Sul territorio

Indotto da 23 miliardi, i rinvii a primavera prolungano la caduta

Allestitori, trasporti, hotel, ristoranti, servizi di catering, negozi sono tra i settori più colpiti dall'assenza di attività espositive nelle città

di Giovanna Mancini

 Il Fuorisalone del Mobile di Milano è l’evento più importante per capacità di generare indotto durante una fiera. Nella foto, un’installazione nel cortile dell’Università Statale di Milano durante il Fuorisalone a settembre 2021

3' di lettura

«Non ci aspettavamo proprio questo ulteriore stop. Tanto che, in vista della ripartenza di gennaio e forti della ripresa degli ultimi mesi dell’anno, molte aziende avevano assunto nuovo personale, per compensare le numerose uscite avvenute in un anno e mezzo di quasi totale inattività». Katia Celli, dasettembre presidente di Asal, l’associazione degli allestitori, non nasconde l’amarezza e la preoccupazione: il rinvio alla primavera di tante manifestazioni previste nei primi mesi dell’anno rischia di infliggere un nuovo colpo a un settore già duramente provato dalla pandemia.

«In base a una prima indagine tra i nostri associati, tra gennaio e marzo prevediamo una riduzione dei ricavi dell’80% – spiega Celli – e questo dopo un calo di fatturato del 75% nel 2020 e del 67-70% nel 2021». Purtroppo, non è detto che si riuscirà a recuperare tutto quando poi le fiere ripartiranno, in parte perché questa continua incertezza sta scoraggiando diverse imprese espositrici, spiega Celli, in parte perché gli allestitori italiani lavorano molto all’estero, soprattutto in Germania, dove alcuni eventi importanti sono stati cancellati e rimandati al 2023. «I ristori governativi per il 2020 e 2021 sono arrivati, seppure tardi, e sono stati soddisfacenti per coprire le perdite – aggiunge il presidente – grazie al lavoro portato avanti dal mio predecessore, Sandro Stipa, con FederlegnoArredo, Aefi e Cfi». Tuttavia il settore, che prima del Covid contava circa 500 imprese con 120mila dipendenti e 2 miliardi di fatturato, è di nuovo in apnea. «Inoltre, dobbiamo affrontare il problema della manodopera – sottolinea Celli –: abbiamo perso quasi il 50% delle risorse umane, molte delle quali hanno preferito andare a lavorare nei cantieri beneficiati dal Superbonus al 110%. Ora chiediamo al governo di concedere al nostro comparto almeno gli ammortizzatori sociali, per evitare ulteriori perdite di personale».

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Gli allestitori sono solo la punta dell’iceberg dell’indotto generato dalle fiere e dunque colpito da cancellazioni e rinvii. Secondo Aefi, il sistema espositivo, nel 2019, ha avuto un impatto di circa 23 miliardi di euro, che comprende le attività degli allestitori, ma anche tutte quelle connesse alle manifestazioni, dai trasporti agli hotel, dalla ristorazione ai servizi.

A soffrire dell’assenza (o del depotenziamento) dei grandi eventi è stato tutto il comparto del turismo business, in particolare in città come Milano, dove fino al 2015 (l’anno dell’Expo) era persino superiore per valore a quello leisure. «Il settore non si è mai ripreso – ammette Maurizio Naro, presidente di Federalberghi Milano – e questi ulteriori rinvii delle fiere non ci volevano. Quello che è perso è perso: la concentrazione degli eventi in pochi mesi, tra la primavera e l’estate, aiuterà forse gli albergatori a fare cassa nell’immediato, ma comporterà anche serie difficoltà organizzative, tanto più che è diventato difficilissimo trovare personale formato: molti se ne sono andati in questi due anni». Gli hotel milanesi sono vuoti, spiega Naro: «Nei primi weekend del 2022 il tasso medio di riempimento è sotto il 20%. Alcuni alberghi hanno chiuso per le vacanze di Natale e per riaprire aspettano la ripartenza delle fiere a marzo».

Un discorso analogo vale per i pubblici esercizi, in particolare quelli che prestano servizio all’interno dei padiglioni fieristici: «Queste realtà, così come le aziende di catering, sono state colpite duramente, in maniera diretta. Per loro, una fiera mancata equivale a un lockdown», osserva il consigliere delegato di Fipe-Confcommercio Alessandro Cavo. «Ma, indirettamente, tutto il settore risente dell’assenza di manifestazioni fieristiche – aggiunge Cavo –. Anche perché il turismo congressuale e fieristico, tradizionalmente, permetteva di compensare in alcune località i periodi dell’anno di bassa stagione, più scarichi di visitatori leisure». La speranza è che la primavera e l’estate portino un ritorno dei flussi paragonabile a quello dell’anno scorso, «per poi riprendere a pieno regime dall’autunno-inverno di quest’anno», conclude Cavo.

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