un anno di ArcelorMittal

Indotto, ambiente e precari tutti i nodi del risanamento

A 12 mesi dall'arrivo della multinazionale restano tante incertezze e timori

di Domenico Palmiotti


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Ex Ilva. A Taranto si trova il sito della più grande acciaieria d'Europa

4' di lettura

Un anno fa, l’1 novembre 2018, l’arrivo di ArcelorMittal Italia sulla tolda di quella che, malgrado tutto, resta la più grande acciaieria europea. La multinazionale s’insedia a valle di un percorso complicato, durato alcuni anni (il primo approccio risale al 2014), e che ha visto la gara di aggiudicazione a giugno 2017, il via libera dell’Antitrust europeo a maggio 2018 e l’accordo sull’occupazione con i sindacati al Mise a settembre 2018. L'insediamento è accompagnato da un'apertura di credito e di fiducia abbastanza ampia.

Un anno dopo, di fiducia e credito rimane poco quanto nulla e all'apertura sono subentrati incertezza, preoccupazione, se non paura. Non solo il promesso nuovo corso non c'è stato, l'azienda perde soldi (2 milioni di euro al giorno, dice la Uilm) e si teme un giro di vite con l'avvento, nel ruolo di presidente del cda e amministratore delegato, di Lucia Morselli (ex Ast) al posto di Matthieu Jehl, ma aleggia un rischio più grande: che ArcelorMittal possa mollare dopo che l'immunità penale legata all'attuazione del piano ambientale, è stata prima soppressa col dl Crescita, poi reintrodotta e rivista col dl Imprese, infine stralciata per farne un discorso a parte. E quelle che AM chiama garanzie legali vengono ritenute dall'azienda un punto chiave per poter restare a Taranto.

Pesa la crisi

È successo molto in questi 12 mesi. La crisi del mercato che ha mandato in soffitta l’ambizioso obiettivo di produrre a Taranto già in quest’anno 6 milioni di tonnellate (si starà invece ben sotto i 5 milioni). Due cicli di cassa integrazione ordinaria, ciascuno di 13 settimane, uno chiuso il 28 settembre per 1.395 addetti ed un altro in corso, dal 30 settembre, per 1.276 lavoratori. Un incidente mortale sul lavoro, causato da una tromba d’aria il 10 luglio, ancora una volta al quarto sporgente portuale della fabbrica, teatro la stessa gru di scarico delle materie prime dove in circostanze analoghe morì un altro dipendente a novembre 2012. Il sequestro dell’impianto “incriminato” da parte della magistratura con una serie di difficoltà nei rifornimenti di minerali e carbon coke, ciò che alimenta gli altiforni per produrre la ghisa poi trasformata in acciaio. E ancora: il conflitto con la magistratura sull’altoforno 2, inizialmente destinato allo spegnimento ad ottobre causa sequestro, e poi “salvato”, sia pure con delle condizioni, dal Tribunale del Riesame. Infine, tutta la vicenda consumatasi attorno all’immunità penale per i gestori della fabbrica relativamente al piano ambientale.

Probabilmente, se ArcelorMittal un anno fa avesse provato ad immaginare il suo primo anno a Taranto, mai avrebbe pensato di vivere ciò che in realtà ha vissuto. A partire dal mercato e poi via via col tutto il resto, ogni previsione è stata capovolta.

Gli interventi ambientali

Tuttavia, l’azienda dichiara di non essere stata inerte. Nel quadro riassuntivo presentato di recente in audizione alla Camera, spiccano i 200 milioni investiti nel 2019 in una serie di interventi di messa a norma ambientale. Sono stati, inoltre, assegnati gli ordini per installare i filtri Meros (60 milioni) al camino E312, il più alto della fabbrica, quello collegato all’agglomerato che emette polveri e diossine.

È poi andata avanti la copertura dei parchi delle materie prime per bloccare alla radice il sollevamento delle polveri a causa del vento. Un’opera per complessivi 300 milioni, avviata dai commissari straordinari e proseguita da ArcelorMittal. La chiusura definitiva del primo parco, quello minerali, avverrà a dicembre, a maggio prossimo quella del fossile. L'azienda ha anche dichiarato che da ottobre 2018 a settembre 2019, l'indice di frequenza degli incidenti è sceso da 20 a 12,2 mentre quello di gravità da 0,7 a 0,4. Inoltre, è stato da poco presentato il Centro ricerche e sviluppo, previsto dall’accordo al Mise, che permetterà di studiare innovazioni e tecnologie per ridurre le emissioni.

La città chiede più impegno

Tuttavia la città, dalle istituzioni ai sindacati, forse perchè attendeva altre risposte o perché teme il peggio ora, ritiene insufficienti i segnali arrivati. Oltre a interrogarsi se l'azienda resta o meno, nello scenario anche altri tre punti: in cosa si concretizzerà la gestione Morselli; la tenuta dell’indotto; il riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale da parte del ministero dell’Ambiente. La lady di acciaio ha fama di “tagliatrice” e per questo il sindacato ha già messo le mani avanti: l’accordo al Mise, quello sui 10.700 assunti totali di cui 8.200 a Taranto, non si tocca.

Nodo fornitori e Aia

Per il sindacato, la fabbrica ha già subìto una ristrutturazione (ma Morselli ha detto ai sindacati che bisogna “ridisegnarla”) con una quota di personale che un anno fa non è transitata con ArcelorMittal ma è rimasta in cassa straordinaria con Ilva in amministrazione straordinaria: 2.600 iniziali poi ridottisi a 1.700 circa con gli esodi anticipati e agevolati. Inoltre, osserva il sindacato, su 8.200 assunti, poco più di 1.200 sono già in cassa per gestire appunto la crisi di mercato. Mentre resta buio il futuro dei tubifici, inattivi, e del grande altoforno 5, spento da marzo 2015 e non ancora rifatto. Per l’indotto, l’azienda ha già rimesso a gara i contratti di appalto scaduti per una serie di servizi. Secondo ArcelorMittal, il processo ha coinvolto ad oggi più di 1.500 persone. Per quasi il 90% dei casi si è arrivati a una soluzione condivisa. Pesa per le imprese la riduzione di costo chiesta dal committente: il 40 per cento. Tuttavia ArcelorMittal sostiene di aver assegnato ai fornitori locali di Taranto lavori per più di 200 milioni annui. E che già a novembre scorso ha pagato i debiti ceduti, versando alle imprese altri 200 milioni.

Sul riesame Aia, infine, si sa solo che il ministro Sergio Costa ha aperto la procedura già da maggio accogliendo la richiesta del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che gli ha evidenziato criticità sanitarie. Probabilmente il riesame dovrebbe approdare a prescrizioni ambientali più severe anche perché non sono mancate, in questi mesi, le segnalazioni di inquinamento, a partire dal camino E312 - quello che attende i nuovi filtri -, per il quale ad agosto Arpa Puglia ha accertato emissioni anomale.

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