al via le consultazioni

Incognita gialloverde per Draghi: la mossa di Conte per sbloccare l’impasse M5S

Gioco di sponda con Luigi Di Maio e i dem di Nicola Zingaretti. La speranza è che ora il grosso degli eletti pentastellati dia il via libera al nuovo governo

di Manuela Perrone

Dai Cinque stelle al centrodestra: chi sostiene Draghi e chi no

4' di lettura

Fa bene il Pd a tremare: se i mal di pancia in casa Cinque Stelle si traducessero davvero in un “no” alla fiducia a Mario Draghi, i dem di Nicola Zingaretti potrebbero ritrovarsi a sostenerlo fianco a fianco con quella destra sovranista targata Matteo Salvini con cui avevano giurato di non volere avere a che fare. Paradossi di una crisi di governo in piena pandemia, più subita che gestita. Ma la mossa di Giuseppe Conte alla vigilia dell’avvio delle consultazioni da parte del presidente incaricato, con le dichiarazioni di giovedì all’ora di pranzo, tenta di sbloccare l’impasse in un gioco di sponda con Luigi Di Maio (e i dem).

Il triplo boccone amaro dei Cinque Stelle

Logico che il Partito democratico faccia il tifo per la soluzione della “maggioranza Ursula”: il sostegno a Draghi da parte della maggioranza giallorossa più Forza Italia, l’arco delle forze europeiste. Per i Cinque Stelle è però un triplo boccone amaro da ingoiare: il ritorno con Matteo Renzi che era stato digerito soltanto pur di veder partire il Conte ter, l’accettazione di un governo con una forte presenza degli odiati tecnici e persino l’abbraccio con Silvio Berlusconi. Tre motivi che spiegano il caos delle ultime ore, che ha spinto persino il più governista dei pentastellati, Luigi Di Maio, a dover porre come condizione quella di un «governo politico» e ha visto metà dei parlamentari levare gli scudi. Certo, c’è l’altra metà che rumoreggia e protesta. C’è il fichiano Federico D’Incà che suggerisce di sedersi comunque al tavolo e vedere le carte. C’è il pragmatico Stefano Buffagni che ricorda come Draghi abbia «un profilo inattaccabile».

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Il disco verde di Conte: «Non sono un ostacolo»

Orfani di Giuseppe Conte, i Cinque Stelle hanno reagito a caldo gridando “viva Giuseppe Conte”. Il premier uscente ha aspettato due giorni prima di scoprire le sue carte. Soltanto giovedì, dopo l’apertura di Di Maio («Il Movimento ha il dovere di partecipare e di ascoltare»), i frequenti contatti con Beppe Grillo e dopo il pressing del Pd per un endorsement a Draghi che potesse convincere il “corpaccione” degli eletti M5S, ha sgombrato il campo dai sospetti di manovre contro l’ex presidente Bce: «Ieri ho incontrato Draghi: un colloquio lungo, molto aperto al termine del quale gli ho fatto gli auguri di buon lavoro. Mi descrivono come un ostacolo, evidentemente non mi conoscono o parlano in mala fede. I sabotatori cerchiamoli altrove». Palazzo Chigi aveva smentito trattative su un suo possibile ingresso nel governo o su un suo ruolo altrove. Vedremo a breve.

A Pd e Leu: «Lavoriamo ad alleanza»

Di certo, il presidente del Consiglio nato tecnico è diventato politico ed è l’unico che avrebbe da guadagnare dalle urne anticipate, visto che i sondaggi più recenti quotano la sua lista tra il 16 e il 20%. Ma la strada indicata è un’altra. «Auspico un governo politico che sia solido e che abbia la sufficiente coesione per fare scelte politiche», ha innanzitutto detto ai cronisti. Assicurando al Movimento la sua presenza («Ci sono e ci sarò») - quasi ad assumersene la leadership di fatto - e al Pd e Leu la sua disponibilità a lavorare insieme «perché quella che chiamo “l’alleanza per lo sviluppo sostenibile che abbiamo iniziato a costruire è un progetto forte e concreto». Musica per le orecchie dem. Il primo a plaudere è stato Dario Franceschini: «L’impegno diretto di Conte rafforza la prospettiva di una alleanza politica nata con l’esperienza del suo governo». Poi il segretario Zingaretti: «Un discorso di grande responsabilità e lungimiranza».

Il sentiero stretto del Movimento

È verosimile adesso che la mossa di Conte sposti il posizionamento pentastellato verso il sì a Draghi, sia pur sofferto. Costerebbe qualche ulteriore defezione alla forza di maggioranza relativa in Parlamento (oggi, al netto di addii ed emorragie, sono ancora 191 i deputati e 92 senatori), ma eviterebbe al governo Draghi di nascere come governo di minoranza. Vorrebbe dire traghettare il Movimento alla svolta: l’abbandono definitivo delle origini anti-sistema, già comunque abiurate nella sostanza da due anni e mezzo al governo. Da qui l’appello di Alessandro Di Battista ai Cinque Stelle: «Il governo Draghi lo devono votare semmai i rappresentanti dell’establishment. Le pressioni saranno fortissime. Voi non cedete».

Il “potere” della Lega

Un tentativo, quello di Di Battista, di riportare indietro le lancette a prima di marzo 2018, come se l’asse giallorosso non fosse mai esistito. Insieme, un invito chiaro a tornare all’opposizione. Ma qui entra in gioco la possibile partita della Lega. È vero che Matteo Salvini continua ad agitare la richiesta del voto entro ottobre, ma non ha ancora sciolto il dilemma: al voto di fiducia a Draghi si asterrà lasciandolo comunque decollare? Secondo i calcoli di YouTrend e Cattaneo Zanetto&Co, se la Lega votasse contro servirebbe il “sì” del grosso del M5S. L’astensione dei leghisti permetterebbe invece la partenza dell’esecutivo anche con il voto contrario di tutto il Movimento (oltre che di Fdi) con 138 sì a Palazzo Madama e 269 a Montecitorio, perché l’asticella dei voti necessari si abbasserebbe a quota 127 al Senato e 249 alla Camera. Se poi addirittura il Carroccio si accodasse agli azzurri nel sostegno pieno, i numeri volerebbero: anche senza i pentastellati, si raggiungerebbero ben 199 voti favorevoli al Senato e 400 alla Camera. E si materializzerebbe l’incubo peggiore del Pd: trovarsi da solo con Italia Viva, Fi e Lega. Un incubo che le parole di Conte sembrano adesso allontanare.

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