Il nuovo modello Emilia-Romagna

SCENARI

Industria e ricerca nell’evoluzione del modello Emilia-Romagna

di Ilaria Vesentini


4' di lettura

Da terra di distretti e filiere ad hub europeo della ricerca e dei big data. È il cambio di paradigma che sta vivendo l’Emilia-Romagna, sulla scia di investimenti all’insegna del digitale e dell’intelligenza artificiale che da un paio d’anni stanno permeando manifattura e ricerca, abbattendo ogni confine geografico. È di due settimane fa un accordo senza precedenti nel panorama mondiale: un protocollo di collaborazione per lo sviluppo sostenibile e smart con altre sei regioni tra le più avanzate di quattro continenti - Gauteng (Africa), Guangdong (Cina), Nouvelle Aquitaine (Francia), Assia (Germania), Pennsylvania e California (Usa) – che faranno da subito il loro ingresso come partner nella “Fondazione Big Data for human development”. Un organismo varato dieci giorni fa all’unanimità da tutte le forze politiche emiliano-romagnole per coordinare la “Data valley”, nuovo claim della via Emilia che ha fin qui trainato il Pil nazionale a suon di food, motor, tile e packaging valley, ma che di fronte al rallentamento economico da cui non è esente (seppur con performance congiunturali sempre sopra la media italiana), affida il suo futuro al nuovo driver dell’economia globale: stoccaggio, gestione e comprensione dei dati.

«È una traiettoria di lungo periodo che abbiamo iniziato a scrivere nel 2015 con il Patto per il lavoro, firmato con tutte le forze economiche e sociali del territorio non per gestire l’esistente ma per inserire il nostro vantaggio competitivo nelle catene mondiali del valore», spiega Patrizio Bianchi, economista prestato alla politica nel ruolo di assessore regionale a Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione, università, ricerca e lavoro. E il vantaggio competitivo della via Emilia non è rappresentato da Parmigiano Reggiano, Lamborghini o Ferrari (che ne sono solo l’espressione) «ma dall’essere storicamente un crocevia di traffici e competenze dove è facile innovare e contaminare saperi».

La Giunta Bonaccini è partita proprio dall’ecosistema regionale di laboratori hi-tech, università antichissime e centri di ricerca industriale per convincere gli alleati europei e internazionali a scegliere il costruendo tecnopolo di Bologna come epicentro di diverse piattaforme di calcolo e ricerca: il data center del Centro meteo europeo per le previsioni a lungo termine (Ecmwf, 52 milioni di infrastruttura), due supercomputer pre exascale (dopo il cervellone “Marconi” arriverà al Cineca anche “Leonardo”, macchina comunitaria da 120 milioni di euro in grado di elaborare mille miliardi di operazioni al secondo per l’High Performance Computing); e anche il quartier generale del Cta, il Cherenkov Telescope Array, il più grande e potente osservatorio per raggi gamma, che sarà costituito da una rete di 118 telescopi sul pianeta coordinati da camici bianchi sotto le Due Torri.

«Non abbiamo inventato nulla – conclude Bianchi -, solo fatto affiorare quella conoscenza insita nella teoria di filiere e distretti e l’abbiamo applicata all’attività scientifica. In pratica abbiamo piantato un nuovo, grande pilastro verticale in mezzo alle tradizionali strutture produttive orizzontali. A regime avremo concentrato in Emilia il 90% della capacità di calcolo e storage del sistema scientifico italiano e saremo al quinto posto nella classifica mondiale dei supercalcolatori».

Un patrimonio a supporto del manifatturiero, dell’agricoltura, del settore salute e dei trasporti dell’Emilia-Romagna, che ha stretto la mano a sei regioni simili come ruolo di traino nel generare ricchezza nelle rispettive nazioni «perché crediamo sia l’epoca non per costruire muri ma per lavorare assieme con maggior potenza di fuoco sullo sviluppo innovativo e sostenibile», rimarca il Governatore Stefano Bonaccini. E mette in fila i primati della regione: «Il nostro Pil continua a crescere mezzo punto sopra la media (+1,4% nel 2018, +0,7% atteso quest’anno); siamo leader mondiali nei settori automotive, macchine per imballaggio, piastrelle, prodotti alimentari e benessere; siamo primi in Italia per export pro capite (oltre 14mila euro) e primi per surplus (più di 27 miliardi); abbiamo sorpassato il Veneto che ha mezzo milione di abitanti più di noi nelle esportazioni (+5,7% nel 2018 a 63 miliardi di euro e +5% nel primo trimestre di quest’anno); anche nel turismo pur non avendo città come Roma, Firenze, Venezia e neppure il mare della Sardegna abbiamo portato le presenze turistiche in quattro anni da 45 a 60 milioni e oggi la nostra industria turistica vale il 12% del Pil».

Nel frattempo anche la disoccupazione è scesa dal 9% del 2015 al 5,9% di oggi, con un tasso di occupazione record in Italia del 70%; trend sopra la media nel 2018 anche negli investimenti (+3,3%, +6,8% nell’industria). Però il clima di fiducia sta peggiorando.

«Gran parte della nostra crescita è data dall’export, che è concentrato per metà nella Ue. La domanda europea, però, sta crescendo pochissimo e le debolezze strutturali del sistema Paese ci penalizzano nella competizione globale. La digitalizzazione e il sistema di investimenti e competenze legate ai Big data possono fare la differenza in termini di capacità dell’industria di customizzare i prodotti e costruire valore aggiunto sui servizi. Resterà la manifattura il volàno del nostro sviluppo e dell’occupazione di qualità», dice il presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Pietro Ferrari.

Il nodo è la dicotomia crescente tra le grandi imprese e le Pmi della filiera e la lotta per accaparrarsi e trattenere le nuove competenze 4.0, difficili da trovare sia per le piccole aziende che per le multinazionali. La Vem Sistemi di Forlì, system integrator per le Pmi, ha raddoppiato il fatturato in cinque anni, «e cresceremmo anche di più, ma il limite allo sviluppo è la scarsità di profili tecnici sul mercato, dobbiamo assumerne 50 e non li troviamo», spiega il vicepresidente Davide Stefanelli.

«Abbiamo la stazza per investire internamente in automazione e digitalizzazione dei processi e lo stiamo facendo da anni, ciò che non abbiamo sono le persone e a Mirandola non riusciamo ad attirare né università né talenti, sarà questo il vero problema dei prossimi anni», rimarca Giuliana Gavioli, direttore Qualità e R&S di B.Braun Italia, uno dei big del distretto biomedicale modenese.

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