ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLE SFIDE del subcontinente

Industria, sviluppo, lavoro: l’India di Modi non ha più alibi

di Gianluca Di Donfrancesco


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Il premier indiano Narendra Modi durante la campagna elettorale a Varanasi

5' di lettura

Stravinta la battaglia elettorale, con un successo di proporzioni mai viste nel Paese, e ridotto alla quasi irrilevanza il Partito del Congresso della storica dinastia Nehru-Gandhi, per Nerendra Modi non ci sono più alibi: dovrà mantenere le promesse già fatte nel 2014, quando ottenne il suo primo incarico da premier. Cinque anni fa, il figlio di un venditore di tè diventato governatore del ricco Stato del Gujarat, conquistò l’elettorato con il sogno di un Paese urbanizzato, industrializzato, benestante, libero dalla corruzione. Un Paese dove realizzare le proprie aspirazioni. Nonostante innegabili e importanti risultati, quella promessa è rimasta per molti versi sulla carta.

Economia in frenata
Durante i cinque anni del primo Governo Modi, l’economia indiana è cresciuta in media del 7,5% l’anno e ha più volte strappato alla Cina, che rallentava, la maglia rosa di grande economia a più rapida crescita al mondo. Un’accelerazione da un lato macchiata da polemiche sull’attendibilità delle statistiche ufficiali e dall’altro non sufficiente a mantenere uno dei molti impegni presi con l’elettorato: garantire ai 10-12 milioni di giovani indiani che ogni anno bussano al mercato del lavoro un impiego, magari anche ben pagato. La disoccupazione al contrario è salita: l’India non rilascia dati da due anni, ma un report dell’ufficio di statistica filtrato ai media (e smentito dal Governo) attesta i senza lavoro al 6,1%, ai massimi da 45 anni. Centri studi indipendenti la registrano oltre il 7%. Secondo la Confederation of Indian Industry, il Pil indiano deve crescere almeno del 10% per assorbire la domanda di lavoro.

L’economia è però entrata in una fase di raffreddamento. Nell’ultimo trimestre, il Pil è cresciuto del 5,8% (meno della Cina, stavolta), dal 6,6% dell’ultimo trimestre 2018, al passo più lento da 17 mesi. Sono ormai cinque i trimestri in frenata e nell’anno di bilancio 2018-19, il Pil si è fermato al 6,8%, dal 7,2% del 2017-18. Il dato più basso da 5 anni. Nell’ultimo trimestre, la crescita degli investimenti si è fermata al 3,6% su base annua, dall’11,7% dei tre mesi precedenti. Sono invece più che raddoppiati i consumi pubblici, «grazie alla spesa elettorale», nota Prakash Sakpal di Ing Economics.

La produzione industriale è in caduta e a marzo si è contratta dello 0,1% su base annua. Le vendite di vetture sono crollate del 17% ad aprile e quelle di motocicli del 16%. L’andamento delle due ruote in India, un settore dai volumi molto più ampi di quello delle automobili, è considerato un indicatore dello stato di salute delle zone rurali, quelle dove si concentrano due terzi della popolazione.

In questo quadro, la Banca centrale ha ridotto le stime di crescita per l’anno prossimo dal 7,2% al 7% e, per ridare fiato all’economia, ha tagliato ai minimi da nove anni i tassi, portandoli al 5,75%, con una sforbiciata di 25 punti base (il 6 giugno). Da parte sua, Modi ha annunciato già in campagna elettorale un piano infrastrutturale da 1.440 miliardi di dollari. E ha promesso di raddoppiare i redditi dei contadini entro il 2022, con trasferimenti per oltre 10 miliardi di dollari a partire dallo scorso aprile. «La prima sfida per il nuovo Governo sarà rivitalizzare l’economia» e la precedenza va agli investimenti, afferma Sunil Sinha, di India Ratings, il braccio di Fitch a New Delhi. Con un deficit pubblico al 3,4% del Pil (3,5% nel 2017-18), i margini di manovra non sono però ampi, sottolinea ancora Sakpal.

Promesse mancate
Anche l’obiettivo di industrializzare l’India, facendone un hub mondiale della manifattura, resta lontano. Il piano Make in India, incentivi agli investimenti e attrazione dei capitali esteri (provando a replicare un modello di sviluppo cinese proprio mentre Pechino lo abbandona), non ha dato i risultati sperati: gli investimenti diretti esteri sono arrivati (44,4 miliardi di dollari nel 2018, secondo gli ultimi dati ufficiali), ma il manifatturiero resta attorno al 18% del Pil, dal 15% del 2014.

