ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùFormazione

Industria 4.0 cercherà 70mila specialisti ma teme di non trovarli

di Claudio Tucci

Industria 4.0. La trasformazione digitale segna una nuova tappa nell'evoluzione degli impianti di produzione e delle tecnologie di automazione che li regolano. Al tempo stesso però emergono alcune sfide, tra cui la ricerca di nuove competenze

3' di lettura

L’Ict, da qui al 2026, avrà bisogno di 30mila esperti in scienze matematiche, informatiche, chimiche e fisiche, e 40mila, o giù di lì, tecnici informatici, telematici e delle comunicazioni. Parliamo di figure professionali emergenti legate a Industria 4.0, come analisti e progettisti di software, cyber security expert, cloud computing specialist, big data specialist, data scientist, programmatori, tecnici esperti in applicazioni, web master. Ebbene, nel 2021, ultima fotografia disponibile, comunicata a questo giornale da Unioncamere-Anpal, attraverso il sistema informativo Excelsior, la difficoltà di reperimento di queste risorse 4.0 ha sfiorato il 60%. Significa che sei selezioni su 10 hanno presentato, per le imprese, enormi difficoltà, e spesso sono rimaste sulla carta.

E le cose non vanno meglio in un altro settore “core” di Industria 4.0, vale a dire quello legato alla meccatronica e robotica: qui parliamo di imprese di fabbricazione di macchinari e attrezzature e dei mezzi di trasporto, di industrie elettriche ed elettroniche e di quelle di riparazione e manutenzione, che avranno bisogno, sempre nei prossimi cinque anni, di circa 25-30mila tecnici meccanici, elettronici, disegnatori industriali, e di ingegneri industriali, meccanici ed energetici, elettrotecnici e dell’automazione industriale. Ma, anche qui, nella stragrande maggioranza dei casi (si oscilla tra il 60 e il 70%) siamo di fronte a figure “introvabili” vista l’attuale offerta del nostro sistema scolastico-universitario.

Loading...

Per non parlare dell’altra rivoluzione, accanto a quella digitale, ovvero quella “green”, già ampiamente presente nelle ricerche assunzionali delle imprese di servizi e manifattura. Sempre Unioncamere e Anpal, hanno reso noto che, nel 2021, skill come l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale sono state un requisito fondamentale per entrare nel mercato del lavoro: per il 76,3% delle assunzioni programmate 2021, pari a oltre 3,5 milioni, sono state ricercate competenze “verdi”, e nel 37,9% dei casi con un grado di importanza per la professione elevato. Le prime cinque professioni richieste per sostenere la green transition sono progettista in edilizia sostenibile, giurista ambientale, specialista in contabilità verde, responsabile degli acquisti green, installatore di impianti a basso impatto energetico. Insomma profili nuovi, ma che il mondo dell’istruzione non sempre riesce a formare in base a quello che realmente serve alle realtà imprenditoriali.

Il fatto è che Industria 4.0, le rivoluzioni green e digitale - che saranno sempre più spinte dal Pnrr - e l’internazionalizzazione, stanno investendo con forza il mondo dell’occupazione, richiedendo nuove competenze, in primis quelle tecnico-scientifiche, e personale. Complessivamente, da qui al 2026, si stimano tra gli 1,3 e gli 1,7 nuovi inserimenti (ipotizziamo una mediana di 1,5 milioni di nuove assunzioni), al netto ovviamente delle ricadute della guerra tra Russia e Ucraina, che tutti ci auguriamo termini al più presto (ma i cui effetti su Pil e lavoro nei prossimi mesi si annunciano piuttosto pesanti).

Ripercussioni del conflitto a parte, a preoccupare è il forte “mismatch” a cui stiamo assistendo, e che nei primi cinque mesi dell’anno ha sempre veleggiato intorno a un 40% medio di profili introvabili. In periodo pre-pandemico questa percentuale si attestava al 27% delle entrate previste. La motivazione principale del “disallineamento” è la mancanza di candidati, praticamente raddoppiata nel triennio (dal 12,3% di aprile 2019 all’attuale 22,9%). Un dato che fa tremare i polsi visti i numeri del calo demografico (le tabelle previsionali di Mef-palazzo Chigi parlano di una riduzione di 1,4 milioni di alunni al 2033-34, cioè nell’arco di poco più di un decennio). Ma in crescita è anche l’assenza di competenze richieste dai datori, a testimonianza dei gravissimi errori fatti dai precedenti governi nello smantellare l’alternanza scuola-lavoro e nel non aver investito nell’orientamento (specie verso i profili Stem).

Se infatti guardiano la “mappa” del mismatch c’è da accendere più di una spia rossa, visto che le prime cinque professioni di difficile reperimento sono legate a profili tecnico-scientifici (periti, diplomati Its, laureati Stem). Questi talenti mancano quasi esclusivamente ai settori manifatturieri, che hanno tirato il rimbalzo dello scorso anno. È triste leggere (si veda Il Sole- 24 Ore del 1° maggio) di commesse e gare a cui si rinuncia perché manca personale. Per ingegneri ed elettrotecnici la difficoltà di reperimento è intorno al 70% delle entrate previste; per progettisti e meccanici siamo al 60%; stessa percentuale per analisti e progettisti software, ma anche operai specializzati. E non è incoraggiante pensare che già nel 2021 avevamo 240mila laureati (quasi tutti Stem) introvabili. Mentre i diplomati Its (che hanno un tasso di occupazione medio dell’80%) e i periti sono troppo pochi.

Non iniziare ad affrontare subito il problema mismatch (con più orientamento fin dalle medie e con politiche di rilancio della filiera tecnico-professionale) significa non solo togliere chance a giovani e famiglie. Ma anche condannare al declino industria e Paese (siamo ancora la seconda potenza manifatturiera d’Europa, la settima nel mondo).

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti