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India e Cina ai ferri corti, il conflitto tecnologico potrebbe spostare gli equilibri globali

L'azione dell'India contro le app cinesi è solo la manifestazione più visibile del tecno-nazionalismo crescente e del disaccoppiamento economico dalla Cina

di Biagio Simonetta

La Cina consolida la ripresa, balzo dei profitti dell'industria: +28%

5' di lettura

Sono i due Paesi più popolati al mondo, con circa 1,4 miliardi di abitanti. Sono divisi da un confine conteso da decenni, che si snoda fra le alture dell'Himalaya. E ora sono alle prese con una contesa che può decidere il futuro dell'industria tecnologica globale. India e Cina stanno combattendo una nuova guerra, che va al di là delle diaspore di confine nella valle di Galwan. Circa una settimana fa, Nuova Delhi ha posto il veto su tutta una serie di app cinesi, tirando il ballo i soliti rischi per la sicurezza nazionale. Ed è la terza volta che il governo indiano intraprende un'azione del genere da giugno scorso, proprio da quando le schermaglie al confine himalayano si sono intensificate.

L’ultimo divieto sulle app cinesi

L'ultimo divieto ha portato il numero totale di app cinesi bloccate a quasi 220. Come risultato di queste misure, ora non ci sono app made in Cina tra le prime 500 più utilizzate in India. E si tratta di un cambiamento piuttosto radicale, considerando che fino a qualche mese fa le app cinesi erano tra le più popolari in India, espandendo rapidamente la loro quota nel mercato tecnologico in più rapida crescita al mondo (quello indiano appunto).

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Nella prima metà di questo 2020, le app cinesi più popolari hanno conquistato il 40% del mercato indiano. Ben cinque sono state saldamente nella top 10, con Tiktok in testa e senza rivali. Proprio TikTok, che è stata scaricata circa 600 milioni di volte in India, è stata tra le prime app ad essere bannate da Nuova Delhi. È successo a fine giugno. E da allora l'escalation non si è mai fermata.

Le ragioni di un conflitto

Ma cosa sta spingendo il governo indiano a “firewallare” il Paese dalle app cinesi? È una reazione alle ostilità al confine o una risposta a una “invasione” di app e aziende tecnologiche cinesi? È l'inizio di un crescente “tecno-nazionalismo” o più semplicemente l'avvio del disaccoppiamento economico strategico dell'India dalla Cina nel lungo periodo?A giudicare dagli eventi, la risposta potrebbe essere “l'insieme di tutte queste cose”. Anche se al centro di tutto, c'è un profondo deficit di fiducia che è cresciuto notevolmente a seguito della tensione ai confini.

Il 24 novembre, giorno in cui è arrivato l'ultimo ban, in una dichiarazione del ministero indiano dell'Elettronica e della Tecnologia ha parlato delle applicazioni bloccate come piattaforme «impegnate in attività che sono pregiudizievoli per la sovranità e l'integrità dell'India, la difesa dell'India, la sicurezza dello stato e l'ordine pubblico». E sebbene dal governo non menzionino direttamente la Cina, l'elenco delle app vietate, che sono tutte sviluppate da aziende tecnologiche cinesi, rende palese l'obiettivo.

La strada meno rischiosa

Quello che traspare è che le app cinesi sono diventate il bersaglio debole. Detto che il governo indiano è stato costretto a prendere posizione contro Pechino sotto la pressione dell'opinione pubblica, dopo gli scontri al confine che hanno portato alla morte di una ventina di soldati indiani, il ventaglio di azioni non era così ampio. Le opzioni commerciali erano limitate e potenzialmente controproducenti, mentre le opzioni militari erano ancora più pericolose. Così le esportazioni tecnologiche cinesi sono diventate il bersaglio più semplice da colpire, l'unico modo in cui l'India poteva effettivamente produrre qualche danno al “nemico”.

