ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùla pasqua nei giorni del coronavirus

In Terra Santa le grandi religioni unite (per un giorno) dal virus

Accomunati dalle limitazioni alla libertà di preghiera, israeliani e palestinesi non si ritroveranno però più vicini una volta usciti da questa crisi

di Ugo Tramballi

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Il portone della Chiesa del Santo Sepolcro,a Gerusalemme, era stato chiuso l’ultima volta a causa della peste del 1349

Accomunati dalle limitazioni alla libertà di preghiera, israeliani e palestinesi non si ritroveranno però più vicini una volta usciti da questa crisi


3' di lettura

Nessuno dei Nashashibi si presenterà nel quartiere cristiano della città vecchia di Gerusalemme, per aprire la porta del Santo Sepolcro. In 1.300 anni a Pasqua era accaduto solo una volta, durante la peste del 1349.

Era il settimo secolo quando il califfo Omar affidò a quella famiglia sunnita le chiavi del luogo più sacro della cristianità. Erano state le chiese cristiane a chiederglielo, troppo rissose per decidere chi avrebbe avuto il privilegio di aprire e chiudere il Santo Sepolcro: meglio lasciare le chiavi a un musulmano.

Ma questa non è una Pasqua come le altre per i credenti, i “popoli del Libro”. Oggi saranno i cattolici “romani” e gli armeni apostolici a trovare il portone sbarrato. Ma è difficile che fra una settimana, quando sarà la loro Pasqua, gli ortodossi copti, siriani ed etiopici sarà aperto. Il lockdown sociale e religioso israeliano non diventerà meno rigoroso.

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La Pasqua ebraica
L’altro ieri è iniziata anche la Pasqua ebraica, che durerà fino al 15 aprile. Al Muro del Pianto sono ammessi dieci “timorati” alla volta perché il luogo più importante dell’ebraismo è all’aria aperta. E potranno farlo solo gli abitanti del quartiere ebraico dentro le mura ottomane della città vecchia. I musulmani non celebrano la Pasqua ma nemmeno loro potranno andare a pregare nella moschea al-Aqsa, sull’antica Spianata del tempio.

All’aria aperta, il luogo più importante dell’ebraismo ammette pochi fedeli per volta (Reuters)

Il virus non solo distanzia: in qualche modo unisce nella stessa privazione i fedeli delle tre religioni. E permette anche qualche miracolo: il Mossad ha trasferito il proprio quartier generale all’ospedale Sheba di Tel Aviv,e la nuova missione dei suoi agenti segreti in giro per il mondo è trovare mascherine e respiratori con un budget illimitato. Dentro Israele saranno le forze armate a fare i tamponi.

Il miracolo di un governo
Un altro miracolo – ma questo più difficile da compiersi – è la nascita di un governo di unità nazionale, sul quale stanno trattando il premier Bibi Netanyahu e Benny Ganz, il principale leader dell’opposizione. Il Covid-19 non è causa ma pretesto, dopo tre inutili elezioni in meno di un anno. Come in ogni Paese contagiato, anche qui la gente è terrorizzata e vuole uscire dall’incubo. Ma per gli israeliani c’è qualcosa di più, una paura che noi non conosciamo. Per molti di loro il coronavirus è una reminiscenza di devastazione come le due distruzioni del tempio fatte da Nabucodonosor e Tito, e l’Olocausto.

In realtà le statistiche non sono tragiche. In Israele i contagiati sono 10.095 e i morti 93 (10 aprile); fra i palestinesi di Cisgiordania sono 250 i contagi e una sola la vittima; nella Striscia di Gaza 13 e nessun morto (9 aprile, Organizzazione mondiale della sanità). Osservando queste cifre, qualche sostenitore della Grande Israele dal Mediterraneo al fiume Giordano potrebbe sostenere che ai palestinesi fa bene vivere dentro una gabbia, con pochi o nessun contatto con il mondo esterno.

Molti sostengono che quando il virus sarà passato o quando impareremo a conviverci, il mondo diventerà migliore. Perfino il più lungo conflitto della storia, iniziato alla fine del XIX secolo e ancora in corso nel ventesimo anno del XXI, troverà una soluzione pacifica.

Nessuna illusione
In questa Terra Santa di tutti, israeliani e palestinesi vivranno in pace in due stati o ne faranno uno solo, armoniosamente bi-nazionale. Ma non sarà così, nemmeno questa Pasqua così difficile per ciascuno è una premessa. I casi di solidarietà fra i due popoli nelle settimane di emergenza si contano sulle dita di una mano. Anche qui sono i medici a dare l’esempio. Né la comune limitazione alla libertà di preghiera nei loro luoghi santi, renderà ebrei, musulmani e cristiani più tolleranti.

Quando il corona passerà, i vecchi virus umani torneranno a prevalere. Non solo in Terra Santa: tutto tornerà come prima nel resto del Medio Oriente e nel mondo. Le tre superpotenze che avevamo lasciato quando la pandemia aveva incominciato a monopolizzare le nostre preoccupazioni, le ritroveremo come le avevamo lasciate. Stati Uniti, Cina e Russia avranno le stesse ambizioni contrastanti.

È possibile che il virus non li avrà spinti a capire di essere sulla stessa barca ma, al contrario, ad alimentare egoismi e competizione geopolitica. Secondo Richard Haass, presidente del Council on Foreign Relations di New York, il mondo dopo la pandemia non sarà diverso dal precedente. Piuttosto accelererà le dinamiche di quello vecchio. Sappiamo che il contagio finirà, ma non quali modelli politici avranno la meglio; quante delle organizzazioni multilaterali (Onu, Unione Europea, Nato, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, banche regionali di sviluppo, Brics) resteranno credibili, in mezzo all’imminente pandemia economica.

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