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Industria del legno senza materia prima: «Serve il blocco dell’export di tronchi dalla Ue»

La guerra tra Russia e Ucraina ha aggravato una situazione già problematica: in poco più di un anno i prezzi del legname sono più che raddoppiati

di Giovanna Mancini

Arredo in legno e sostenibilità: l'impegno di PEFC per la filiera

5' di lettura

Era l’estate scorsa quando il presidente di FederlegnoArredo, Claudio Feltrin, scrisse alla Commissione europea chiedendo di bloccare l’esportazione di tronchi prodotti in Europa e destinarli a uso interno. Il problema del caro materie prime, tra cui il legname, era presente ormai da mesi e la Russia aveva appena annunciato che dal primo gennaio di quest’anno avrebbe bloccato l’export di questo materiale fuori dai propri confini. Ora, la guerra in Ucraina aggrava il problema, rendendo più che mai attuale quella richiesta. «La scorsa settimana abbiamo avuto degli incontri al ministero degli Esteri e dello Sviluppo economico e abbiamo chiesto di sostenere la nostra istanza a Bruxelles», spiega Feltrin.

Prezzi più che raddoppiati in un anno

«Assistiamo da oltre un anno a uno squilibrio della domanda e dell’offerta senza precedenti, che riguarda tutte le specie arboree e tutti i mercati internazionali, in particolare conifere e latifoglie, i più utilizzati dalla nostra industria», spiega Alessandro Calcaterra, presidente di Fedecomlegno, l’associazione degli importatori e distributori di legno. Dall’autunno 2020 il prezzo della materia prima è aumentato rapidamente sino a raggiungere, tra giugno e agosto, incrementi tra il 130% e il 280%, per poi iniziare una lenta discesa. «Ma i prezzi non sono mai tornati ai livelli pre-Covid – precisa Calcaterra –: parliamo comunque di quotazioni raddoppiate rispetto ai valori normali».

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Da Russia, Ucraina e Bielorussia arriva circa il 5,3% del legno che l’Italia importa (9 milioni di metri cubi in totale tra gennaio e novembre 2021, per un valore complessivo di 4,9 miliardi di euro, in crescita del 32,7% rispetto ai primi 11 mesi del 2020), dice Claudio Feltrin. Non una quota enorme, dunque, visto che il principale fornitore del nostro Paese è l’Austria, con 1,2 miliardi di euro di importazioni, seguita da Germania (445,4 milioni), Cina (338,6 milioni), Polonia (306,4 milioni) e Francia (263 milioni). La Russia compare al decimo posto, l’Ucraina al 15esimo. Ma il bando all’export da parte di Mosca e il conflitto seguito all’invasione in Ucraina stanno creando ulteriori squilibri sul mercato.

Allarme sul legno di betulla

«Avremo gravi problemi soprattutto nell’approvvigionamento di tronchi di betulla, di cui la Russia è il principale produttore mondiale, con l’80% del mercato – spiega ancora Feltrin -. Le aziende hanno scorte ancora per un paio di mesi, ma poi si rischia il blocco della produzione per molte aziende». Non solo del legno e dell’arredo (una filiera che conta oltre 71mila aziende e genera 49 miliardi di fatturato alla produzione), ma anche di altri comparti industriali, dall’automotive all’edilizia, alla logistica, dato che la betulla, così come il legno massiccio proveniente dall’Ucraina, è usata per imballaggi industriali, pianali degli autotrasporti, pavimenti e travi strutturali. E non è facile da sostituire, soprattutto in tempi rapidi.

«È necessario e urgente trovare fonti alternative di approvvigionamento, come il pioppo o il faggio, possibilmente di origine nazionale, accelerando gli obiettivi e le azioni previste dalla Strategia forestale nazionale», dice Claudio Feltrin. L’industria del legno arredo da anni spinge per una politica forestale in grado di valorizzare il patrimonio boschivo nazionale e le filiere locali, affrancando almeno in parte il Paese dalla dipendenza dall’estero e creando opportunità di lavoro rilanciando un’economia del bosco che l’Italia ha perso ormai da decenni.

