali beneficiari di misure per il south working. Occorre concentrare gli interventi sull'obiettivo di riportare al Sud giovani laureati (25-34enni) meridionali occupati al Centro-Nord. Utilizzando i dati Istat sulla forza lavoro e quelli relativi all'indagine sull'inserimento professionali dei laureati italiani, si è stimato che la platea di giovani potenzialmente interessati ammonterebbe a circa 60mila giovani laureati.

Sì al ritorno se il lavoro continua in remoto

Il capitolo sul lavoro a distanza al Sud del Rapporto Svimez è stato realizzato in collaborazione con l'associazione South Working Lavorare dal Sud fondata dalla giovane palermitana e south-worker Elena Militello. In base ai dati dell'Associazione l'85,3% degli intervistati andrebbe o tornerebbe a vivere al Sud se fosse loro consentito, e se fosse possibile mantenere il lavoro da remoto. Si tratta, spiega la Militello nel Rapporto, di una realtà che già conta 7.300 persone iscritte alla pagina Facebook, con un pubblico di circa 30mila persone ogni mese. Da questa ricerca, condotta su un campione di 2mila lavoratori, emerge che circa l'80% ha tra i 25 e i 40 anni, possiede elevati titoli di studio, principalmente in Ingegneria, Economia e Giurisprudenza, e ha nel 63% dei casi, un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Basso costo della vita e abitazioni poco care

Tra i vantaggi che i lavoratori percepiscono di più nel momento in cui gli viene proposto lo spostamento nelle aree del Mezzogiorno, i principali sono il minor costo della vita, seguito dalla maggior possibilità di trovare abitazioni a basso costo. Per quanto riguarda gli svantaggi, spiccano i servizi sanitari e di trasporto di minor qualità, poca possibilità di far carriera e minore offerta di servizi per la famiglia. La maggior parte delle aziende intervistate, in base all'indagine Datamining, ritiene invece che i vantaggi principali del southworking siano la maggiore flessibilità negli orari di lavoro e la riduzione dei costi fissi delle sedi fisiche. Ma, allo stesso tempo, crede che gli svantaggi maggiori siano la perdita di controllo sul dipendente da parte dell'azienda; il necessario investimento da fare a carico dell'azienda; i problemi di sicurezza informatica. Lo studio evidenzia quindi alcuni strumenti di policy per venire incontro alle richieste delle aziende: incentivi di tipo fiscale o contributivo per le imprese del Centro Nord che attivano southworking, riduzione dei contributi, credito di imposta una tantum per postazioni attivate, estendere la diminuzione dell'Irap al Sud a chi utilizza lavoratori in southworking in percentuale sulle postazioni attivate, creazione di aree di coworking promossa dalle Pa.

Misure di sostegno per creare precondizioni di sviluppo

Nel quadro della rapida evoluzione del lavoro a distanza causato dal Covid la Svimez ha recentemente avviato un Osservatorio sul south-working. L'obiettivo è promuovere l'attivazione di un pacchetto di misure a sostegno del southworking che potrebbe portare alle “precondizioni dello sviluppo da troppi anni abbandonate”, sottolinea il direttore Svimez Luca Bianchi: “Il southworking potrebbe rivelarsi un'interessante opportunità per interrompere i processi di deaccumulazione di capitale umano qualificato iniziati da un ventennio (circa un milione di giovani ha lasciato il Mezzogiorno senza tornarci) e che stanno irreversibilmente compromettendo lo sviluppo delle aree meridionali e di tutte le zone periferiche del Paese”-Il Pacchetto di interventi proposto dallo Svimez, conclude Bianchi, “si concentra su quattro capitoli: incentivi di tipo fiscale e contributivo; creazione di spazi di co-working; investimenti sull'offerta di servizi alle famiglie (asili nido, tempo pieno, servizi sanitari) infrastrutture digitali diffuse in grado di colmare il gap Nord/Sud e tra aree urbane e periferiche”.


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