FIERE

Industria funeraria, business da 1,7 miliardi in crisi (ma la domanda sale)

di Ilaria Vesentini


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4' di lettura

È un Made in Italy di cui non si parla volentieri, ma l’industria funeraria italiana è un settore produttivo a pieno titolo, che dà lavoro a 25mila occupati diretti e ad altrettanti indiretti, alle prese con gli stessi problemi di manifatturiero e servizi, tra minor poter d’acquisto degli italiani, concorrenza low-cost di prodotti del Far East, normative locali disallineate che favoriscono attività irregolari. Ma che ha di fronte anche sfide e opportunità legate a digitalizzazione e nuove mode social e 4.0 in un mercato che non conosce cali di domanda: il numero dei decessi nel nostro Paese è salito a circa 650mila unità l’anno e si parla di un business (spese cimiteriali escluse) di oltre 1,7 miliardi di euro per la filiera produttiva, riunita in questi giorni a Bologna per Tanexpo. Il più importante appuntamento internazionale sull’arte funeraria che ha richiamato in fiera oltre 250 aziende espositrici e 18.700 visitatori professionali da 55 Paesi.

«Parliamo di un settore che conta 6mila imprese di onoranze funebri, il doppio di quelle censite 15 anni fa, che dà lavoro a 25mila persone e che crea un rilevante indotto tra marmisti, cofanisti, fioristi, ma che sta registrando un calo dei fatturati sia perché le famiglie spendono meno per onorare i defunti, tagliando non tanto i servizi quanto le forniture (cofani e urne low cost), sia perché si va diffondendo sempre più la pratica della cremazione», spiega Alessandro Bosi, segretario nazionale Feniof, Federazione nazionale imprese onoranze funebri, la più importante associazione italiana del settore, firmataria del Ccnl fresco di rinnovo con Cgil, Cisl e Uil.

Tanexpo non è solo la vetrina dei prodotti all’avanguardia – tra cui l’urna digitale iIrip (di una start-up modenese) che permette di ricevere i pensieri e i ricordi delle persone vicine al defunto – ma è anche l’occasione per fare il punto sui temi caldi per il settore, a partire proprio dalla cremazione, che sta tagliando fette importanti di fatturato per tutto l’indotto (non servono marmi, fiori e neppure bare di design con legni pregiati se basta una piccola urna) e sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa di cimiteri monumentali di grande valore artistico e storico, che non hanno più introiti sufficienti neppure per la manutenzione ordinaria. «Cremare un defunto significa tagliare rilevanti spese cimiteriali per la sepoltura (dai 1.500 euro di un loculo in nona fila ai 15mila euro di una tomba di famiglia di pregio, ndr)», sottolinea Bosi.

Restano i 2.500-3mila euro di spese vive per un funerale medio, un tempo legate soprattutto al prezzo della bara (si va dai mille euro di costo fino a 5mila euro per un Made in Italy di qualità), oggi invece più orientate ai servizi di contorno. «Si contavano 600 aziende di cofani in Italia nel censimento del 1988, eravamo un’eccellenza manifatturiera ed esportavamo la metà dei volumi. Oggi siamo rimasti una cinquantina di imprenditori nel settore, solo dieci di dimensioni industriali, e produciamo 350mila pezzi l’anno a fronte di quasi 650mila decessi. Ciò significa che importiamo centinaia di migliaia di cofani, perlopiù dal Far East e parliamo di pezzi che costano meno di un paio di scarpe», afferma Marco Ghirardotti, presidente di Assocofani-FederlegnoArredo.

La cremazione sta crescendo in Italia a ritmi superiori al +10% l’anno ed è l’opzione prescelta oggi per un funerale su quattro, con punte dell’80% a Milano e il minimo (2,5% dei decessi) a Palermo. A pesare sulla dicotomia Nord-Sud sono non solo questioni religiose e culturali ma la distanza dei centri crematori (pochi nel Mezzogiorno) e le normative difformi, in quanto la materia funeraria rientra in quella sanitaria delegata alle singole Regioni. «In Calabria, ad esempio, non si possono ancora disperdere le ceneri e neppure portarle a casa – racconta Bosi – mentre lo si fa da anni in Lombardia o in Emilia-Romagna. Manca una legge quadro nazionale al passo coi tempi (l’ultima legge risale al 1990, con contenuti di stampo ottocentesco) ma ci sono cinque disegni di legge depositati a Roma pronti per essere discussi quando avremo un Governo».

Assieme alla cremazione sta sviluppandosi il business delle cerimonie laiche e delle case funerarie (funeral house), inesistenti fino a pochi anni fa, oggi circa 300 attive in Italia, tutte concentrate al Nord. «C’è una domanda in forte crescita di spazi laici per il commiato dove consentire a parenti e conoscenti di stare vicino al defunto prima dell’addio definitivo e c’è richiesta di nuovi servizi di tanatoprassi e imbalsamazione e di pacchetti completi “chiavi in mano”, perché la famiglia colta da un lutto vuole affrontare il trauma, non la burocrazia», conclude il segretario generale di Feniof . E questo spiega l’istanza di nuovi corsi di formazione professionale che arriva dal settore – altro tema al centro dei tavoli di discussione di Tanexpo 2018 a Bologna – e l’esigenza di far crescere dimensionalmente, anche attraverso consorzi, il comparto delle pompe funebri. Perché al di là del business privato, queste imprese svolgono un importante ruolo sociale, soprattutto in luoghi disagiati o remoti, e per garantire un servizio di qualità occorre condividere i costi di struttura.

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