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Industria, ecco i modelli virtuosi per la svolta green

Le aziende intervenute al Forum sulla sostenibilità organizzato dal Sole 24 Ore in collaborazione con la Santa Sede spiegano i differenti approcci dai rispettivi campi di osservazione

di Ilaria Vesentini

I vertici del Sole 24 Ore (da sinistra il direttore Fabio Tamburini, il presidente Edoardo Garrone e l'ad Giuseppe Cerbone) hanno incontrato Papa Francesco.L'incontro è avvenuto in occasione del Forum Sostenibilità organizzato dal Sole 24 Ore in collaborazione con la Santa Sede

4' di lettura

Forum sostenibilità: la grande sfida per il futuro

La sfida del futuro è la sostenibilità, intesa non solo come attenzione all’ambiente e investimenti green, ma come rispetto dell’uomo e delle comunità nel vivere quotidiano e come impegno delle istituzioni a essere inclusive e a trasformare le diversità in valore aggiunto. C’è un filo rosso che lega gli interventi di tutti i relatori che si sono confrontati, partendo da settori e interessi diversissimi, in occasione dell’evento organizzato dal Sole-24 Ore con il patrocinio di Pontificia Accademia per la Vita (istituita nel 1994 da Giovanni Paolo II per difendere vita e dignità delle persone) e la Embajada de Honduras ante la Santa Sede. Un filo rosso che il Covid ha inspessito rendendo visibile a tutti che non ci sono alternative a uno sviluppo che sposti il suo baricentro dal profitto alla sostenibilità ambientale, sociale e di governance, «con la consapevolezza che essere sostenibile per un’azienda significa anche essere più produttiva e quindi redditizia», ricorda il direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini intervenendo prima della tavola rotonda con le imprese dedicata a “Innovazione, sostenibilità e green economy: fattore di sviluppo, crescita e competitività delle aziende italiane”. Gli esempi che arrivano dall’industria del tabacco con JTI, dell’It con Cisco, passando per utility quali Acea e costruttori di tecnologie come Ima sono un benchmark che deve contagiare le filiere produttive e i clienti a valle.

Le best practice

Se il distretto del tabacco umbro è diventato una eccellenza mondiale per capacità di sviluppo e inclusione sociale è merito anche della multinazionale del tabacco giapponese JTI (suoi i marchi Winston, Camel, LD) che ha investito oltre 600 milioni di euro negli ultimi 20 anni in progetti sostenibili sul territorio, ricorda Gian Luigi Cervesato, presidente e Ad di JTI Italia, ora impegnata nel progetto “sustainable cities” in 14 città del Belpaese, a partire da Bergamo e Genova per riqualificare i quartieri più disagiati, oltre a supportare bandi agro-sociali assieme a Confagricoltura. Il Covid ha accelerato un percorso green che la multiutility Acea ha intrapreso fin dal 1998, anno del primo bilancio di sostenibilità: «Ma è stato con il piano strategico 2020 che abbiamo alzato l’asticella – racconta Giuseppe Gola, Ad della società – iniziando a misurare i nostri progetti sostenibili e il miglioramento degli indicatori, ponendoci obiettivi sfidanti come la riduzione dell’11% delle perdite idriche entro il 2024, la realizzazione di 750 MW di fotovoltaico per tagliare 140mila tonnellate di CO2, il raddoppio (da 1,4 a 3 milioni di tonnellate l’anno) della capacità di trattare rifiuti, l’installazione di 20mila colonnine di ricarica elettrica».

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La finanza

E il mercato della finanza fa eco amplificando l’effetto sostenibile: il greenbond da 800 milioni di euro emesso a gennaio da Acea è stato premiato dal mercato con un costo di 15 punti base inferiore rispetto a uno stesso bond tradizionale. «La finanza è sostenibile nel momento in cui sostiene, come dice la parola stessa, anche le imprese più bisognose, le Pmi che costituiscono la spina dorsale del Paese, nel percorso di crescita e reazione alle difficoltà, perché questo significa supportare la crescita del Paese e della società: è proprio la mission di un consorzio fidi come il nostro», ricorda Giuseppe Andrea Tateo, Ad di Commerfin. E gli fa eco Giuliano D’Acunti country head di Invesco: «L’obiettivo è emissioni zero in tutti i nostri portafogli entro il 2050. Sappiamo bene che le aziende non possono diventare Esg da un giorno all’altro, è un cambiamento molto importante che richiede tempo»

It e networking

Un colosso delle dimensioni di Cisco, leader mondiale nella fornitura di sistemi di networking e It alle aziende (quasi 50 miliardi di dollari di fatturato), ha invece la potenza di fuoco per anticipare i cambiamenti e diventare modello di economia circolare cui ispirarsi nonché motore di innovazione green, attraverso la digitalizzazione, nelle imprese clienti. «Due settimane fa abbiamo annunciato l’impegno a diventare Net Zero entro il 2040, ossia a emissioni zero dieci anni prima del traguardo dell’Ue, anticipando l’obiettivo al 2025 di azzerare i gas serra per le attività interne»», spiega Gianmatteo Manghi, Ad di Cisco Italia, che già oggi si alimenta al 100% da fonti rinnovabili e ha 250mila mq di edifici certificati Leed nel Paese.«I nostri prodotti che contengono plastica sono fatti al 100% con polimeri riciclabili, da 20 anni ritiriamo le nostre vecchie tecnologie dai clienti e al 99,8% vengono riciclate. E con l’ultima innovazione “Silicon One”, su cui abbiamo investito 1 miliardo di euro – conclude Manghi – abbiamo creato un microchip che ha il 36% in più di prestazioni della generazione precedente a consuma il 96% in meno».

In una nicchia come le macchine per il packaging, sostenibilità significa prima di tutto investire in tecnologie e materiali nuovi per gestire in modo innovativo la plastica: è quello che sta facendo, da ben prima della pandemia, il gruppo bolognese Ima – racconta il presidente e Ad Alberto Vacchi – con il progetto Nop (No plastic). Un progetto che il capitolo Covid ha solo accelerato mettendo in luce quanto le soluzioni digitali possano tradursi in risparmio di energia, materie prime ed emissioni inquinanti, «anche solo smettendo di spostarci in aereo: collaudi e manutenzioni che prima facevamo volando (esportiamo il 90% dei nostri macchinari in tutto il mondo) ora si fanno in collegamento da remoto con tecnologie 4.0. Eravamo pronti perché ci stavamo allenando da anni – conclude Vacchi – ma non ci saremmo aspettati diventasse realtà così rapidamente, una realtà destinata a durare».

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