valori futuri

Individualismo, perché rivedere le priorità

di Salvatore Carrubba

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Nell’atteso e tradizionale “Discorso alla città”, in occasione della festa di sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha usato venerdì scorso parole severe contro l’individualismo, la cui «arroganza si impone come un fattore di frantumazione. L’individualismo si rivela una forma di presunzione rovinosa».

Che la Chiesa diffidi dell’individuo non è una novità; se mai, preferisce parlare di “persona”, per valorizzare il fascio di relazioni di cui ciascuno è protagonista.

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Quello che c’è di nuovo è che le osservazioni di Delpini quest’anno cadono al centro di un dibattito che non contrappone più i laici ai cattolici, perché anche i primi si interrogano sempre più frequentemente sull’esasperazione della dimensione individualistica, che avrebbe sgretolato (anche attraverso il dilagare dei social: «La comunicazione diventa impossibile perché ciascuno parla una lingua diversa», dice l’arcivescovo) le basi stesse di una convivenza possibile.

Di questo dibattito è testimonianza recente un libro degli economisti britannici Paul Collier e John Kay (entrambi insegnano a Oxford), “Greed Is Dead – Politics After Individualism”, pubblicato da Allen Lane, che riassume efficacemente le impasse alle quali la pretesa di un assolutismo individualistico ci avrebbe condotto. Collier e Kay smontano il paradigma dell’uomo economico respingendone il presupposto di fondo, secondo il quale l’interesse e l’avidità, appunto, sarebbero la molla principale dell’agire individuale.

L’uomo resta un animale sociale e il senso di cooperazione e collaborazione non è affatto estinto. Ma questo spirito innato di attenzione e solidarietà si rivolge più specificamente alle esigenze che conosciamo, ai problemi che condividiamo, alle comunità di cui facciamo parte: diffidiamo del «salvazionismo globale», ma ci sentiamo sensibili agli «obblighi reciproci». Perciò, concludono gli autori, la prospettiva vincente è quella di recuperare la dimensione comunitaria: se il mercato ha dei limiti, spiegano, non di minori ne dimostra lo stato, soprattutto per la sua ansia centralizzatrice il cui fallimento ha condotto alla delusione e alla sfiducia degli elettori.

Ma l’attualità del libro sta proprio nell’analisi sui danni che le versioni estreme dell’individualismo hanno determinato sulla politica, e sulla possibilità di vivere insieme. Di questi danni la stagione dei diritti abbracciata dalle sinistre dei Paesi avanzati è stata una delle principali cause, e le politiche identitarie uno degli esiti più preoccupanti: l’estremo individualismo riduce le rivendicazioni a quelle che interessano gruppi sempre più segmentati e specifici, perdendo di vista qualunque parvenza di interesse generale. Rivendicare diritti solo per sé significa minare la solidarietà collettiva; affidarsi ai tribunali fa venire meno la forza delle obbligazioni morali; chiedere continui riconoscimenti legislativi attribuisce un potere abnorme allo stato, deprime ulteriormente la responsabilità individuale e rende «il processo di negoziazione e di mediazione difficile da gestire», scrivono gli economisti.

Nella loro analisi, ritroviamo l’eco di preoccupazioni già espresse in tempi non sospetti da un grande maestro del liberalismo novecentesco, Ralf Dahrendorf, per il quale nessuna società può reggere senza forme di “legature” sociali.

Più di recente, l’americano politologo liberal Mark Lilla ha denunciato quanto le politiche identitarie basate sulla difesa oltranzista di ogni singola rivendicazione abbiano fatto perdere di vista alla sinistra la capacità di stare dalla parte dei deboli e di proporre un nuovo riformismo efficace per tutti. A questo proposito, Collier e Kay sono implacabili nel denunciare l’estremismo parolaio, inconcludente ed elitario di gran parte degli attivisti di oggi.

Di qui, dunque, la riscoperta della società civile e del senso di comunità, come risposta alla crisi dello stato, all’esaurirsi della politica, alla disarticolazione dei movimenti politici tradizionali. Ma comunità, spiegano gli autori, non significa rinchiudersi nel proprio bozzolo (compreso quello delle echo-chambers).

Una comunità, infatti, risulta solidale se resta capace di garantire innovazione e pluralismo, senza il quale, scrivono gli autori, «la cooperazione può degenerare nella stagnazione del campanilismo e negli errori del pensiero unico». Proprio quello nel quale si crogiolano i narcisi del nuovo individualismo.

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