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Incertezza, squilibri e differenze abissali delle retribuzioni

Appesi. Tra imbarazzanti certezze e inquietanti insicurezze. Quasi increduli che esperti economisti e paludate autorità finanziarie abbiano completamente mancato le previsioni sull’inflazione, fissandola a un indiscusso valore del 2 per cento

di Massimo Milletti

(Ansa)

3' di lettura

Appesi. Tra imbarazzanti certezze e inquietanti insicurezze. Quasi increduli che esperti economisti e paludate autorità finanziarie abbiano completamente mancato le previsioni sull’inflazione, fissandola a un indiscusso valore del 2 per cento. Plafond sul quale noi eravamo già planati un quarto di secolo fa, giù dalla vetta del 21% del 1980. Gli anziani lo dicono che l’inflazione è una pericolosa malattia, che dissangua mentre costringe a correre per mantenere il valore dei propri beni. I giovani ascoltano sperando che si sbaglino. Intanto la parola d’ordine nelle imprese è scaricare i maggiori costi di energia, di materie prime, di componenti. Alcuni virtuali, in quanto spesso introvabili. Nel dubbio, si rincara. Espressione all’apparenza gentile, ma dal contenuto sgradevole. E nel suo bieco tormento, l’inflazione ha se non altro il merito di aver strappato il cerotto che per tanti anni ha tenuto nascosta l’aperta ferita dei livelli retributivi. Uno fra i grandi temi, ampiamente trattati, alla ricerca dello scontato consenso e del facile plauso. Al pari di altri, rimasti irrisolti. Il sistema Italia che non funziona. La corporate governance che imbriglia. L’imprenditoria che non managerializza. Le pari opportunità circoscritte ai Cda. La disoccupazione giovanile. Ma questa cattiva, imprevista e per ora indomabile inflazione, non concede alibi al tema della revisione delle retribuzioni. In apparenza per un risvegliato senso di giustizia sociale. Più prosaicamente, per un vitale sostegno dei consumi.

Scorrono nel frattempo impietose statistiche che certificano il trentennale impoverimento dei lavoratori, legittimando il dubbio che, terminata l’era della svalutazione monetaria, le imprese abbiano agito sulla svalutazione delle retribuzioni per mantenere un’insana competitività a livello internazionale. Stampelle di un’indebolita produttività, in crisi di astinenza da investimenti. Peculiare che nello stesso periodo le retribuzioni dei manager siano progressivamente cresciute, posizionandosi, secondo le rilevazioni, a livelli dignitosi nei riguardi dei vicini industriali: allineate alla Francia, superiori alla Spagna e inferiori alla Germania. Alla fine degli anni 90, i compensi dei manager conoscono una suggestiva impennata quando scatta la famigerata caccia ai “talenti” per soddisfare la bramosia delle compagnie di telefonia mobile. Stimolati da ingaggi sempre più alti, pulmini di executive transitano da una società all’altra al seguito del proprio capo. Nel frattempo, parte anche la spericolata rincorsa alle dot-com, Mirabilandie retributive. Passati all’inizio del millennio i bollenti ardori delle stock option, le aziende pensano bene di consolare i propri manager con i long-term incentive plan, poderosi moltiplicatori salariali che avvolgono con uno scialle dorato il leadership team. E poi entrano in campo i fondi di Pe, che ammaliano con offerte impareggiabili. Le aziende, soprattutto quelle private, tentano di trattenere i propri top manager alzando i compensi. Svettano le quotazioni di numerosi capi azienda, con un effetto di trascinamento sui primi riporti. Abili direttori del personale compensano i costi dei vertici assumendo giovani con retribuzioni da saldo. Potenza della disoccupazione. Si spalanca la faglia retributiva generando nei giovani un senso di scoramento di fronte a un divario incolmabile, visti i livelli di partenza e le dinamiche di crescita. Argomento sdrucciolevole, che rimane sottotraccia anche quando le aziende si mobilitano sui temi nobili del purpose. Si parla di inclusione, ma non certo al banchetto dei bonus per il top management. Di riduzione dei livelli gerarchici, ma non di quelli retributivi. Di allineamento delle retribuzioni, sì, ma tra generi diversi. Adeguarsi ora ai repentini cambiamenti di scenari che di fatto hanno cancellato il miraggio di poter instaurare un new normal, comporta per le aziende di rivedere sostanzialmente i modelli organizzativi e i criteri di pesatura delle posizioni, offrendo l’opportunità per riparametrare retribuzioni pesanti. Chi non coglierà l’occasione, si troverà comunque a gestire l’inflazione, ospite indesiderata che rischia di accentuare i divari interni. Se il tema dello squilibrio retributivo entrasse a far parte di quelli irrisolti, sarebbe un segnale di grande rassegnazione.

Presidente Eric Salmon & Partners

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