PRODUZIONE INDUSTRIALE

Industria, perché la frenata globale colpisce il «fanalino» Italia

di Rossella Bocciarelli


Produzione industriale, tutti i numeri del crollo - Il video

2' di lettura

È andata molto peggio delle attese. Gli analisti si attendevano infatti una flessione della produzione industriale per il mese di novembre intorno allo 0,7 per cento mensile. Il dato evidenziato dall’Istat, complice anche l’effetto ponte (il primo novembre era un giovedì), mostra invece una flessione dell’1,6 per cento mensile e una caduta del 2,6 per cento nel tasso di variazione sui dodici mesi.

Non basta: l’Istat ha rivisto anche il dato relativo al mese di ottobre 2017, che invece di evidenziare un +0,1% mensile si è trasformato in un -0,1 per cento; appaiono in caduta soprattutto i settori dei beni intermedi e dei beni strumentali. Insomma, anche l’economia italiana, così com’è già avvenuto per quella tedesca, è entrata ufficialmente nell’inverno del suo scontento. La caduta dell’attività industriale approssima infatti la performance dell’intero sistema economico nel quarto trimestre del 2018.

E se il Pil, che già ha mostrato un segno negativo nel terzo trimestre dell’anno, avrà ancora il segno meno davanti anche nell’ultimo scorcio del 2018 (ma questo l’Istat ce lo dirà solo a fine mese) vorrà dire che nell’anno nuovo l’Italia è arrivata in una posizione assai scomoda: quella della recessione tecnica, che riduce drasticamente le chance di crescita nel 2019.

I problemi, va detto, non riguardano solo l’Italia. È globale il peggioramento in corso del barometro congiunturale: la guerra commerciale con la Cina fa rallentare perfino la locomotiva americana; la Banca Mondiale ha già rivisto al ribasso le prospettive di crescita della Cina. Quanto all’Europa, i venti della congiuntura sono freddissimi e non soffiano soltanto in Germania, in Francia o sul Regno Unito in prossimità di Brexit, ma, sempre secondo le stime World Bank, si rovesceranno da qui al 2020 su 24 paesi dei 27 dell'Unione europea.

E se questa è l’aria che tira, non si può pensare al tradizionale “mal comune mezzo gaudio” tenendo presente che anche il nostro sistema economico, così come quello tedesco, si fonda sulla forza delle sue esportazioni. In questo scenario così complicato, inoltre, il nostro Paese si colloca con il suo storico tallone d’Achille, costituito da un debito pubblico molto elevato e avendo varato una manovra economica dalla quale sono scomparse le “vitamine” per sostenere investimenti pubblici, accumulazione, infrastrutture, innovazione tecnologica.

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