locomotiva in stallo

Lombardia, cala la produzione industriale per la prima volta dal 2013

Nel secondo trimestre 2019 la produzione industriale della Lombardia registra il primo calo annuo e la maggiore frenata congiunturale dal 2013. Tiene l’occupazione ma tra le imprese cresce il pessimismo sul futuro. Bonometti: «A Roma stanno a guardare».

di Luca Orlando


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4' di lettura

Le lancette tornano indietro di sei anni. Occorre infatti riavvolgere il nastro fino al 2013 per trovare l’ultimo dato negativo su base annua nella produzione industriale lombarda, così come bisogna arrivare fino a lì per veder comparire un valore peggiore nel confronto congiunturale. «Dati che preoccupano ma non sorprendono», commenta il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti, perché in effetti basta uno sguardo veloce alle curve recenti per capire che il trend ribassista degli indicatori era ormai in atto da tempo.

Nell’analisi di Unioncamere Lombardia, realizzata su un campione di 1500 imprese industriali (più altre 1100 artigiane) la novità è nel confronto annuo, che vede nel secondo trimestre 2019 un calo dello 0,9% per la produzione dopo ben 24 trimestri consecutivi in crescita. Arretramento confermato anche nel dato congiunturale, in calo dell’1,2 per cento .

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L'indice dell’output scende così a quota 110,4, allontanandosi nuovamente dal massimo pre-crisi (113,3 registrato nel 2007).

Difficoltà che in termini dimensionali si concentrano soprattutto tra le imprese minori, quelle fino a 50 addetti, dove la frenata annua è quasi doppia rispetto alla media, mentre tra le grandi imprese il calo è azzerato.

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In termini settoriali il quadro è mediamente negativo (sette comparti su 13 arretrano), anche se la contrazione di gran lunga maggiore si registra nell’abbigliamento (-9,7%), area in cui avviene l’impennata più significativa della cassa integrazione.

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Che per il resto, seppure in lieve aumento, rimane invece al di sotto dei livelli di guardia (solo il 6,8% delle imprese vi fa ricorso) confermando lo sfasamento temporale tra produzione e occupazione, che nel trimestre in termini di saldo tra entrate e uscite continua a registrare valori positivi.

Se la media non è particolarmente brillante, anche la scomposizione delle performance non offre un quadro incoraggiante: scende infatti al 40% la quota di aziende che segnala una crescita mentre aumenta al 43% l’area in contrazione. Per dare un’idea del brusco cambiamento di clima, se un anno fa il “saldo” tra crescita e contrazione era positivo di 28 punti, oggi l’indicatore è negativo di tre.

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Un quadro già sufficientemente cupo che pure potrebbe anche peggiorare, almeno a giudicare dagli indicatori prospettici. Gli ordini interni cedono infatti un decimale rispetto all’anno precedente e quelli esteri sono ormai prossimi a quota zero (+0,3%), segnalando il progressivo indebolimento della domanda internazionale, che invece per l’intero 2018 presentava una media brillante, con commesse in progresso di quasi 5 punti.

Le attese sulla domanda sono in linea con queste previsioni, in peggioramento sia sul fronte interno che internazionale. Se per la domanda interna il saldo tra ottimisti e pessimisti approfondisce un “rosso” già presente da metà 2018, per la domanda estera si tocca quota zero per la prima volta dal secondo trimestre del 2012. Un mix di rallentamento italiano ed internazionale che preoccupa gli imprenditori.

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«La dipendenza dalla volatilità internazionale, l’incertezza generata dalla guerra dei dazi e il rallentamento del settore automotive - spiega Bonometti - avrebbero dovuto spingerci già da tempo a attuare politiche espansive per stimolare la domanda interna ed aumentare la competitività delle nostre industrie, anziché mettere una tassa sulle auto prodotte in Italia. A livello nazionale scontiamo le carenze di una politica economica inefficace non in grado di dare risposte alle imprese e di stabilire fiducia. Si è preferito rimandare le misure di sostegno allo sviluppo perdendo tempo prezioso e si sono introdotti provvedimenti di tipo assistenziale che creano debito, mentre mancano le misure per il rilancio della crescita. Tali scelte hanno avuto forti ripercussioni sugli investimenti e sulla fiducia: si sta fermando il motore della nostra economia, il settore industriale, e a Roma stanno a guardare. Gli imprenditori sono preoccupati perché non vedono nell'azione del Governo un progetto per la competitività. Fortunatamente le imprese lombarde possono contare su un sistema pubblico-privato che le sostiene e lavora in sinergia. Tutto ciò però non basta: per le regioni virtuose come la Lombardia ci vuole l'Autonomia, per attuare il processo di semplificazione ed aumentare la competitività dei territori. Gli imprenditori lombardi vogliono che questo processo vada avanti, per arrivare ad un risultato realmente positivo, senza compromessi al ribasso».

A livello nazionale scontiamo le carenze di una politica economica inefficace non in grado di dare risposte alle imprese e di stabilire fiducia

«Anche in un trimestre difficile per la manifattura lombarda - aggiunge il presidente di Unioncamere Lombardia Giandomenico Auricchio - una maggiore dimensione di impresa risulta comunque associata a performance migliori, sia per le imprese industriali che per quelle artigiane. A conferma che l’eccessiva frammentazione del tessuto imprenditoriale rappresenta un limite per la competitività del sistema produttivo regionale. È quindi importante che tutti gli attori che sostengono le imprese, a partire dalle associazioni di categoria per arrivare al sistema camerale e a Regione Lombardia, facciano sistema per favorire lo sviluppo di solide relazioni produttive e gli spillover di conoscenza, anche per fronteggiare un periodo carico di incertezze che imporrà nuove sfide alle imprese lombarde».

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