Intervista a Maurizio Castro

«Industria del bianco, così realizzeremo l’hub dei compressori»

Il commissario straordinario di Acc: a regime produrremo sei milioni di pezzi. Saremo strategici per la filiera

di Marco de' Francesco

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Maurizio Castro. Il commissario straordinario di Acc

Il commissario straordinario di Acc: a regime produrremo sei milioni di pezzi. Saremo strategici per la filiera


5' di lettura

«Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante», recita un antico proverbio africano. Detto che riassume il senso di un’iniziativa del governo: quella di unire le forze di uno stabilimento in difficoltà, l’Acc di Borgo Valbelluna (Belluno) e di uno fermo, l’ex-Embraco di Chieri (Piemonte), per dar vita a una realtà manifatturiera (ItalComp) con una massa critica sufficiente ad affrontare il mercato. Si supera la logica dei salvataggi reiterati per tornare a fare politica industriale, grande assente negli ultimi trent’anni dal dibattito pubblico nazionale. E lo si fa in un comparto, quello dei compressori per frigoriferi, funzionale alla produzione del “Bianco” e pericolosamente esposto alla Spada di Damocle del dumping cinese. Si riparte più dal Veneto che dal Piemonte: perché nel Nord-Est c’è una grande concentrazione di fabbriche di elettrodomestici. Ne abbiamo parlato con uno dei protagonisti della vicenda, il commissario straordinario di Acc Maurizio Castro.

Come definirebbe ItalComp?
«È un progetto di politica industriale del governo per la creazione di un polo italiano ed europeo del compressore. Muove dalla consapevolezza che questo componente è strategico nella filiera continentale dell’elettrodomestico. Quindi non si tratta di un mero salvataggio di due aziende, una che ha passato diverse traversie (Acc di Borgo Valbelluna) e l’altra che sembrava aver già concluso la propria esperienza (Embraco di Chieri). Per usare una metafora calcistica, questa operazione non è il catenaccio, la difesa ad oltranza: questo è il contropiede».

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Contropiede in quale metà-campo?
«Restiamo in Europa. Tuttavia, oggi nel mondo il 90% dei compressori è realizzato in Asia. Una situazione pericolosa, e senza precedenti. La Jiaxipera di Zhejiang (Cina) e la Nidec di Kyoto (Giappone) producono ogni anno 35 milioni di pezzi ciascuna, mentre Gmcc di Shenzen (Cina) e Donper di Jiujiang (Cina), rispettivamente altri 25 e 20 milioni. E ci sono altri colossi di comparto, nel Far East. Le aziende cinesi, in particolare, sono pubbliche, legate alla amministrazione dello Stato nelle sue articolazioni locali. Se stringessero un patto per fare cartello, metterebbero in ginocchio il “Bianco” del Vecchio Continente, perché i frigoriferi senza i compressori non si possono fare: sono l’elemento chiave, da un punto di vista industriale; il resto è poco più di una scatola».

Acc presto si fonderà con l'ex Embraco di Chieri dando vita a Italcomp: il nuovo assetto verrà in parte finanziato dallo Stato grazie all'articolo 43 del decreto Rilancio (in foto, una manifestazione di protesta dei lavoratori)

Acc produce 1,8 milioni di compressori; l’ex Embraco di Chieri è ferma da tempo. Come pensate di vincere la concorrenza dei colossi asiatici?
«Abbiamo tre carte da giocare. La prima è la tecnologia. Per capirci, un’altra metafora: noi non vogliamo essere la Ford, ma la Porsche. L’idea è quella di produrre un compressore avanzato, intelligente, a velocità variabile. Dunque, molto più efficiente dal punto di vista della spesa energetica. Ci posizioneremo su un segmento “premium”, che non è quello cinese. In secondo luogo, noi abbiamo un grande vantaggio: quello della vicinanza alle aziende del “Bianco” europee, che possiamo rifornire in un attimo. Non abbiamo bisogno di spedire una quantità gigantesca di prodotti via nave, e possiamo rispondere a domande urgenti ed impreviste. Infine, Acc e Embraco di Chieri hanno un’origine comune, la Aspera: una divisione della Fiat che tanto tempo fa produceva frigoriferi. Significa che i due impianti utilizzano lo stesso linguaggio, e questo ci renderà subito operativi».

