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Inchiesta su frode fiscale, Trump non risponde a domande del procuratore di New York

Donald Trump non risponderà alle domande nell’ambito delle indagini sulla presunta frode fiscale della sua società: «È un mio diritto»

Sostenitori di Trump sfilano davanti alla tenuta di Mar-A-Lago

3' di lettura

Donald Trump ha lasciato la procura di New York dopo aver rifiutato, stamane, di rispondere alle domande della procuratrice Letitia James nell’ambito di un’inchiesta sulle sue proprietà. L’ex presidente non ha risposto alle domande dei tanti giornalisti che lo aspettavano fuori ma ha salutato dal finestrino della sua auto la folla in strad

Trump aveva preannunciato il suo silenzio, appellandosi ai diritti costituzionali. «Ho rifiutato di rispondere alle domande in base ai diritti che sono concessi a ogni cittadino dalla Costituzione americana» ha dichiarato.

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Le perquisizioni in Florida e l’ira del tycoon

Il rifiuto di Trump arriva in un momento delicato per l’ex presidente Usa, non “solo” per le indagini fiscali. Trump è nel mirino del Fbi e ha subito una perquisizione della residenza in Florida, la villa di Mar-a-Lago . È stato lo stesso tycoon a dare la notizia bomba in un comunicato alla Cnn nel quale ha definito il raid un attacco politico contro la sua candidatura alle elezioni del 2024.Lo stesso presidente in carica, Joe Biden, ha chiarito di non essere stato informato dell’operazione.

Trump non era nella residenza al momento dell’arrivo dei federali ma si trovava alla Trump Tower di New York, dove è solito trascorrere l’estate. È una «strumentalizzazione della giustizia e un attacco dei democratici di sinistra radicali che vogliono disperatamente evitare che mi candidi alle elezioni del 2024», ha tuonato Trump nel comunicato in cui ha rivelato della perquisizione. «Questi sono tempi bui per la nostra nazione: la mia bella casa, Mar-a-Lago a Palm Beach, in Florida, è attualmente sotto assedio, perquisita e occupata da un folto gruppo di agenti dell’Fbi. Hanno persino fatto irruzione nella mia cassaforte!», ha attaccato.

La rabbia dei sostenitori di Trump: «Ora è guerra»

Sui social il popolo di Donald Trump scarica la sua rabbia per il blitz dell’Fbi nella casa del «loro presidente», in quella che è ritenuta una violazione senza precedenti dettata solo da motivi politici. Molti parlano di «tirannia dell’Fbi», di «persecuzione», di «tradimento», ma le parole più dure sono contro i democratici che avvelenano il sistema. Da qui la chiamata all’azione, a una «guerra» per smantellare l’establishment.

Una battaglia che passa anche per una candidatura accelerata del tycoon al 2024. Per i sostenitori e gli alleati dell’ex presidente è infatti essenziale che Trump stringa i tempi e annunci la sua discesa in campo alle presidenziali ora. I numeri - è la convinzione - sono dalla sua parte come dimostrato dal successo alle primarie dei suoi candidati, ultimo in ordine temporale Tim Michels in Wisconsin per il ruolo di governatore.

Il blitz dell’Fbi «significa guerra», scrive The Gateway Pundit, pubblicazione pro-Trump. Il post rimbalza anche su Telegram grazie a un account legato a Stephen Bannon. L’operazione degli agenti federali «mostra quello che molti di noi dicono da tempo. Siamo in guerra», commenta Joe Kent, candidato alla Camera appoggiato da Trump, intervenendo al podcast ’Bannon’s War Room’. Di fronte agli inni alla violenza e alla richiesta di azione, gli esperti politici si dicono preoccupati. Anche se le parole dure non si traducono necessariamente in atti violenti il rischio è quello di creare un’atmosfera in cui la violenza è lentamente accettata dal pubblico.

E soprattutto quello di un nuovo 6 gennaio ma su più larga scala. Un’ipotesi questa ventilata da alcuni esponenti della destra radicale americana e che fa salire l’allarme fra le autorità, intenzionate a non commettere gli stessi errori di quel 6 gennaio che ha macchiato la storia degli Stati Uniti.

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