L’introduzione della Gst, una imposta nazionale sull’acquisto di beni e servizi (una sorta di Iva), che ha cancellato gran parte della congerie di tasse che frammentavano il mercato indiano, può essere considerato un risultato storico ottenuto da Modi. La Gst era attesa da decenni e anche il Congresso aveva provato a vararla. La confusione nelle prime fasi di applicazione ha però rallentato l’attività economica e contribuito al raffreddamento della crescita. Stesso effetto lo ha avuto la controversa operazione lanciata alla fine del 2016 per spazzare via il sommerso (la demonetizzazione). Il ritiro delle banconote da 500 e 1.000 rupie (6,5 - 13 euro) e la sostituzione con biglietti nuovi ha coinvolto l’86% del contante in circolazione e ha mandato in tilt l’attività economica, costando qualche punto percentuale di Pil al Paese (la Borsa il giorno dopo perse il 6%) e molto consenso al Governo. Un errore perdonato, come dimostrano i risultati elettorali: il Bjp di Modi da solo ha 303 seggi alla Camera e l’alleanza che guida 356, ben oltre la maggioranza di 272.

Eppur si muove
La medaglia della demonetizzazione ha un’altra faccia. È anche grazie a quell’operazione che oltre 200 milioni di persone hanno ottenuto un conto corrente in banca: un altro significativo passo avanti per il Paese. Come pure l’apertura di molti settori dell’economia agli investimenti esteri, l’adozione di un nuovo codice fallimentare e la digitalizzazione del Paese. L’Esecutivo non ha mancato di energia e iniziativa e ha lanciato numerosi programmi per migliorare la vita quotidiana della popolazione. A cominciare dalle condizioni igieniche e sanitarie: durante il primo mandato Modi, le case dotate di un bagno sono passate dal 40 al 95%. I villaggi raggiunti dalla corrente elettrica erano meno del 40%, ora lo sono quasi tutti.

Nella lotta al caro vita, il Governo ha potuto contare sull’incisiva azione della Banca centrale (Rbi), che, sotto la guida di Raghuram Rajan prima e Urjit Patel poi, ha messo le briglie a un’inflazione che viaggiava a due cifre, con picchi nel segmento alimentare. Una tassa sulla povertà, come la definiva Rajan: un’impennata del prezzo delle cipolle poteva facilmente dare il via a disordini sociali gravi. Ora l’inflazione (core) viaggia sotto al 3%. Ma Rajan e Patel sono stati messi nelle condizioni di lasciare la guida della Rbi, per contrasti con l’Esecutivo su tassi (il Governo li voleva bassi) e risanamento del sistema bancario dai crediti in sofferenza ( pari al 10%, che sale al 15% per gli istituti pubblici).

L’India contende al Regno Unito il posto di quinta potenza economica al mondo e alla Cina quella di Paese più popolato (1,3 miliardi di abitanti). Ma se Pechino ha problemi di invecchiamento, in India metà degli abitanti ha meno di 25 anni. Un dividendo demografico che rischia di essere sprecato. Con altri cinque anni di mandato, Modi può portare avanti l’ambizioso progetto di trasformare il Paese. E se a ottobre sfrutterà l’onda lunga del voto e vincerà le elezioni in tre Stati chiave, potrà assicurasi la maggioranza anche alla Camera alta del Parlamento. Sarebbe il tassello mancante: durante il primo mandato, fu proprio la Camera alta (dove era in minoranza) a bloccare molti dei suoi progetti.

LA BORSA ACCELERA

Indice S&P Bse Sensex

La Borsa ci crede e viaggia attorno ai massimi. «Un segnale molto importante», sottolinea Alessandro Fichera, managing director di Octagona, società di consulenza che ha affiancato circa 400 aziende italiane in progetti in India. Fichera invita a non farsi spaventare troppo dalla frenata del Pil. «Gli andamenti di Borsa in India - spiega - sono molto indicativi di cosa succederà nell’economia». La tassa sull’acquisto di beni e servizi (Gst), continua, è ormai a regime e dovrebbe cominciare a sostenere l’attività economica. La nuova legge sui fallimenti rende più certi tempi e procedure. «In più, ora c’è un quadro politico di forte stabilità, che permette di superare le incertezze della vigilia del voto, quando si pensava che Modi potesse vincere, ma senza un’affermazione netta».

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