Come funziona il meccanismo di intervento dello Stato?
«La base giuridica è quella definita dall’articolo 43 del Decreto Rilancio: in pratica, ItalComp sarà partecipata da Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e per lo sviluppo di impresa, che potrà detenere una quota massima del 49,9% del capitale, con un tetto massimo di dieci milioni di euro. Le Regioni, che peraltro si sono già dette interessate, potranno essere della partita per un massimo del 20%, equivalenti a 4 milioni. Il restante 30% delle quote (6 milioni) spetterà ai privati. Dopo cinque anni, gli enti pubblici cederanno le proprie azioni al mercato».

Una partecipazione pubblica “a tempo”.
«Sì, d’altra parte è questa la forma compatibile con l’ordinamento e la giurisprudenza europei, che sono in linea di principio avversi all’intervento pubblico».

ItalComp è la prima iniziativa di questo genere?
«Insieme al rilancio della Corneliani, un’azienda mantovana di abbigliamento. Direi che sono i primi due casi noti di applicazione del decreto».

Quando nascerà, veramente, ItalComp? E che dimensioni avrà?
«Probabilmente, a primavera del prossimo anno. Servono un decreto attuativo della norma e altre operazioni pratiche. Quanto alle dimensioni, a regime produrrà sei milioni di pezzi, con circa 700 dipendenti».

Venendo allo stabilimento veneto, la Acc di Borgo Valbelluna, non è la prima volta che viene salvato e neppure la prima in cui lei è coinvolto nel rilancio. Quale differenza, tra la situazione di oggi e quella del 2013?
«In effetti, anche nel 2013 lo stabilimento era finito in amministrazione straordinaria; e anche allora ero stato nominato commissario. Sette anni fa, grazie all’interessamento del ministero per lo Sviluppo economico, un pool di banche firmò un accordo quadro di finanziamento per quasi 13 milioni; dopodiché l’azienda venne ristrutturata nei fondamentali e ceduta ai cinesi di Wanbao grazie ad un’asta internazionale. L’operazione aveva un senso: i cinesi conquistavano un avamposto in Europa, e sarebbe bastato rendere i prodotti più vicini alle richieste del Vecchio Continente per avere successo; invece, cercarono di rendere lo stabilimento più asiatico, anche nelle relazioni con i sindacati. Ovviamente, non ha funzionato. Ora lo scenario è cambiato. I produttori di Bianco sono spaventati dallo strapotere cinese nei compressori, e guardano di buon occhio alla nascita di un nuovo campione europeo di comparto».

Anche questa volta ha chiesto alle banche un prestito un po’ superiore ai 12 milioni, ma non è ancora stato concesso. Qual è la vostra situazione finanziaria?
«Non buona, ma sono fiducioso. Alcuni istituti di credito si sono detti disposti a concedere il prestito, subordinando però il finanziamento alla autorizzazione della Commissione Europea all’aiuto di Stato e alla garanzia del ministero delle Finanze. L’istituzione guidata da Ursula Von Der Leyen si esprimerà verso la metà di dicembre. Lavoriamo senza scorte, grazie ad anticipazioni sui pagamenti effettuate dai clienti. Abbiamo ossigeno per un mese».

Nel frattempo, ha assunto 29 lavoratori.
«Riassunto. Si tratta di tute blu ripescate dal bacino dei licenziati da Wanbao nel settembre di due anni fa».

Assumerà ancora?
«Sì, perché la strategia per Borgo Valbelluna è quella di aumentare i volumi a 2,5 milioni di pezzi in sei mesi. Occorrono 50 dipendenti».

Perché il Governo ha scelto la veneta Acc per questa operazione?
«Perché qui ci sono competenze consolidate sul prodotto, e poi perché nel Nord-Est ci sono aziende importanti del Bianco: la padovana Arneg, la bellunese De Rigo Refrigeration, e lo stabilimento di Pordenone della Electrolux Professional e gli impianti padovani e bellunesi di Epta. Nel Triveneto, il fatturato di queste imprese supera il miliardo e mezzo. Sarebbe anzi importante dar vita ad un polo della refrigerazione, dopo quello del compressore».

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