INNOVAZIONE

Industria 4.0, ecco i lavori del futuro

di Luca Orlando


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3' di lettura

La tecnologie, d'accordo. Ma senza competenze per farle funzionare investire è inutile o quasi. Non è un caso che la nuova edizione del World Manufacturing Forum abbia scelto proprio questo come tema di dibattito, presentando alla platea di imprenditori, manager, stakeholders istituzionali e rappresentanti di associazioni di vari paesi del mondo (un migliaio le persone arrivate a Cernobbio), i risultati dell'ultimo report realizzato dalla World Manufacturing Foundation, libro bianco che traccia la rotta dei lavori del futuro.

Manager dell'etica digitale, ingegnere del 4.0 in versione lean, esperto di big data, esperto nella robotica collaborativa, IT integration manager e “consulente” digitale sono le sei figure identificate come vincenti nel futuro a breve. Che entro il 2030 “brucerà” secondo le stime 400 milioni di posti di lavoro manuali, per produrre però un numero superiore di figure maggiormente skillate. A patto, naturalmente, di averle formate per tempo.

Il gap quali-quantitativo di competenze pare crescente nel tempo e per la sola Italia si stima che questo costi ogni anno lo 0,6% del Pil i termini di mancata crescita, 11500 miliardi a livello globale.

«Serve un nuovo modello per la formazione e l'istruzione – spiega il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti – e credo che solo attraverso la collaborazione del settore pubblico e di quello privato, di scuole, imprese e istituzioni, si possa risolvere il problema».

«Il concetto chiave è quello di occupabilità – spiega il presidente della World Manufacturing Foundation Alberto Ribolla – e per questo diciamo con forza che il cambiamento va realizzato mettendo al centro le persone. Governando il percorsogenerando compatibilità tra i tre fattori fondamentali per lo sviluppo delle nostre società: economico, sociale, ambientale».

Investimenti in know-how che devono andare a colmare il gap in particolare nei confronti delle abilità richieste in futuro, dieci quelle identificate nel Report. Alcune “basiche”, come una generale alfabetizzazione digitale o la capacità di affrontare temi di complessità crescente. Altre più specifiche, come la capacità di operare in simbiosi con nuove tecnologie (ad esempio robot collaborativi o esoscheletri), di aver capacità imprenditoriali nuove per tenere conto dell'allargamento al livello di fabbrica dei processi decisionali; di approcciare ogni processo considerandone le implicazioni in termini di cybersecurity.
«Risultati che si possono raggiungere solo con un gioco di squadra – spiega il presidente scientifico Marco Taisch – che deve vedere il coinvolgimento diretto del lavoratore con un ruolo più attivo rispetto al passato, l'impegno dell'azienda nell'adottare processi continui e pervasivi, la scelta del Paese di implementare ,misure di sostegno all'upgrade del know-how che siano stabili e non episodiche, svincolate dall'appartenenza politica e dalla dinamica dei diversi Governi».

Formazione necessaria ma non sufficiente per una manifattura che rivendica la propria centralità in ogni traiettoria di sviluppo, con le imprese a chiedere interventi urgenti per mantenere alta la competitività dei settori. A partire dal mondo dell'auto.

«Settore che vale il 7% del Pil europeo – spiega il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti – e che oggi affronta un momento di transizione epocale, per effetto del rallentamento internazionale dei volumi, delle trasformazioni tecnologiche, delle nuove forme di mobilità e delle richieste in tema di sostenibilità. Insieme agli altri motori d'Europa abbiamo lanciato una proposta comune, il primo progetto europeo per una politica industriale sull'auto. È arrivato il momento di una alleanza tra l'Unione europea e le regioni europee dell'automotive, per affrontare la competizione internazionale e sfruttare il potenziale del settore in termini di opportunità per la crescita e l'innovazione dell'intera economia continentale».

Schema che prevede l’avvio di un progetto di sviluppo paneuropeo nelle batterie, per non dipendere dalla Cina; il varo di un percorso di transizione “soft” nelle regole, in modo da non generare disoccupazione; l’adozione di regole chiare ma soprattutto uguali tra diverse aree economiche, per non penalizzare in modo improprio i costruttori europei rispetto alla concorrenza.

Al Governo, assente dal Forum, Bonometti chiede un contesto di regole certe per poter investire, ritornando al trend dello scorso biennio. «È dallo scorso settembre che dico che siamo fermi – spiega – e ora i dati confermano la stasi. Nel 2018 l'incertezza ha bloccato gli investimenti ed è per questo che oggi chiediamo certezze per poter investire. Anche perché se si ferma la Lombardia si blocca l'Italia».

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