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India: Modi sconfitto ritira la riforma agraria

Saranno abrogate le leggi che deregolamentavano il settore. Vincono i manifestanti dopo oltre un anno di proteste

di Gianluca Di Donfrancesco

La protesta dei coltivatori indiani, accusati di terrorismo da alcuni esponenti del partito di maggioranza Bjp

2' di lettura

Gli agricoltori indiani l’hanno spuntata: dopo oltre un anno di proteste, il premier Narendra Modi è costretto a incassare la sconfitta e a rinunciare alla riforma agraria, un provvedimento inseguito a lungo e al cuore dei piani di modernizzazione del Paese.

La marcia indietro è arrivata a sorpresa venerdì 19 novembre, a pochi mesi dalle elezioni nell’Uttar Pradesh (all’inizio del prossimo anno): lo Stato più popoloso della Confederazione indiana, con oltre 200 milioni di abitanti, è un fronte chiave nello scontro politico. Si voterà anche in Punjab e Uttarakhand, altri due Stati del Nord a forte vocazione rurale.

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Semplificazione fallita

La riforma si componeva di tre leggi, varate a settembre del 2020 e congelate a gennaio del 2021 dalla Corte suprema. Ora saranno abrogate dal Parlamento. Il pacchetto provava a semplificare il settore, consentendo agli agricoltori di vendere i prodotti direttamente ad aziende private, al di fuori dei mercati all’ingrosso regolamentati dallo Stato, che danno potere agli intermediari, ma garantiscono un prezzo minimo di acquisto, al quale i produttori non vogliono rinunciare. Per il Governo, lo scopo era affrontare i cronici sprechi alimentari del Paese e le inefficienze del sistema di sussidi e prezzi calmierati che pesa sulle casse pubbliche.

Le proteste

La contestazione è scoppiata subito e in massa, con manifestazioni e cortei nelle principali città e nella capitale, sfidando la pandemia di Covid-19, una tragedia in India, e le misure restrittive varate a più riprese per fermarla. I manifestanti smobiliteranno solo quando il Parlamento avrà davvero abrogato le leggi contestate, avvisano i leader del movimento. Non sono mancati momenti di tensione, come il 26 gennaio, festa della Repubblica indiana, quando i contestatori hanno travolto i posti di blocco con i loro trattori e hanno preso d’assalto il Forte Rosso di New Delhi. A ottobre del 2021, otto persone sono morte nei disordini scoppiati in Uttar Pradesh.

Le paure degli agricoltori

Gli agricoltori temevano che la riforma avrebbe aperto la strada all’abolizione degli acquisti pubblici a prezzo fisso di grano e riso e quindi ridotto le loro entrate, a tutto vantaggio dei colossi del settore. Governo e partito di maggioranza (Bjp) hanno provato a superare le contestazioni alternando offerte di compromesso ad accuse di terrorismo e separatismo.

Il ritiro del pacchetto «è un duro colpo, la riforma avrebbe aiutato ad attrarre investimenti nell’agricoltura e nell’industria della trasformazione, due settori che hanno bisogno di molti soldi per la modernizzazione», secondo Sandip Das, ricercatore e analista di politica agraria. Quasi la metà degli 1,3 miliardi di indiani vive di agricoltura, sebbene il settore rappresenti meno di un quinto del Pil.

Non è la prima sconfitta per Modi: nel 2015, ha dovuto rinunciare al tentativo di semplificare le norme sulla compravendita di terreni, per facilitare l’acquisizione delle superfici da destinare a opere infrastrutturali o all’industria. Anche allora la spuntarono i manifestanti e la marcia indietro arrivò prima delle elezioni nel Bihar.

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