Storia del giornalismo

Indro Montanelli, irriducibile gigante del giornalismo

Nel ritratto-ricordo il grande giornalista, recentemente contestato, a 20 anni dalla scomparsa

di Armando Torno

2' di lettura

Non è facile ricordare Indro Montanelli a vent'anni dalla morte (22 luglio 2001). Oggi i giornalisti, di cui fu il principe indiscusso, sono sempre più legati alla rete o a dimensioni virtuali, meno agli incontri diretti o alle inchieste nate dai viaggi. Nell'attuale società vanno per la maggiore i comunicatori (meglio se) diligenti, ideali se diventano influencer; Montanelli amava la polemica, la battuta, il toscanismo che riusciva a infilzare un personaggio.


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Il nostro mondo ormai sta smarrendo il senso della realtà e stenta a conoscere, valutando la comunicazione che li avvolge, donne e uomini in carne e ossa. Montanelli fa parte di un passato in cui un giornalista poteva recarsi da Dino Grandi e chiedergli come cadde il fascismo; oppure sapeva raccontarvi come si comportasse a tavola Churchill, dopo aver cenato con lui.

I tic di una regina o gli occhi di un dittatore

Vi descriveva i tic di una regina o gli occhi di un dittatore; oppure riusciva a incantarvi parlando di Gomułka, che raccontò a lui lotte e incarcerazioni e il contrasto con Stalin che lo accusò di “deviazionismo nazionalista”. Aveva conosciuto direttamente i protagonisti del ‘900.

Fu il primo giornalista a intervistare un papa: il 29 marzo del '59, sulla terza pagina del “Corriere della Sera”, apparve il resoconto del suo colloquio con Giovanni XXIII. Ma se si passano in rassegna i suoi incontri diretti, nemmeno un vecchio elenco telefonico riuscirebbe a contenerli.Di certo parlò più volte con Mussolini, con innumerevoli capi di Stato, poté permettersi di rifiutare la carica di senatore a vita (gliela offrì Cossiga nel 1991) e della cinquantina di nominati è preceduto soltanto dal “no, grazie” di Arturo Toscanini a Einaudi nel 1949.

Quando commentava il fatto, lo considerava un gesto naturale, di onestà: lui, sommo commentatore politico, non poteva accettare di far parte di quella categoria che quasi ogni giorno analizzava (sovente sbertucciandola) con i suoi articoli.

Sono sempre stato me stesso

Montanelli confidava negli ultimi anni della vita, quando le sinistre provarono simpatia per le sue critiche al governo Berlusconi, che un tempo era stato considerato un conservatore e ora era finito tra i progressisti: “Segno evidente che sono sempre stato me stesso”.

E tale fu vivendo in un secolo che lo costrinse a formarsi durante il fascismo. Un movimento politico che egli riassumeva magistralmente con una battuta: “Erano tutti fedeli sino alla morte, morte esclusa”.

Oggi sarebbe a disagio. Non perché imbrattano la sua statua o gli rimproverano un matrimonio africano con criteri stabiliti dopo ottant'anni dall'avvenimento. No, lui oggi non potrebbe sopportare il linguaggio politicamente corretto o quanto consideriamo letteratura.

Abituato a una società dove gli scrittori non erano arredi comunicativi, ora probabilmente sarebbe triste vedendo quel che succede ai premi letterari. Probabilmente direbbe che un festival dell'Unità degli anni '70, tenuto in un paesino di provincia, testimoniava più cultura di quella che riesce a esprimere un nutrito gruppo di romanzieri in una gara nazionale.

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