Parigi / giorno 5

Inaspettato romanticismo e abiti come sculture, le metafore jappo e il pragmatismo sensuale di Hermes

di Angelo Flaccavento


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2' di lettura

L'oscurantismo sgraziato che avanza chiama a gran voce, per reazione, la politesse frivola e colta, il romanticismo leggero e sfuggente del pensiero settecentesco: il momento in cui la civiltà dei lumi ha dato un abbrivio deciso al progresso, di fatto inaugurando l'era contemporanea, giunta a questo punto a triste conclusione. La nostalgia per quel momento, anche esteticamente così affascinante con le parrucche, le ciprie e le crinoline, è evidente. Tra le pieghe di una stagione quanto mai frastagliata, a Parigi c'è anche chi si infoia per broccati, panier, andrienne e altre amenità da corte di Versailles: Rei Kawakubo, immarcescibile madrina dell'avanguardia, questa stagione in versione inaspettatamente romantica.

Un romanticismo insieme greve e zuccherino, sperimentale come da copione, con i volumi delle crinoline tutti spostari sulle spalle, i pantaloni che diventano gonne, o viceversa, le marsine scultoree, i panneggi in cascata. Indomita e insoddisfatta, Kawakubo provoca, ma questa volta lo fa con una civetteria che elettrizza, pensando al mitico Orlando di Virginia Wolf, ovvero al potere della metamorfosi e della trasformazione.

Il gioco con il colore, gli echi di Ferré.
Per i broccati Haider Ackermann ha da sempre un debole, che questa volta mitiga per puntare sulla monocromia in greige o colori accesi, in una contrapposizione di maschile e femminile tinta di una nonchalance affatto personale. Junya Watanabe decistruisce e ricostrusce trench per l'intero spazio della collezione: scelta sfidante e stimolante, che troppo da vicino ricorda il lavoro di John Galliano per la Maison Margiela, così come, andando indietro nel tempo, quello di Miguel Adrover e del nostro Gianfranco Ferré.

Bianco, nero, trasparente: la metafora rigenerazione.
Nel mentre, continua ad imperversare la tematica ambientale. Scarseggiano, peró, le interpretazioni visionarie o progressive, non meramente retoriche. Kei Ninomiya, accolito del mondo Comme des Garçons e mente del marchio Noir, propone una visione che da apocalittica si fa speranzosa.

La esprime attraverso abiti che sono il frutto di pensiero libero e

rigorosa inventiva formale: più sculture, forse, che oggetti da indossare, ma non di meno toccanti ed emozionanti. In un sotterraneo nascosto tra i piloni del ponte Alexandre III, Nononya immagina una storia di distruzione e rigenerazione che parte in bianco, si sporca di nero, piomba nel nero e verde militare, e si eleva in fine in bianco trasparente. La metafora - distruzione, e poi rigenerazione - è facile da cogliere, in abiti che, se si esclude il non colore, fanno pensare ad un Roberto Capucci punk. Terrificante e insieme sublime, come solo giapponesi sanno essere.

Il workwear in pellami pregiati.
Da Hermes, in fine, il direttore creativo Nadege Vanhee-Cybulski punta con decisione su un pragmatismo essenziale che resetta l'estetica del marchio, portandola ad una semplicità funzionale elevata dalla qualità estrema delle lavorazioni. Nella collezione il riferimento al workwear - grembiuli e giacche, realizzati
nei pellami più pregiati - è evidente, ma c'è anche una nuova sensualità: quella del corpo che si vede e percepisce sotto tagli, incroci, aperture. Una tensione forte, che intriga e convince.

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