ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùINTERVISTA A ROBERTO BATTISTON

«Industria e ricerca, federare tutte le iniziative per fare massa critica»

Professore di Fisica sperimentale all’Università di Trento

di Valentina Saini

3' di lettura

«L’economia spaziale esiste da tempo. Pensiamo alle parabole sui nostri tetti o al telefono satellitare. Oggi però si parla di New space economy: un nuovo tipo di economia, trainata da imprese private, che sta moltiplicando le opportunità di servizi dallo spazio». A dirlo è l’alfiere della New space economy italiana: il fisico Roberto Battiston, ordinario all’Università di Trento, ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana.

«La New space economy ormai non è più solo telecomunicazioni. Si consideri, per esempio, l’enorme quantità di informazioni che possiamo generare grazie ai dati provenienti dallo spazio, per un’osservazione della Terra più accurata e meno costosa, o per la geolocalizzazione. Sistemi multisatellitari come l’americano Gps, l’europeo Galileo e il cinese BeiDou permettono in ogni istante, ovunque, di ricevere segnali incrociati grazie ai quali i nostri smartphone possono definire con precisione dove siamo. Tutta questa tecnologia fa nascere nuove applicazioni di ogni tipo».

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La New space economy legata al dato di posizionamento sta cambiando le regole del gioco. «Penso ai piccoli satelliti o addirittura ai lanciatori recuperabili. Si abbattono i costi, si moltiplicano le opportunità» rileva Battiston, che paragona la New space economy alla rivoluzione della new economy di fine anni ‘90: «Il boom del web e dello scambio di dati terrestri a velocità ed efficienza inedite, e a costi molto bassi, e lo sviluppo di calcolatori personali economici, hanno radicalmente cambiato il mondo in meno di una generazione. Con la New space economy sta accadendo qualcosa di simile. I satelliti, ad esempio, non sono più solo quelli molto ingombranti e costosi disponibili da decenni: esistono nanosatellitiche pesano pochi chili e che hanno il costo di un’utilitaria e sono alla portata di molte imprese (incluse le Pmi del Nordest): i loro dati dallo spazio possono essere integrati con quelli terrestri per fornire servizi sofisticati». Il mondo già corre e nel settore si moltiplicano gli “unicorn”. Ma l’Italia ha le carte in regola per fare bene. In Lombardia, Campania, Piemonte, Lazio e Puglia, ad esempio, ci sono distretti spaziali vitalissimi. Per il momento il Nordest sembrerebbe un po’ più defilato. «In effetti la dinamica del settore, nel Nordest, è meno accentuata che in altre parti d’Italia – ammette Battiston –. L’attenzione per lo spazio è in crescita anche qui, ma mancano passaggi di rilievo come la creazione di distretti spaziali o il lancio di iniziative per sviluppare l’industria spaziale. Le economie nordestine sono forti, quindi hanno tutto da guadagnare dallo sviluppo della New space economy. La questione però è se diventeranno mere utenti di tale rivoluzione, o forniranno prodotti e servizi a essa collegati». Le aziende nordestine potrebbero crescere in settori che dal boom della New space economy trarranno nuova linfa, come l’industria dell’IoT. E ci sono grandi opportunità anche per imprese più tradizionali che sapranno adattare le loro capacità produttive a nuove esigenze (alcune di esse lo stanno già facendo): il tessile, ad esempio, potrebbe cavalcare il business delle tute spaziali. Cruciali le sinergie con le iniziative nel resto d’Italia, ma Battiston consiglia anche, sulla base di quanto fatto in altre regioni, vari tipi di interventi per sostenere la New space economy nordestina. «Ad esempio creare, all’interno dei vari assessorati allo sviluppo economico, uffici con competenze nel settore spaziale, per cogliere le opportunità che si creano a livello nazionale (Pnrr incluso) e internazionale. Ancora, bisogna sostenere startup e VC». In generale, conclude lo scienziato, «potrebbe essere saggio e tempestivo federare le iniziative già in corso in Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, sia a livello di ricerca che di industria. Nel Triveneto non è stata ancora raggiunta la massa critica presente in altri territori. È il solito problema italiano: il nostro è un paese con capacità di innovazione straordinarie, ma ha il limite della frammentazione. Ecco perché occorre far sistema, a livello nazionale e macroregionale».

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