frontiere della biometria

India, «schedata» l’iride di un miliardo di persone. E la privacy?

di Enrico Marro

Olycom

2' di lettura

Si chiama “Aadhaar”, “fondamenta” in lingua hindi, ed è la più colossale operazione di schedatura biometrica di massa della storia. A metterla in cantiere otto anni fa non è stata la tecnologica Silicon Valley ma l’arretratissima India, Paese dove circa metà della popolazione non aveva nemmeno un certificato di nascita che ne attestasse l’identità.

Era un problema enorme, perché centinaia di milioni di persone di fatto non possedevano un nome e cognome reale. E gli abusi di chi assumeva identità fittizie per incassare sussidi governativi di ogni tipo avevano ormai assunto dimensioni preoccupanti. Nuova Delhi decise di correre ai ripari chiedendo lumi alle menti più brillanti del Paese, guru del calibro di Nandan Nilekani, il fondatore del colosso informatico indiano Infosys.

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Da questo team di cervelli è appunto nato il progetto Aadhaar, con l’obiettivo di assegnare un’identità biometrica ai cittadini indiani che fosse a prova di frode. Ma come procedere alla rilevazione “volontaria” di impronte digitali e iride? Il Governo indiano l’ha resa praticamente indispensabile per tutto: senza una Aadhaar Card oggi non è possibile firmare un contratto di telefonia mobile, acquistare un biglietto del treno o aver diritto a un pasto gratis a scuola.

Con questa maxioperazione oggi l’India si ritrova con un database biometrico colossale, il più grande al mondo. Include il 99% della popolazione: qualcosa come 1,11 miliardi di persone. A fronte di un investimento di un miliardo di dollari, il Governo indiano ha dichiarato di aver già risparmiato almeno cinque miliardi di dollari nella gestione informatica dei servizi ai cittadini e nell’eliminazione delle frodi legate alle indentità fittizie.

Ma questo è solo l’inizio della rivoluzione. Grazie ad Aadhaar l’India è destinata a diventare il primo Paese emergente protagonista di una nuova economia digitale di massa. «Le start-up tecnologiche, le banche internazionali e le società di venture capital stanno promuovendo la ricerca di nuovi servizi che possono essere offerti attraverso questo database - nota Kenneth Akintewe, senior investment manager fixed income di Aberdeen - . La speranza è infatti che questo sistema apra le porte alla prossima generazione di servizi finanziari digitali, per consentire pagamenti digitali su diverse piattaforme, l’apertura di un conto corrente bancario con un selfie e altri traguardi che fino a poco tempo fa non si sarebbero potuti neppure sognare».

Certo, non è tutto oro quel che luccica. Il sistema è tutt’altro che perfetto. E le polemiche sulla privacy non mancano. Innanzitutto non esiste una chiara base normativa per tutelare i dati personali del miliardi di persone che hanno una Aadhaar Card, denunciano giuristi ed esponenti politici. E il colossale database non è stato verificato con puntualità, tanto da non essere riuscito a debellare completamente la piaga delle false identità: pare che nella colossale banca dati sia stato trovato per esempio anche il dio hindi Hanuman, con tanto di rilevazione biometrica delle impronte digitali e dell’iride. Inoltre Aadhaar non utilizza i principi base della crittografia, e restano avvolti nel mistero i sistemi di sicurezza a protezione dei potenziali furti di dati biometrici.

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