La sentenza

Inchiesta nomine, Virginia Raggi assolta dal Tribunale di Roma

di Ivan Cimmarusti


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(AP)

2' di lettura

Virginia Raggi è stata assolta perché il fatto non costituisce reato. La decisione è del Tribunale di Roma, nel procedimento sulle nomine in Campidoglio, che ha escluso ci sia stato un dolo della sindaca. Raggi, scoppiata in un pianto liberatorio alla lettura della sentenza, era finita alla sbarra degli imputati con l’accusa di falso. L’ipotesi dei pm è che aveva favorito la nomina di Renato Marra alla direzione Turismo del Campidoglio, tacendo che quell’incarico era stata voluto e pianificato dal suo ex braccio destro Raffaele Marra, fratello di Renato. In particolare, la Raggi avrebbe detto il falso all’ufficio Anticorruzione.

«Questa sentenza spazza via due anni di fango»
«Andiamo avanti a testa alta per Roma, la mia amata città, e per tutti i cittadini» ha commentato Raggi. «Forza Virginia! Contento di averti sempre difesa e di aver sempre creduto in te» le ha fatto eco il capo politico M5S Luigi Di Maio. Il vicepremier ha poi attaccato pesantemente i giornalisti: «Il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, che
ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi». Di Maio lo scrive su Facebook.

Una istruttoria durata due anni
Dopo una istruttoria - tra indagine preliminare e dibattimento – durata quasi due anni il Tribunale monocratico ha preso una decisione. Stando ai pm, pur consapevole della violazione delle norme sul conflitto di interessi e sull’obbligo di astensione, avrebbe consentito al suo ex braccio destro, il dirigente comunale Raffaele Marra, di pianificare la nomina del fratello Renato. Al punto che la Raggi «nota 38506 del 6 dicembre 2016 indirizzata al responsabile della Prevenzione corruzione (Mariarosa Turchi, ndr) affermava, contrariamente al vero, che il ruolo di Raffaele Marra, in relazione alla procedura per la nomina del fratello Renato, era stato di mera e pedissequa esecuzione delle determinazioni da lei assunte».

I pm: «Marra non era come gli altri 25mila dipendenti»
Nel corso della requisitoria i pm si sono lungamente soffermati sulla figura di Marra. «Non era come gli altri 25 mila dipendenti comunali» e «andava protetto perché era “uomo-macchina” e fondamentale per la nuova amministrazione perché a conoscenza di tutte le difficoltà», ha sostenuto l’accusa. In altri termini «senza di lui non si poteva andare avanti». Per quanto riguarda la Raggi, invece, «ci sono elementi chiari, univoci e concordanti per sostenere che fosse assolutamente consapevole del ruolo in concreto svolto da Marra nella nomina del fratello: non era un ruolo compilativo o di chi ha meramente eseguito in modo pedissequo quanto deciso dalla sindaca».

Il giudice monocratico: «Nessun dolo»
Il giudice monocratico Roberto Ranazzi ha escluso, però, che ci sia stato dolo. Ciò non toglie che la condotta di falso sia stata posta in essere, ma senza che da parte della sindaca ci fosse stata la volontà specifica. Raggi, in sostanza, accetta e fa propria quella nomina di Renato Marra, in quanto promossa e sponsorizzata dal suo ex superburocrate Raffaele Marra.

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