Paradossi italiani: un patrimonio sottoutilizzato

È uno dei grandi paradossi del nostro Paese, coperto da oltre 11 milioni di ettari di bosco (il 38% della superficie nazionale), che vanta una delle più importanti industrie globali della trasformazione del legno per l’edilizia e per l’arredo (si pensi all’importanza del design made in Italy) ma che, per rifornire questa industria è costretto a importare l’80% della materia prima che lavora.Molti passi avanti sono stati fatti, ad esempio con la stesura del Testo unico forestale del 2018, ora in attesa di una serie di decreti attuativi, finalizzati a uniformare e semplificare le regole sul territorio nazionale e porre le basi per creare una vera e propria economia del bosco.

Le principali criticità su cui è necessario intervenire sono due, spiega Giorgio Vacchiano, ricercatore in Gestione e pianificazione forestale all’Università degli studi di Milano: la frammentazione della proprietà (per il 66% privata), che rende poco conveniente la gestione degli appezzamenti boschivi, e la mancanza dell’industria di prima lavorazione. «Dobbiamo considerare i boschi come una filiera industriale startegica, investendo nella prima lavorazione, nella formazione delle professionalità e nelle tecnologie - dice Vacchiano -. Mentre per superare la frammentazione delle proprietà si potrebbero creare delle associazioni o consorzi per mettere insieme i tanti piccoli proprietari. Programmare la gestione di un bosco porta molti vantaggi sul territorio: salvaguarda il territorio stesso e crea valore per le comunità».

«L’Italia ha uno dei patrimoni boschivi più importanti d’Europa, per qualità e quantità», afferma Gian Paolo Potsios, managing partner per la branch europea della società statunitense di gestione Timberland Investment Resources, che gestisce circa 2 miliardi di dollari, equivalenti a quasi un milione di ettari di bosco, per la gran parte negli Usa. «Purtroppo, tolte le dovute eccezioni, per lo più nel Nord Italia, è un patrimonio negletto, gestito in modo confuso e con troppi intermediari, che imbavagliano il settore, rendendo difficile e poco appetibile valorizzare questa risorsa», spiega Potsios. Quella che per il Paese potrebbe essere una vera e propria ricchezza (che genera Pil, sviluppo economico e sociale delle comunità, occupazione e tutela del territorio), finisce per essere un comparto in perenne deficit: «Pensi alle risorse che lo Stato utilizza per pagare corpi forestali sottoutilizzati, per non parlare dello spegnimento degli incendi o della risposta alle tante emergenze dovute al dissesto idreogeologico che una buona gestione dei boschi potrebbe evitare», aggiunge Potsios.

Le azioni intraprese: la Borsa del legno

In questa direzione vanno alcune iniziative avviate nell’ultimo anno da FederlegnoArredo, in collaborazione con diversi attori istituzionali, da Uncem alle Camere di commercio. Tra queste, l’idea di creare una Borsa italiana del legno, una piattaforma digitale destinata a far incontrare la domanda e l’offerta di legname nel nostro Paese e creare un mercato, oggi inesistente, rendendo interessante per i proprietari investire nella valorizzazione dei boschi. A questo scopo, Fla sta lavorando con università ed enti di ricerca affinché le specie più diffuse in Italia (come faggio e castagno) siano certificate come materiali adatti all’utilizzo nelle costruzioni.«Sono tutte operazioni di grande importanza, in cui investiamo con convinzione.

Misure di lungo termine e soluzioni immediate

Ma si tratta di politiche a medio e lungo termine – osserva Feltrin –. Ora invece, servono soluzioni immediate per calmierare gli effetti di questa crisi». Il blocco delle esportazioni di tronchi europei sarebbe una prima, rapida risposta. Oltre alla creazione di centrali d’acquisto collettive per la materia prima, come proposto dal ministero dello Sviluppo economico, per poter trattare condizioni contrattuali migliori dai grandi fornitori, grazie al supporto del governo.


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