Politica Economica

Incentivi, Sud, banda ultralarga: le mine sull’attuazione del Pnrr

Mancanza di manodopera qualificata, squilibri nella distribuzione delle risorse, oneri sulle imprese rischiano di mettere in difficoltà l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

di Carmine Fotina

Fibra ottica. Dal Pnrr 3,8 miliardi per la rete a banda ultralarga con fibra ottica e sistema wireless Fwa

5' di lettura

Ci sono insidie nascoste lungo il percorso di attuazione del Recovery plan italiano. Oneri che stanno per scaricarsi sulle imprese, squilibri automatici nella distribuzione delle risorse, ostacoli per l’assenza di manodopera qualificata e perfino l’impossibilità di realizzare uno degli obiettivi in attesa che faccia il primo passo la stessa Commissione europea. Aspetti che emergono entrando in profondità nella missione 1 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) - dedicata alla digitalizzazione, innovazione e competitività - e nel modo in cui è cominciata l’implementazione.

Prima regola: non arrecare danni all’ambiente

Non sarà una passeggiata rispettare quanto prescrive il regolamento Tassonomia della Ue, cioè garantire che tutte le spese finanziate siano coerenti con i principi del «non arrecare un danno significativo» a clima e ambiente, riassunti nella sigla Dnsh (“do not significant harm”). Ogni decreto ministeriale e bando relativo a misure di incentivazione alle imprese dovrà contenere questa clausola che si tradurrà in un fiume di documenti per le aziende che intendono fare domanda. Tra i più celeri a rispettare il “Dnsh principle” è stata la Simest per le agevolazioni all’internazionalizzazione che il Pnrr finanzia con 1,2 miliardi appostati per il 2021. È vero che in prima istanza basterà un’autocertificazione che attesti di essere “ecologicamente neutrali”, ma bisogna accertarsi di possedere uno sterminato elenco di documenti che variano a seconda delle spese che si presentano. Ecco solo qualche esempio tra decine: iscrizione dei fornitori alla piattaforma Raee per il riciclo, schede tecniche dei materiali e delle sostanze impiegate nei prodotti e materiali, monitoraggio del rendimento energetico delle apparecchiature elettroniche in occasione di ogni intervento di manutenzione preventiva, certificazione Fsc per almeno l'80% del legno utilizzato, certificazione dei limiti di «Global Warming Potential dei gas fluorurati applicati negli impianti di refrigerazione dei data center». E ancora, nel caso di interventi edilizi, presentazione da parte del fornitore di evidenza dell’origine rinnovabile dell’energia elettrica consumata e dei mezzi d’opera impiegati.

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Documenti che, come detto, sono richiesti dalle regole Ue sui fondi Pnrr per i bandi alle imprese.

Più complessa la questione per i 13,4 miliardi assegnati agli incentivi del piano Transizione 4.0, che essendo crediti d’imposta automatici non andranno a bando. In questo caso si prospetta un complicato lavoro ex post per i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo: calcolare sulla base dei codici Ateco la quota di crediti che spetterebbero agli “harmful sector”, i settori potenzialmente inquinanti, e sostituire la copertura con fondi nazionali.

Al ministero dello Sviluppo sono state già fatte valutazioni preliminari anche sulla distribuzione territoriale degli incentivi. Nella maggior parte dei casi - progetti su rinnovabili e batterie (1 miliardo), filiere produttive (750 milioni), startup e venture capital (550 milioni), imprenditoria femminile (400 milioni), centri per il trasferimento tecnologico (350), progetti di ricerca Horizon Ue (200), agevolazioni per la proprietà industriale (30), i decreti o i bandi delle direzioni Mise conterranno la clausola del 40% minimo di risorse al Sud. Ma è già chiaro, e sarà formalizzato nel documento che verrà discusso nella cabina di regia a Palazzo Chigi, che questa quota non potrà essere rispettata per la fetta più grande, i 13,4 miliardi di Transizione 4,0, perché sono incentivi automatici e la domanda è storicamente più elevata al Nord. Nessuna quota anche per gli Ipcei, i grandi progetti europei nelle tecnologie di punta, dall’idrogeno alla microelettronica, finanziati con 1,5 miliardi, perché le iniziative ammesse saranno quelle selezionate direttamente dalla Commissione Ue anche attraverso una procedura di confronto tra imprese europee. Va ricordato che gli incentivi alle imprese non rientrano nel computo dei 206 miliardi di spese territorializzabili tra Recovery fund e Fondo nazionale complementare, cui dunque va necessariamente applicato il 40% per il Mezzogiorno, ma è evidente che su queste due grandi voci di politica industriale il piano rischia di ampliare il divario tra imprese del Nord e del Sud.

Difficoltà per i Competence center 4.0

Paradossalmente poi, per una delle linee di investimento il governo italiano non può procedere in assenza di un bando europeo. Parliamo del piano che, dopo anni di dispersione a pioggia di risorse e assenza di coordinamento tra oltre 600 strutture esistenti, dovrebbe finalmente razionalizzare la rete dei centri per il trasferimento tecnologico che offrono servizi alle imprese. L'intenzione è potenziare gli attuali otto Competence center 4.0 e finanziare 42 nuovi centri. Tra questi dovranno essere co-finanziati anche quelli selezionati dalla Commissione Ue ad esito di una “call” per la rete dei Digital innovation hub europei. Ma la procedura di Bruxelles è in ritardo di mesi rispetto alla tabella di marcia e tutto è rinviato almeno all'inizio del 2022.

Contro qualsiasi rischio di ritardo dovrà lottare anche il ministero per l’Innovazione tecnologica impegnato nel definire le gare per due dei progetti più attesi (e più ricchi) dell’intero Pnrr: “Italia a 1 Giga” 3,8 miliardi per la rete a banda ultralarga con fibra ottica e sistema wireless Fwa, e “Italia 5G”, 2 miliardi per la rete mobile di nuova generazione. Nel primo caso, l’8 novembre il piano è stato notificato alla Commissione Ue, il governo spera di ottenere l’ok entro l’anno e procedere già a gennaio con la gara da aggiudicare entro la metà del 2022. Per il 5G è appena iniziata la consultazione pubblica e bisognerà correre di più per notificare e poi aggiudicare sempre entro giugno. Ma più che il negoziato con Bruxelles e la scrittura delle regole, a preoccupare sono i cantieri. La mancanza di manodopera specializzata, da mesi evidenziata dalle imprese di installazione della fibra, sta esplodendo. La situazione, già critica con i piani ad oggi operativi delle compagnie tlc, potrebbe diventare insostenibile per raggiungere gli obiettivi intermedi e per il 31 agosto 2026, data ultima per realizzare le opere del Pnrr.

Sulla scrivania del ministero ci sono numeri impressionanti. Italtel e Sirti, tra le principali aziende di cablaggio, hanno presentato al ministro Colao un fabbisogno di 10mila risorse tra progettisti e tecnici sommando i piani attuali e quanto sarà necessario fare per il Pnrr. Oper Fiber, concessionaria della rete nelle aree “a fallimento di mercato”, stima uno scenario ancora più impegnativo con oltre 15mila unità per cinque distinti profili professionali, dagli addetti alla posa di cavi ai tecnici specialisti, con punte molto più elevate al Nord. Mancano figure formate e il livello dei contratti scoraggia la manodopera potenziale. Le ditte chiedono contratti più lunghi per poter pianificare le assunzioni. Il ministero sta studiando dei correttivi, pensa a un punteggio premiale nel bando di gara per le imprese che fanno formazione ma anche a clausole per evitare forme di dumping.

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