In tutto questo, da Nuova Delhi non hanno fornito alcuna prova per dimostrare come le app cinesi siano una minaccia o come le loro politiche sui dati siano diverse da altre app popolari, per lo più americane, come WhatsApp, Facebook, Twitter, Google e YouTube.

Il tecno-nazionalismo

Negli ultimi anni, le aziende tecnologiche cinesi hanno fatto enormi passi avanti nel mercato indiano, in particolare nel segmento degli smartphone. I primi quattro marchi di smartphone cinesi in India - Xiaomi, Oppo, Vivo e OnePlus - continuano a dominare il mercato, con una quota totale del 75,1% nel secondo trimestre del 2020.

E la fiorente ascesa degli smartphone ha avuto come conseguenza un'esplosione di app mobili, con quelle cinesi che sono diventate in pochi mesi le più scaricate. Secondo un rapporto del portale indiano di notizie tecnologiche “FactorDaily”, nel 2018, 44 delle 100 migliori app Android in India erano state sviluppate da aziende cinesi, rispetto alle 18 di un anno prima.

Negli ultimi mesi, però, il quadro è cambiato. I rapporti fra i due Paesi sono ai minimi storici, e campagne allarmiste del tipo “boicotta la Cina” sono espose sui social, evidenziando come gli smartphone, le app e altri prodotti cinesi stiano “invadendo” l'India. Alcuni indiani ipernazionalisti hanno postato video mentre distruggevano smartphone, TV e altri prodotti di fabbricazione cinese.

«Il tecno-nazionalismo è in voga in India da un po' di tempo, e vede i dati come una risorsa nazionale» ha detto al New York Times Nikhil Pahwa, il fondatore di MediaNama, un'organizzazione che sostiene un internet libero e aperto. «Il governo indiano ha da tempo timori che le società cinesi stiano dominando i mercati locali e stiano battendo gli sviluppatori di app indiane.

Il disaccoppiamento economico

Ma i ban alle app sembrano far parte anche di una più ampia strategia di disaccoppiamento economico. Perché mentre l'attenzione globale è concentrata sulla pandemia, l'India sta correndo veloce verso l'obiettivo di diventare un centro di produzione più importante al mondo, proprio a discapito della Cina. La guerra commerciale fra Pechino e gli Stati Uniti, in tutto questo, potrebbe giocare un ruolo fondamentale e favorevole per l'India. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, già mesi fa ha svelato la missione “Atmanirbhar Bharat” (India autosufficiente), programmando una grande trasformazione. E sono state approvate nuove regole in modo da richiedere l'approvazione del governo per gli investimenti da parte di entità cinesi.

Alcuni analisti sostengono anche l'India stia valutando la possibilità di aumentare i dazi doganali su 20 prodotti come laptop, fotocamere e tessuti, la maggior parte dei quali proviene dalla Cina, per limitare le importazioni da Pechino. A luglio scorso, l'India ha annunciato che le aziende cinesi sono escluse dallo sviluppo di strade e autostrade nel Paese. E pare che Nuova Delhi abbia ordinato alle due società di telecomunicazioni statali di non utilizzare apparecchiature cinesi e di privilegiare i fornitori locali (il futuro di Huawei e Zte per lo sviluppo del 5G nel Paese non è mai stato così in bilico).

Va detto che Pechino, finora, non ha reagito alle misure economiche aggressive dell'India, incluso il ban alle app. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, la scorsa settimana ha insistito sul fatto che «la cooperazione economica e commerciale Cina-India, per natura, è reciprocamente vantaggiosa». Zhao ha detto che «l'India dovrebbe correggere immediatamente il suo approccio discriminatorio ed evitare di causare ulteriori danni alla cooperazione bilaterale». Ma l'appello sembra essere caduto nel vuoto.

La tendenza generale, insomma, lascia intravedere un'azione abbastanza nitida. L'azione dell'India contro le app cinesi è solo la manifestazione più visibile del tecno-nazionalismo crescente e del disaccoppiamento economico dalla Cina. E questa partita, a quanto pare, è appena cominciata.

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